CAP. XCIV. Come la Compagnia bianca prese Castelnuovo Tortonese.

Del mese di marzo la Compagnia bianca essendo di lungi al contado di Tortona per tanto di spazio, che i paesani non aveano riguardo, partendosi di giorno, e cavalcando verso la notte, feciono a gente d’arme smisurato viaggio, e in sul dì seppono sì fare, che la mattina entrarono anzi dì di furto in Castelnuovo Tortonese, e come furono dentro, chi si volle difendere uccisono, il perchè i morti si trovarono sopra a trecento: il castello era bene di milledugento uomini. Sentito ciò messer Galeazzo v’andò con più di tremila cavalieri e bene quindicimila pedoni, e tutto che li paresse essere bene in apparecchio da combattere co’ nemici non s’attentò di mettersi a partito, ma fornì le castella d’attorno, e tornossi a Milano.

CAP. XCV. Come la compagnia del Pitetto Meschino sconfisse l’oste del re di Francia a Brignai.

Lo re di Francia infiammato d’onta contro la compagnia del Pitetto Meschino d’Alvernia suo picciolo servo fuggito, nonostante che avesse condotta la Compagnia spagnuola contro a loro, la quale ancora non era giunta in Borgogna, radunò prestamente del mese di marzo un’oste di bene seimila cavalieri franceschi, e tedeschi e di altre lingue che erano in Francia, e fattone capitano messer Giacche di Borbona della casa di Francia con quattromila sergenti gli mandò in Borgogna. E in que’ giorni la compagnia del Pitetto Meschino avea preso un castello del re che si chiama Brignai, e lasciatovi alla guardia trecento di sua compagnia, ed egli con tremila barbute e duemila masnadieri i più Italiani ch’erano in sua compagnia era cavalcato nel contado di Forese, facendo loro procaccio: in questo il duca di Borbona con l’oste sua giunse e puosesi a campo a Brignai, credendolosi in pochi giorni racquistare: e così standosi all’assedio baldanzosamente, e senza debita provvisione e con poco ordine, avendo con l’animo grande a vile il loro avversario, il Pitetto Meschino maestro e pratico di arme con la brigata sua vogliosa di zuffa, e ardita e bene in punto, essendo lontano da Brignai giornata e mezzo, avendo lingua come i Franceschi con molto disordine si reggevano a campo, confortata sua brigata, e animata della gran preda, con sollecito studio di cavalcare raccorciando i cammini, avanti al giorno di più ore giunse al campo sopra gli sprovveduti Franceschi, e senza alcuno arresto gli assalì con grande tempesta e romore; onde tra per le terribili grida, e per lo subito e sprovveduto assalto i Franceschi bairono, e mancarono di cuore, e non di manco ciascuno come meglio poteo ricorreva all’armi per difendersi, ma quelli della compagnia gli percoteano, e gli sollecitavano sì con l’arme, che non gli lasciavano far testa; e così quell’oste ove avea tanti baroni e valenti cavalieri sventuratamente fu rotta e sbarattata, con molti di loro morti e magagnati: quelli che camparono con loro cavalli e arnesi quasi tutti vennono in preda del vassallo del re di Francia Pitetto Meschino. Messer Giacche duca di Borbona fu a morte fedito di più fedite, ed essendo preso, vedendo che era per morire fu lasciato alla fede, e portato a Lione sopra a Rodano in pochi giorni passò di questa vita. Preso rimase il conte di Trinciaville, il conte di Forese, il maliscalco di Dunan, l’arciprete di Guascogna altra volta stato capo di compagnia, messer Broccardo di Finistagion Tedesco capitano di millequattrocento barbute, messer Amelio del Balzo, e il conte di Clugnì, tutti signori e gran baroni, e assai d’altri signori e cavalieri banderesi de’ quali uscì grande tesoro a riscatto. I soldati furono lasciati alla fede, e quelli che in sul campo furono morti o fediti lasciarono portar via. La valuta della preda fu tanta, che la compagnia se ne fè ricca: e per questa vittoria presono tanto d’audacia e d’ardire, che in grande tremore stette la corte di Roma, usa di essere pettinata dalle compagnie, che non corressono sopra Avignone, ma tanto dimorò la compagnia in Borgogna ch’ebbono i danari che si riscattarono i baroni e’ cavalieri. Lo re di Francia sentita questa novella sopra modo si turbò di cuore, e osò dire, che mai non ristarebbe, ed eziandio con porre la sua persona al pari d’un soldato, che dell’onta ricevuta si vendicherebbe. E per non avere più a tornare sopra la presente materia per infino che altra gran cosa non seguisse, il Pitetto Meschino e quelli di sua compagnia udite le minacce del re, per accrescere il dispetto e l’onta, mostrando d’avere il re e le sue parole a vile, del mese di giugno appresso se n’andarono vicini a Parigi, facendo gran preda e danni a’ paesani d’intorno alla città. Io non mi posso tenere, che io non dica qui per gl’intendenti ragionatori si misuri la gloria vana e fallace degli stati mondani; ma nella presente materia quelli massimamente che hanno avuto notizia della eccellenza del reale sangue di Francia, per cui al presente è tanto vilmente calcata: e certo il Pitetto Meschino è di sì oscuro luogo nato, che fuori del sapere che egli è Alvernazzo, non si sa chi fosse nè madre nè padre: e questo basti.

