CAP. LXXIX. Come il re di Castella mosse guerra a’ Mori di Granata, e al loro re Vermiglio.

Fermata la pace dal re di Castella a quello d’Araona del mese di settembre del detto anno, e tornato il re di Spagna in Sibilia con sua cavalleria, Maometto già stato re di Granata e cacciato dal re Vermiglio, come di sopra dicemmo, esso re di Spagna col detto Maometto cavalcò in Granata, e nel paese fece danno assai e d’arsione e di preda, e lasciato Maometto alle frontiere con sue genti e co’ cavalieri castellani a sufficienza a poter far guerra, del mese d’ottobre si tornò a Sibilia. Di poi a tempo ritornò a oste sopra il re di Granata, e stato sopra lui lungamente, in fine non avendo soccorso da’ suoi saracini del Garbo e di Bellamarina, perchè erano collegati col re di Spagna, disperato s’arrendè a quello di Spagna, il quale avuto e lui e suo reame ne fè che al re Vermiglio fece tagliare la testa, e fece re uno de’ reali della Bellamarina suo confidente, il quale da lui riconobbe il reame, e gli promesse suo aiuto e di suoi saracini in tutte sue guerre, e appresso li promesse ogni anno certo tributo.

CAP. LXXX. Come gli usciti Perugini presono per furto Civitella de’ Benazzoni, e poi l’abbandonarono.

I nuovi usciti di Perugia avendo per viltà abbandonate le loro forti tenute al comune di Perugia, in una cavalcata di due bandiere di cavalieri per furto entrarono poco appresso in Civitella de’ Benazzoni, assai forte castello e ben guernito. I Perugini di presente vi mandarono quaranta bandiere di cavalieri e con popolo grande, e puosonvisi ad oste. Gli usciti veggendosi male ordinati da potere attendere soccorso, per lo mene reo, come per furto l’aveano preso, così per furto se n’uscirono, avendo il nome la notte di quelli del campo, e ridussonsi a un castello ivi presso ch’era degli Spuletini, e quindi se ne vennono ad abitare ad Arezzo, cercando rimedii a loro fortuna.

CAP. LXXXI. Come i Bolognesi cominciarono a cavalcare sopra gli Ubaldini.

Essendo in Bologna speranza della pace, la quale parea ferma dal legato a messer Bernabò, e per tanto avendo alcuna speranza di potere sollevare le fatiche, sentendo che gli Ubaldini per tutta la boce della pace non si rimaneano di far danno e noia alla strada, cavalcarono sopra di loro, e raccolsono preda, e feciono danno nel paese. Gli Ubaldini gli lasciarono cavalcare, e ridussonsi a’ passi, e alla ritratta assalirono i Bolognesi, e rupponli, e racquistarono la preda, e vendicarono loro ingiuria. I Bolognesi all’uscita di novembre detto anno ricavalcarono con più ordine e forza sopra loro, e arsono e guastarono più e più villate, e senza contasto si tornarono a casa.

CAP. LXXXII. Del trattato delle compagnie che doveano entrare in Avignone.

La compagnia spagnuola accozzata con un’altra in Provenza aveano trattato con certi forestieri di più lingue ch’erano in Avignone come di furto potessono entrare nella città, dove speravano fare il sacco, ma non fuori di misura, con l’aiuto di quelli d’entro, che prometteano dare l’entrata, e per questa cagione di subito cavalcarono, e vennono infino presso alla città. La cosa si scoperse perchè era vogliosa, e con poco ordine e meno forza: dentro furono presi circa a trenta; alcuni ne furono decapitati, e alcuni impiccati, e la compagnia si tornò addietro senza fare altro danno, e per l’innanzi in Avignone si fè più sollecita guardia, e ciò fu all’uscita del mese di novembre del detto anno.

CAP. LXXXIII. Come i Pisani perderono Pietrabuona e vi puosono l’assedio, dove stando vollono torre Sommacolonna per incitare i Fiorentini a guerra.

