LIBRO DECIMO
CAPITOLO PRIMO. Il Prologo.
La superbia, la quale prima nel cielo mostrò la sua malizia, se nelle menti terrene si trova non è da maravigliare, considerato che l’umana natura indebilita per lo peccato del primo uomo è ne’ vizii inchinevole e pronta. Questo peccato quanto sia grave, e quanto sia in ira di Dio, per lo suo fine l’ha sovente mostrato; porne alcuno esempio in nostri ricordi forse non fia da biasimare, se non da coloro che per morbidezza d’animo sono amatori delle brevi leggende, o da coloro che per tema di spesa veggendo la moltitudine de’ fogli non osano fare scrivere. Serse re d’Asia, avendo avuto più tempo nelle guerre prospera e felice fortuna, insuperbito, lo mare coperse di navi, e intra Sesto e Abido, due isolette di mare, per pomposa memoria di suo innumerabile esercito sopra le navi fè ponte, e a riceverlo tutta la Grecia non parea sofficiente, nè a ricevere nè a pascere la sua brigata; e infine da poca gente vituperato e sconfitto, e in uno piccolo legno tornò in suo paese morta tutta sua gente. Sennacherib maravigliosamente esaltato per beneficio della ridente fortuna, con l’animo altero montò sopra le stelle spregiando gli Dii, e massimamente quello degli Ebrei, come se fossono minori e meno possenti di lui; costui veggendo l’esercito suo tagliato, vilmente fuggì, e nel tempio degl’Idoli suoi da’ suoi proprii figliuoli vilmente fu tolto di vita. Dario re potentissimo, più volte sconfitto dalla poca gente d’Alessandro re di Macedonia, infine da’ suoi propri congiurenti vilmente fu morto. Ciro re di Persia e di Media, eccellentissimo di potenza....
Il codice Ricci è mancante in questo luogo di una pagina, che dovrebbe contenere il rimanente del Proemio, il capitolo secondo, e il principio del terzo, e con mio sommo rincrescimento non son riescito a riempire questa laguna col soccorso di un altro codice, poichè non m’è stato possibile trovarne copia. La Biblioteca Riccardiana possiede tre codici di Matteo Villani, e uno la Laurenziana, ma non oltrepassano il nono libro. Per supplire in qualche modo a questa laguna mi son servito d’un’Epitome fatta da Domenico Boninsegni delle storie fiorentine di Giovanni, Matteo e Filippo Villani, che si conserva nella Biblioteca Laurenziana, e che un giorno faceva parte della Biblioteca Mediceo-Palatina, segnato di num. 160.
CAP. II. Dell’atto e rilevato stato della casa de’ Visconti di Milano.
«Più era infocato che mai messer Bernabò nell’impresa di Bologna, e impuose e trasse da’ cherici del suo tenitorio in tre mesi più di trecento migliaia di fiorini d’oro, e da’ secolari per nuova imposta circa trecentosessanta migliaia di fiorini d’oro; e venne in tanta superbia, forse per lo parentado fatto in Francia, che nessuno accordo si potè trovare tra lui e ’l legato, nè per il gran siniscalco nè altri, usando di dire, che non temeva potenza di signore terreno che gli potesse trarre Bologna di mano, e molto sparlando contra il legato. Ma per lo contrario il legato ricorse all’aiuto di Dio, e per comandamento del papa a ogni prete d’Italia fece fare in ogni messa dietro al Pater noster speziale orazione de’ fatti di Bologna, e mandò al re d’Ungheria per gente, ed ebbe da lui duemila Ungari bene capitanati, e poi tremila di loro volontà, e subito furono in Lombardia e in Romagna al servigio del legato.»
CAP. III. Del pauroso e vile partimento dell’oste di messer Bernabò da Bologna.
«Per la venuta di questi Ungari, e per l’operazione d’Anichino di Bongardo, entrò paura alle genti di messer Bernabò per modo che non ubbidivano al capitano, e tutto dì si fuggivano; per la qual cosa al capitano» montata la paura, vedendo partire l’un l’altro, e non sapendo il perchè, chè per la forza e autorità che ’l capitano avesse non gli potea ritenere; onde vedendosi il capitano a questo pericolo richiese Anichino che lo accompagnasse infino valicato Bologna verso Modena, e avuta la compagnia, volendo da sè fare buona condotta, fu costretto da’ vili d’andarsene di notte sconciamente abbandonato il campo con assai fornimento e arnesi, e campati per lo beneficio della notte valicarono Castelfranco, ove s’arrestarono per non parere rotti, e ivi la mattina fermarono il campo; e stativi pochi dì, il primo d’ottobre valicarono a Modena, e tornarsi con gli orecchi bassi al loro signore, il quale quasi arrabbiato più dì stette rodendo in sè medesimo il suo orgoglioso furore, acciocchè riposatamente ai forestieri dimostrasse, ch’alla festa si ragunavano, per magnanimità questa cosa avere per niente, ed essere intervenuto per lo peggiore del legato, come di sua bocca a molti pronunziò.