CAP. LXXXIV. Come fu sorpreso il conte di Savoia dalla compagnia bianca co’ suoi baroni, e ricomperaronsi con gran quantità di moneta.

In questo medesimo tempo, essendo venuto il conte di Savoia di qua da’ monti a una sua terra che si chiama...... con molti baroni e cavalieri di sua contea, non prendendosi guardia, la compagnia bianca, la quale era vicina a quelli paesi, si mosse una notte facendo molto lungo e disordinato cammino, e sorprese il conte e’ baroni alla terra senza alcuna resistenza, salvo che ’l conte con pochi si rifuggì nel castello, gli altri tutti furono prigioni: e il conte assediato e sprovveduto, veggendosi a mal partito, trasse accordo, e tra di sè e di suoi baroni, e de’ cittadini della terra e delle cose loro, che tutto era in preda, venne a composizione di dare alla compagnia in diversi termini fiorini centottantamila d’oro, parte allora, e del resto fermezza, sicchè tutto lasciarono, e tornarsi in Piemonte.

CAP. LXXXV. La cavalcata che Piero Gambacorti fè sopra i Pisani.

Essendo Piero Gambacorti in Firenze, e avendo da’ suoi amici di Pisa sollecito conforto, che procacciasse d’appressarsi alla terra con alcuna forza, dicendo, che dove i cittadini il sentissono farebbono novità contro i reggenti, ch’erano comunemente mal voluti. Avvenendoli per caso che all’uscita di gennaio a Firenze erano col conte Niccola Unghero settecento Ungari usciti del Regno, i quali doveano andare in Piemonte in servigio del re Luigi, ma non avendo loro paga ordinata per lo re cercavano condotta, e i Fiorentini non li voleano, perchè non n’aveano bisogno, e non voleano un capo con tanta gente d’una lingua; in questo a Piero Gambacorti crebbe l’animo per lo conforto de’ suoi amici, e condusse questo conte co’ suoi Ungari, ed ebbe alcuno aiuto da certi usciti di Lucca, e seguito di più di dodici centinaia di fanti, niente essendoli contradetto dal comune di Firenze, e a dì 27 di gennaio uscirono di Firenze, e a dì 28 furono in Valdera, e certe terricciuole l’ubbidirono, e non volea far guasto nè lasciare fare preda, di che gli Ungari e i briganti n’erano assai malcontenti. I Pisani di presente mandarono a Firenze per sapere se il comune movea questo, e fu risposto di no; e per abbondante mandarono bando l’avere e la persona che niuno Fiorentino contadino o distrettuale non dovesse andare contra i Pisani, e chi andato vi fosse, sotto la detta pena se ne dovesse partire. I briganti non potendo guadagnare se ne partirono per lo disagio più che per lo bando, e rimase Piero con gli Ungari e con gli altri forestieri. Gli astuti e maliziosi Pisani vedendo che altri che Piero non era a guidare questa gente, costrinsono per forza i più intimi amici ch’avesse in Pisa, e fecionli scrivere da più parti a un modo, che si dovesse guardare la persona, perocchè gli Ungari aveano trattato di darlo preso a’ Pisani, e d’averne fiorini ventimila d’oro. Egli era a Peccioli quando le lettere di più parti li vennono, cominciò a dubitare, e a stare a riguardo, e vedendo l’adunanze degli Ungari parlare insieme, e non intendendoli, pensò che eglino il dovessono pigliare, e vedendosi presso a Volterra, senza congio con sua gente diè degli sproni al cavallo, e partissi dagli Ungari. Fu detto che alcuni il seguitarono, ma il vero fu poi certo che tutto fu fatto a mano per l’astuzia de’ Pisani. Gli Ungari il primo dì di febbraio senza far danno in alcuna parte si ritornarono a santa Gonda, e poi a Firenze.

CAP. LXXXVI. Come il re Luigi prese le terre di messer Luigi di Durazzo e lui mise in prigione, e trasse del Regno la compagnia.

Era Anichino di Bongardo stato lungamente stretto dagli Ungari in certe terre che teneano di messer Luigi di Durazzo, e non avendo potuto guadagnare erano in male stato, e cominciando a perdere delle terre vennono a patti d’avere sicurtà dal re, e uscirsi del Regno sotto la sua guardia e sotto la sua bandiera, e così fu promesso, e fatto a ciò fine. A messer Luigi dopo questo si rubellò sant’Angiolo, ed egli vedendosi povero e mal parato si rendè al re Luigi suo cugino, e venuto a Napoli, rendute tutte sue terre, fu messo in prigione nel castello dell’Uovo, sperandosi per molti che il re li dovesse perdonare, ma la sua fortuna dopo la morte del detto lo fece morire in prigione. Anichino con la sua compagnia assai male in arnese, alla condotta di certi baroni del re, com’era promesso, del mese di gennaio del detto anno uscì del Regno.

CAP. LXXXVII. Come le compagnie si partirono di Provenza.

In questo medesimo mese di gennaio, le due compagnie ch’erano in Provenza presono accordo co’ paesani per certa quantità di danari, e l’una se n’andò verso la Francia, e l’altra tenne in Borgogna, chiamata da certi baroni di Borgogna, perocchè era morto il loro duca, e temeano del re di Francia.

CAP. LXXXVIII. Come fu sconfitta la gente del re di Castella dal re di Granata.

Avendo lasciato il re di Castella in Granata lo re Maometto che n’era stato cacciato, e con lui il maestro di Ialatrenu, il detto maestro avendo quattromila cavalieri spagnuoli e gran popolo seco, badaluccando con la gente del re Vermiglio di Granata, con mala provvisione ringrossò il badalucco: il re mise loro addosso subitamente molta gente a cavallo e a piè, e combattendo insieme lungamente, in fine i Mori sconfissono quelli di Castella, e presono il capitano e più altri caporali, e de’ Castellani vi rimasono morti in sul campo tra cavalieri e pedoni più di tremila, li milleottocento cavalieri; e avuto il re Vermiglio questa vittoria, del mese di gennaio 1361, prese baldanza, e corse colle sue genti in sulle terre del reame di Castella, facendo spesso danno e vergogna al re di Spagna.