CAP. XCVI. Come fu fermo lega dalla Chiesa e i signori di Lombardia contro a messer Bernabò.

Veggendo gli altri signori della Lombardia la pertinacia di messer Bernabò intorno al racquisto di Bologna, e che per averla di sua fede e promessa mancava a santa Chiesa, nelle loro menti presono concetto, che se vincesse Bologna a loro non perdonerebbe, stimando che con cagioni controvate contro a loro volgesse la guerra con assai più vicino e possente braccio. Il perchè entrati in sospetto e paura, con loro segreti ambasciadori cercarono di far lega e tra loro insieme con la Chiesa di Roma; e nel trattato occorse che il signore di Verona diede la sorella per moglie al marchese di Ferrara; e fornito il parentado per modo che non potea tornare addietro, il signore di Verona come a stretto parente il fè con festa a sentire a messer Bernabò, il quale udito il fatto a maraviglia se ne turbò, dicendo: Io son fatto cognato di uno sterpone. Il marchese con tutto che di ciò avesse obria era d’animo nobile e valente uomo, magnanimo e di grande cuore, e compare di messer Bernabò, e molto l’avea servito contro alla Chiesa nella guerra di Bologna, dando libero il passo a sua gente d’arme, el a suo piacere vittuaglia e per acqua e per terra. Fermato il parentado intra i detti due signori, del seguente mese d’aprile lega e compagnia si fermò tra il legato di Spagna in nome di santa Chiesa e il signore della Scala, e il signore di Padova, e il marchese di Ferrara; e la taglia della gente della lega fu in nome di tremila cavalieri, de’ quali la Chiesa dovea pagare i millecinquecento cavalieri, e ciascuno degli altri cinquecento per uno: e oltre a ciò ne’ patti della lega promesse ciascuno a loro difesa, e della città di Bologna, e all’offesa di messer Bernabò, e d’ogni qualunque che contro alla lega facesse. E stando le cose in questi termini, messer Bernabò mandò al Finale navilio grande con molta vittuaglia per fornire le castella ch’avea sul Bolognese, e il marchese la fece volgere indietro. E appresso i detti signori di concordia per loro ambasciadori mandarono a dire a messer Bernabò, ch’a lui piacesse non volere fare più guerra alle terre di santa Chiesa, con ciò fosse cosa che d’allora innanzi con tutto loro sforzo si porrebbono alla difesa di questa lega: il superbo tiranno ebbe singolare e altero sdegno, e nelle sue rilevate parole molto gli avvilì, usando queste parole: Essi sono matti fantisini: e seguendo col fatto l’altero parlare, a catuno di loro per derisione mandò dono di vasellamento d’argento, de’ quali nello smalto di quelli da Verona era una scala appesa a un paio di forche, in quelli del signore di Padova erano colombi volanti, in quelli del signore di Ferrara una ferza, giusta la considerazione della sua vana e superbia fantasia; ma in picciolo tempo le cose seguirono in forma, che per opera vedere si potè che non avea a fare con fantisini, ma con valenti e savi signori, come seguendo nostro trattato racconteremo.

