CAP. XCIX. Principio di guerra dai collegati a messer Bernabò.

Fermata la lega tra santa Chiesa e’ signori di Lombardia, come scritto è di sopra, anzi che altro movimento per i collegati si facesse, messer Bernabò mandò sue genti sopra il signore di Verona verso il Lago di Garda, il perchè i collegati in questo tempo del mese di maggio con duemila cinquecento cavalieri della lega, e con assai gente da piè, mossono da Modena per occupare il passo a messer Bernabò, sicchè non potesse mandare a fornire le castella che tenea sul Bolognese; e stando questa gente a campo, quella di messer Bernabò venne sul terreno di Modena, e puosesi dove già fu un castello che si chiamò Solaro, il quale era sopra il canale di Modena, e perchè era nelle valli in luogo infermo era abbandonato, e in su quello castellare fè porre una forte bastita, e quindi avea balía da potere ire alle castella del Bolognese. La cavalleria della lega si pinse innanzi verso Reggio, e puosonsi a un altro castello abbandonato similmente detto la Massa, che anche è sul passo, essendovi ancora gli antichi fossi pieni d’acqua gli afforzarono; onde Anichino di Bongardo, ch’era a Solaro con l’oste di messer Bernabò, avendo vittuaglia per fornire Castelfranco, e l’altre castella del Bolognese, la si ritenne per l’oste sua, non sperando poterne avere stando ferma la bastita della lega. Vedendo messer Bernabò che la lega era contro a lui ben fornita, e potente di gente e di danari, si pentè d’avere sconcia la pace colla Chiesa, e di presente mandò lettere a’ suoi amici e protettori in corte, e appresso ambasciata con cercare si fermasse la pace, levando via tutti gli articoli ed eccezioni che posti avea, e l’altre disoneste dimande, rimettendo Bologna nelle mani de’ Fiorentini, o di cui il papa volesse. Il papa era contento, non avendo ancora che fosse ferma la lega, ma in quello stante le lettere del legato vennero al papa, come la lega era ferma e possente a resistere al tiranno, e avute queste novelle, il papa e’ cardinali al tutto rinunziarono di fare la volontà di messer Bernabò, e seguirono loro processo, e feciono lui e chi gli desse aiuto o favore scomunicato, e nominatamente gli Ubaldini, i quali tennono con lui contro alla città di Bologna. Avendo messer Bernabò mandato a corte, anche scrisse al comune di Firenze scusandosi, che per lui non rimanea il seguire della pace, e che la guerra non venia da lui.

CAP. C. Come e quando morì Luigi re di Cicilia e di Gerusalemme.

Luigi re di Cicilia e di Gerusalemme, signore d’assai sconcia e dissoluta vita secondo che richiede la reale maestà, tocco da divina spirazione, quasi consapevole di sua morte vicina, lasciando l’usate vanitadi, punto dal giudicio di sua coscienza, per penitenza e ammenda de’ suoi misfatti e difetti si mise umilmente in pellegrinaggio, e andò a visitare i corpi de’ gloriosi apostoli, di messer san Bartolommeo il quale è a Benevento, quello di san Matteo lo quale giace a Salerno, e quello di sant’Andrea il quale sta ad Amalfi, secondo che nel paese certamente si tiene per antica e indubitata credenza: e di tale viaggio tornato a Napoli cadde in malattia, e come piacque a Dio, senza disporre altrimenti de’ suoi fatti, dicendo che niente avea di suo da testare, ma che tutto era della reina Giovanna, anzi il principio del dì a dì 26 di maggio, il giorno della santa Ascensione, rendè l’anima a Dio, e in quel dì fu sepolto con reali esequi a....... avendo tenuto il regno dieci anni forniti dal giorno di sua coronazione. Signore fu di poca gravezza e meno d’autorità, e in aspetto e fatto senza scienza alcuna, e in fatti d’arme poi fu re poco si travagliò. Poco amore portò al suo sangue; il fratello aggrandì più per paura che per carità, i cugini trattò male, e per forza li si fece rubelli. Fu di sue promesse mendace e di ciò come di virtù si vantava sovente. Coloro ch’erano più scellerati peccatori de’ suoi baroni appresso di lui erano del più segreto consiglio e di maggior potenza, e con loro non avea onorevole conversazione di vita. Mobile fu, timido e pauroso ne’ casi dell’avversa fortuna, perocchè appresso di sè non volea uomini virtudiosi nè d’autorità. Molto era cupido di fare moneta, e la giustizia mollemente mantenea, e poco si facea temere a’ suoi baroni. Con il suo balio messer Niccola Acciaiuoli gran siniscalco, e da cui a’ suoi bisogni avea aiuto e consiglio alle grandi cose, molte volte per punzellamenti e malvagi conforti de’ suddetti suoi baroni venne in sospetto, e quando la virtù di colui s’allungava dalla corte i fatti del re andavano male. Alla reina facea poco onore, e o per suo difetto, ch’assai n’avea, o per fallo della reina, molte volte come una vil femmina in grande vituperio della corona la battea, e di quello ch’era suo non le lasciava fare nè a sè nè ad altrui il debito onore. Delle magnifiche cose che a lui parea aver fatto a tempo di guerra e di pace tanto si lodava e vantava, che ogni uomo che l’udia tediando facea maravigliare; e di tali frasche fece comporre scritture d’alto dittato, compiacendosi nelle proprie lusinghe.

