Sentito in Bologna la vile partita dell’oste di messer Bernabò, tutto che ancora del tutto non fosse del Bolognese partito, il popolo prese cuore, e per lo essere tenuto affamato, furioso, giusta la sentenza di Lucano che dice, che il popolo digiuno non sa che sia il temere, straboccatamente e senza aspettare condotta o regola uscì di Bologna, e con grand’ardire assalì la bastita che guardava verso Romagna, e quella aspramente combattendo e con grida ch’andavano al cielo ebbono per forza, e tagliati e fediti molti di quelli ch’erano alla difesa la rubarono e arsono, e con quell’empito e gloria corsono ad altre due, e per simile modo l’ebbono, rubarono e arsono. Quando giunsono a quella di Casalecchio in sul Reno trovarono il becco più duro a mugnere, perocchè era ben guernita di gente da piè e da cavallo, e dato di cozzo in essa con loro dammaggio si ritornarono a Bologna, nullo assedio lasciato alla bastita: onde que’ d’entro scorreano fino alle porti di Bologna facendo danni, nondimanco aperti i cammini di Romagna cominciarono a venire della roba a Bologna; e dagli Ungheri i quali alloggiati erano fuori della città tenuti erano a freno quelli della bastita da Casalecchio, e in Romagna s’apparecchiava grande carreggio e salmeria di vittuaglia per conducere in Bologna alla venuta del legato.

CAP. V. Certo trattato fatto a corte tra il papa e gli ambasciadori del re d’Ungheria.

In questo mese di settembre furono in Firenze tornati di corte di Roma gli ambasciadori del re d’Ungheria, e andaronne al re, avendo impromesso al papa, in quanto il bisogno occorresse, che la persona del re d’Ungheria verrebbe incontro al signore di Milano con patto, che ciò che egli acquistasse delle terre de’ detti signori, fossero sue ed egli avea fatto dire al papa che con meno di diecimila cavalieri non potrebbe venire, ed era in accordo d’avere ogni mese fiorini quarantamila d’oro, de’ quali dovea avere dalla lega de’ Lombardi sotto il titolo di Genovesi fiorini sedicimila, e fiorini quattordicimila dovea pagare il legato traendoli della Marca e del Ducato, del Patrimonio e di Romagna, e diecimila ne dovea mettere la camera del papa. La cosa fu divolgata per tutto, ma i signori di Milano poco se ne curavano, s’altra fortuna non avesse barattata loro intenzione.

CAP. VI. Dell’avvenimento del legato a Bologna.

Partita l’oste di messer Bernabò dall’assedio di Bologna, il legato fatto conducere di Romagna in Bologna molta vittuaglia, e fatta la condotta degli Ungheri, col grande siniscalco del Regno, e con messer Malatesta e altri valenti uomini della Romagna e della Marca, all’entrata d’ottobre del detto anno entrò in Bologna, dove da’ Bolognesi fu ricevuto a gran festa e onore, e prestamente intese a ordinare e riformare e la guardia e il reggimento della città, e i fatti della guerra contro a’ nemici suoi, non come prelato, ma come esperto e ammaestrato capitano di guerra cominciò a trattare, come conseguendo l’opere sue ne dimostreranno.

CAP. VII. Cominciamento della nuova compagnia d’Anichino di Bongardo Tedesco.

Levatasi la gente di messer Bernabò del distretto di Bologna, Anichino di Bongardo Tedesco, non senza infamia d’avere maculata sua fede, all’entrata d’ottobre s’accolse a Salaruolo presso di Faenza a tre miglia con ottocento barbute e trecento Ungheri, ricettato dal legato, e datoli vittuaglia; e sì avea il legato circa a milledugento barbute e quattromila Ungheri da poterlo prendere o cacciarlo di suo paese, per la qual cosa assai fu manifesto che il legato per nuovo servigio gli fosse obbligato: e avvegnachè assai fosse segreto, egli stette tanto a Salaruolo, che pagati gli furono quattordicimila fiorini, ovvero genovini d’oro; il perchè egli tantosto crebbe sua compagnia e di Tedeschi e masnadieri, e di volontà del legato a mezzo ottobre cavalcò il contado de’ conti d’Urbino; appresso entrò nella Ravignana, e di là valicò ad Ascoli del Tronto in servigio della Chiesa per certa rivoltura fatta in quella città contro al legato, e stettono alquanti dì nel paese, e poi di novembre valicarono il Tronto, e arrestaronsi nel paese verso Lanciano, ove soffersono lungamente gran disagio, come al suo tempo diremo. Stando in questa compagnia nel numero di duemila cinquecento tra Ungheri e Tedeschi, e molti fanti a piè nella Ravignana, e dando boce di valicare da Firenze, i Fiorentini ne tennono consiglio, e infine deliberaro di provvedersi alle difese, e imposono per legge personale a chi consigliasse, trattasse o parlasse occulto o palese del prender accordo alcuno con la detta compagnia: e ciò fu assai utile cagione e materia a tutti i Toscani, perocchè le compagnie vanno cercando chi fugga e fannone preda, e fuggono le resistenze, perocchè dove e’ le trovano non possono durare, nè trarne furtivo guadagno.

CAP. VIII. La rivoltura d’Ascoli della Marca

Ascoli della Marca era all’ubbidienza del legato, e Leggieri d’Andreotto di Perugia v’era alla guardia per la Chiesa, e di fuori n’erano ribelli l’arcidiacono e messer Filippo.... con altri molti di loro animo e volere; costoro del mese di settembre detto anno accolta gente in loro aiuto rientrarono nella città, e trovando il seguito d’assai cittadini corsono alle case de’ loro nemici, e uccisonne ventidue; gli altri che poterono campare s’uscirono della terra, e Leggieri d’Andreotto fu preso, e tanto ritenuto, che quivi fece dare la fortezza che v’era per la Chiesa, dicendo che teneano la città all’ubbidienza di santa Chiesa, ma che voleano potere stare sicuri in casa loro. La novella forte dispiacque al legato, e pensossi con la compagnia d’Anichino farla tornare al suo volere, ma i tornati in Ascoli di quella poca cura pigliavano; il legato come savio e astuto s’infinse di non se n’avvedere, perchè mostrando cruccio non si mettessono a più grave ribellione.

CAP. IX. Come a petizione del legato fu preso messer Ridolfo da Camerino.