CAP. XCVII. Come fu morto il re Vermiglio di Granata.

E’ ne pare venire a scrivere cosa assai disusata e sconvenevole non che a re cristiano, ma a qualunque barbaro, ma quale è scriver la ci conviene. Sentendo il re Vermiglio di Granata come i Mori aveano sopra sè per loro re esaltato Maometto, cui egli avea altra volta del reame cacciato, conobbe che non potea resistere a Maometto avendo seco il re di Castella, e però mandò al re di Castella in Sibilia, e gli domandò sua sicurtà e fidanza, con dire di volere venire a sua ubbidienza. La sicurtà data gli fu libera e piena; ma chi il re volle scusare del gran tradimento disse, non seppe che per parte del re domandato fosse il salvocondotto, nè che per lui dato non gli fu. Costui, quanto che fosse Saracino, lasciato il reame a Maometto, con quattrocento tra di suo sangue, e amici e di suo seguito, con molta ricchezza, sotto la fidanza del salvocondotto, se ne venne a Sibilia là dove era Pietro di Castella re, e a dì 20 del mese d’aprile, gli anni Domini 1362, venne davanti al re, e gli si gittò a’ piedi con grande reverenza e umiltà. Il re con buono viso il vide e ricevette, e nella Giudecca, che è luogo di grandi abituri e d’intorno murato, lo mise, e quello luogo assegnò a lui e sua compagnia, e in quel giorno gli mandò e doni e presenti amichevolmente: dipoi venuta la notte lo detto re Pietro fece prendere lo re Vermiglio e sua compagnia, e rubare tutto loro tesoro, e arme, e cavalli e arnese, e loro tutti mettere in buone prigioni con buone catene: loro tesoro recò tutto a sè, che passò la stima di ottocento migliaia di fiorini d’oro. E il sabato appresso a dì 24 d’aprile, il re Pietro fece menare davanti da sè il detto re Vermiglio in Tavolata, che è un campo fuori della città di Sibilla forse una balestrata, in su un asino, e con lui appresso tre de’ suoi maggiori baroni, gli altri, ch’erano quarantuno, tutti grandi Saracini, tutti legati a una fune; lo re Pietro a cavallo con molti suoi baroni e cavalieri con lance in mano, e colle spade a lato, avendo i Saracini al campo legati, lo re in prima lanciò e fedì in prima lo re Vermiglio, e gli altri appresso gli altri, e in poco d’ora tutti furono tagliati a pezzi in sul campo, e le teste loro fece a Maometto presentare; tutti gli altri ch’erano con lui fè servi. Questo re Vermiglio fu colui che cacciò e volle uccidere il re Maometto, e fatto re un giovane fratello del detto re Maometto il fè morire. È fama che tutti quelli che morti furono in Tavolata erano stati al re Vermiglio aiutatori, consigliatori e favoreggiatori.

CAP. XCVIII. Come il re Maometto di Granata si fece uomo del re di Castella.

Avendo il re Maometto ricevuto il ricco e famoso presente della testa del re Vermiglio suo nemico, e de’ quarantaquattro suoi seguaci i quali aveano morto il fratello, riconoscendo come per operazione del re Piero di Spagna egli era ritornato nel suo reame di Granata, di presente mandò suoi ambasciadori con pieno mandato al re Piero, i quali li sommisono il reame di Granata, e da lui in vece e nome del re Maometto come da superiore lo riconobbono, e lo re Maometto ne feciono suo uomo, e omaggio glie ne fece, e in segno della sommissione del reame a loro usanza li mandò pennoni di tutte le sue buone città e terre; e oltre a questo li presentò ricchi doni, e con essi tutti i cristiani ch’erano in suo reame fu donato loro libertà per amore del detto re.