CAP. CI. Come i Fiorentini vollono difendere Pietrabuona, e non poterono.

Nel 1362 a dì 18 di maggio, i priori di Firenze raccolsono un parlamento d’oltre a seicento cittadini, nel quale spuosono i termini in che stava Pietrabuona, e come quelli che la teneano data l’aveano al comune di Firenze, e come i signori l’aveano presa a parole, pensando se si difendesse dalla forza de’ Pisani per quella riavere o Sovrana o Coriglia, terre da’ Pisani nel vero copertamente e maliziosamente tolte al comune di Firenze; non ostante che poco dinanzi per i detti signori fosse stato risposto agli ambasciadori pisani, che ’l comune non se ne travagliava, e più come ne’ prossimi giorni i Pisani aveano cavalcato sopra il terreno di Barga terra accomandata al comune di Firenze, e dandovi il guasto arando i seminati con più di cento paia di buoi, e tagliando loro gli alberi dimestichi, e le vigne e’ castagni, e come a undici soldati del comune di Firenze in sul distretto del comune di Firenze, i più conestabili, stando senza arme a vedere gittare i trabocchi in Pietrabuona, rabbiosamente ai più aveano tolta la vita e gli altri fatti prigioni; e recando alla mente le altre più gravi ingiurie per lo comune pazientemente passate con infignersi di non vederle, nonostante che poco dinanzi al detto parlamento per i signori di Firenze risposto fosse agli ambasciadori di Pisa, che de’ fatti di Pietrabuona il comune di Firenze non s’intendea di travagliare, si diliberò di concordia di tutto il detto consiglio che Pietrabuona e sua difesa si prendesse. In questi giorni avvedendosi i Pisani che i masnadieri di Pietrabuona erano caldeggiati dalla gente de’ Fiorentini, con molta più sollecitudine e studio procurarono di racquistarla, e combattendo con dodici trabocchi per dì e per notte tutta la macinavano. Dopo il partito preso della difesa, secondo il giudicio di molti intendenti, la difesa era presta dove il comune avesse fatto afforzare il poggio della Remita, che soprastava i battifolli de’ Pisani, ed era del distretto del comune di Firenze, ma nel tardare preso fu e guardato per i Pisani; e i Fiorentini in sul loro terreno dirimpetto a Pietrabuona, la Pescia in mezzo, puosono un battifolle che dava l’entrata e l’uscita libera agli assediati, il perchè molto se ne renderono sicuri quelli d’entro, ma dalli dificii i quali continovo il dì e la notte gettavano non poteano essere atati, e all’uscita di maggio vi cominciarono a gittare fuoco temperato, che eziandio offendeva alle pietre, e tanto spesso l’una pietra su l’altra venia disfacendo il castello, e offendeano alle persone, che ai pochi difenditori che stare vi poteano toglieva il vigore alla difesa. Oltre a queste continove battaglie i Pisani levarono un castello di legname sotto la guardia di loro battifolli, un’arcata vicino alla torre della rocca, contro al quale i Fiorentini feciono dirizzare un trabocco che l’avrebbe spezzato, se ’l maestro che ’l conducea fosse ito con fede a’ Fiorentini, ma era Aretino, e d’animo ghibellino, e però non adoperò quello ch’avrebbe potuto; i maestri dal lato pisano avendo alli quattro dificii giuntone uno più grosso, quello de’ Fiorentini sconciarono. In questi dì messer Bonifazio Lupo da Parma, chiamato da’ Fiorentini per tenere luogo di capitano, giunse a Firenze, e di presente andò a vedere il sito di Pietrabuona, e il modo e forma di suo assedio, e veduto ed esaminato tutto, scrisse a’ signori di Firenze che impossibile gli parea la difesa, e ciò fu a dì 4 di giugno; e a dì 5 del mese, il dì della Pentecoste, i Pisani, ch’erano presso al trarre delle balestra, con loro battifolli, con tutta loro forza di gente d’arme, e d’assai buoni balestrieri, movendo loro castello il condussono fino alla rocca. Quivi secondo il suo essere fu l’aspra battaglia a petto a petto, e non di manco li dificii de’ Pisani traevano sì temperati che loro genti non offendeano, e quelli del castello non lasciavano scoprire alla difesa; vollono gittare il ponte del castello del legname in su la torre di là, ch’era più bassa che il castello, e il ponte fu corto, e la difesa grande per l’operazione de’ buoni balestrieri d’entro, e durata questa pugna per spazio di parecchie ore, i Pisani si ritrassono addietro col castello del legname; quelli di Pietrabuona affannatisi ritrassono a rinfrescare, e non pensando per quello rimanente del giorno avere più battaglia, non di meno al soccorso loro erano tratti i cavalieri e’ masnadieri, quelli che stare vi poteano coperti da’ trabocchi. I Pisani in questo riposamento rallungarono il ponte al castello, e con più asprezza ritornarono alla battaglia, e condotto il castello lungo la rocca, gettarono il ponte in su la torre, ma per questo non si curavano quelli d’entro, che ben poteano tre a tre combattere; ma quale che si fosse la cagione quelli d’entro invilirono, e quelli ch’erano venuti al soccorso incominciarono a abbandonare il castello, e quelli ch’erano di que’ d’entro i caporali pensarono a volere salvare danari e altre cose sottili ch’aveano nella rocca, e però affocarono la torre e abbandonarono la difesa, onde i Pisani francamente presono la terra, e cui giugnere vi poterono misono al taglio delle spade, intra i quali fu Nieri da Montegarulli antico e pregiato masnadiere, il quale essendo arrenduto alla fede vi fu morto, e altri presi e feriti: coloro che l’altro dì v’andarono pe’ morti, e per ricogliere i prigioni, sopra i corpi de’ morti prendendoli furono morti, e simile i ricomperatori. La gente de’ Fiorentini abbandonato il battifolle e arso con non poca vergogna si tornarono a Pescia. Di questa vittoria la gloria e la burbanza de’ Pisani troppo fu sopra modo, e la befferia smisurata, e la festa tanto grande, che dove avessono acquistato una provincia non l’avrebbono potuta fare maggiore, dispettando e avvilendo i Fiorentini, e per loro lettere, e oltre a ciò aprendo quelle de’ mercatanti fiorentini di loro mano v’aggiugneano villane e ontose parole del nostro comune. I loro anziani e governatori posto il senno dall’uno lato osarono dire, che se i Fiorentini avessono cuore a muovere guerra, che i loro soldati ne legherebbe tre uno di loro, e se v’andassono i cittadini, li vincerebbono e legherebbono le femmine loro, e molte altre altere e brutte parole con la testa levata usarono contro il comune di Firenze per muoverli a cruccio e impresa di guerra, ignoranti delle rivoluzioni della fortuna, la quale per guerra assai loro apparecchiò di male.