Fu di sopra a suo luogo narrato, come i Pisani per soperchio d’astuzia aveano costretto i Fiorentini levare il porto da Pisa e recarlo a Talamone, e tutto ch’a’ Fiorentini sconcio e spesa fosse, tutto lietamente si comportava, mostrando a’ Pisani che poteano fare senza loro. E del fatto a littera ne seguiva quello che Piero Gambacorti detto n’avea a quelli mercatanti che al detto tempo si trovarono su il Rialto in Vinegia, dove il detto Piero era confinato quando la novella vi venne, che fu in questa maniera: Fiorentini, Fiorentini, se state fermi in vostro proponimento, Pisa in piccolo tempo diventerà un bosco: e veramente così ne seguia, perocchè essendo partiti i Fiorentini da Pisa, tutti coloro che con loro mercatavano e trafficavano, con quelli ch’a’ loro servigi rispondeano aveano fatto il simigliante, il perchè le case, i fondachi, e la terra tutti rimaneano oltre a mezza vota, e i mestieri degli artefici in gran dannaggio, onde il soprassenno de’ Pisani raccortosi di suo errore cercò per molte vie oneste e piacevoli, e a’ Fiorentini vantaggiose e onorate, di ritornarli a Pisa, e ciò non potendo ottenere, e seguendo del fatto, che quelli che teneano lo stato e governo della città n’erano caduti nell’odio e mal volere del popolo e de’ mercatanti, e stavano in paura del perderlo, avendo del continovo alla coda gli aderenti, seguaci e amici de’ Gambacorti, i quali erano di fuori e li sollecitavano; onde essi sottilmente pensarono di fare disfare due chiovi a uno caldo col fuoco della guerra, l’uno, di unire il popolo consueto nemico de’ Fiorentini e sopra modo parziale con la guerra, l’altro, che seguendo pace della guerra, come suole, patteggiare nella pace la tornata del porto: e per dette cagioni con le loro vie coperte e sagaci, per non parere d’essere i motori al rompere della pace, presono questa cautela, che una volta e più fittizziamente e simulatamente bandeggiarono di loro cittadini, contadini e distrettuali, uomini atti a cercare mutazioni e riotte, nominati e di seguito, disposti a fare piuttosto il male che ’l bene, e questi in diversi luoghi e tempi tolsono certe tenutelle del distretto del comune di Firenze di poca importanza; onde il comune secondo i tempi più volte ne mandò ambasciadori a’ Pisani, e quello ne rapportavano era: E’ ce ne pesa, sono nostri forbannuti, e loro appresso di voi semo acconci a perseguitare infino a morte e desolazione. Il comune di Firenze per non essere abominato di corrompere la pace se la portava pazientemente, e con infignere di non se n’avvedere; nè pertanto si rimaneano i Pisani di seguire la mala regola presa, cercando al continovo per questa via di torre delle terre a’ Fiorentini, e non delle peggiori, il perchè a’ Fiorentini fu forza a prendere loro costume, e con un Giovanni da Sasso famoso caporale e atto all’arme feciono tentare segreto trattato, che togliesse a’ Pisani il castello di Pietrabuona, il quale è vicino a Pescia, e così seguì, avendo prima per colorati misfatti ricevuto bando a Firenze della persona. A’ Pisani parendo loro avere ottenuto loro talento subitamente con grande ordine e sforzo assediarono il castello per forma, che niuna forza d’arme glie ne arebbe potuti levare, nè tor loro non lo racquistassono. Stando al detto assedio, veggendo non bastavano l’occulte a incitare e muovere i Fiorentini alla guerra, vennero alle aperte, e del mese di gennaio preso loro tempo si credettono furare Sommacolonna, e cavalcaronvi sforzatamente, ma non venne loro fatto. E per arrogere all’ingiuria, avendo i Fiorentini loro gente alla guardia di Pescia e dell’altre terre della Valdinievole, certi conestabili de’ loro a loro diletto usavano d’andare il dì sul poggio della Romita sopra a Pietrabuona, il quale era terreno de’ Fiorentini, e ivi si stavano a vedere badaluccare e gittare i trabocchi; i Pisani posto loro aguati li assalirono e uccisonne sette, e gli altri ne menarono a prigioni, e diedono palese e aperto principio della guerra.