CAP. CII. Come quelli della valle di Caprese furono traditi dagli Aretini.

Del mese di maggio, quelli della valle di Caprese con l’aiuto di loro vicini e amici tanto seppeno adoperare, che presono la Rocca cinghiata la quale era de’ Tarlati, e teneano questa e la rocca del Caprese, e con gli Aretini s’erano accordati di torre da loro potestà, e di dare loro ogn’anno certo censo riconoscendoli per maggiori, e doveano i nemici degli Aretini avere per nemici, e gli amici per amici, e li Aretini li doveano in loro stato conservare e difendere. Stando così gli Aretini infintamente feciono l’oste bandire sopra un castello di quelli da Pietramala, e richiesono quelli della valle di Caprese d’aiuto, i quali liberamente di buona voglia elessono di loro fanti dugento più eletti e pregiati, e uscito il podestà d’Arezzo coll’oste quelli della valle Caprese s’aggiunsono con lui, ed egli vedendosi costoro tra le mani ne presono centoventi, gli altri fuggendo camparono. Presi gli amici gli amici per questa via, e mandati ad Arezzo, la gente degli Aretini col podestà entrò nella valle di Caprese, e menarono a tondo guastando e consumando ciò ch’era in quella; rifuggiti i paesani alla rocca, la quale era da guatarla e lasciarla stare. Gli Aretini avendo i prigioni domandavano la rocca; i Caprigiani con franchi animi si dispuosono di volere innanzi morire, e di vedere i loro prigioni morire, che volessono le rocche dare agli Aretini, e di presente mandarono sindaco con pieno mandato per darsi al comune di Firenze, il quale stette sopra quindici dì in Firenze per ciò fare: gli Aretini con loro ambasciadori storpiarono che il comune non fece l’impresa, dicendo che le rocche erano in punto che contra loro non si poteano tenere, e che il loro comune era amico e fedele del comune di Firenze, e che avendo essi le rocche l’aveano i Fiorentini, e in breve tanto seppono dire e operare con gli amici loro, che ’l comune non li tolse, il perchè di poi si dierono a’ Perugini, e da loro si trovarono ingannati, come appresso a suo tempo diviseremo.

CAP. CIII. Della mortalità dell’anguinaia.

In questi tempi, del mese di giugno e luglio, l’usata pestilenza dell’anguinaia con danno grandissimo percosse la città di Bologna, e tutto il Casentino occupò, salvo che certe ville alle quali perdonò, procedendo quasi in similitudine di grandine, la quale e questo e quel campo pericola, e quello del mezzo quasi perdonando trapassa; e se similitudine di suo effetto dare si può, se ciò procede dal cielo per mezzo dell’aria corrotta, simile pare alle nuvole rade e spesse, per le quali passa il raggio del sole, e dove fa splendore e dove no. Or come che il fatto si vada, nel Casentino infino a Dicomano nelle terre del conte Ruberto fè grande dannaggio d’ogni maniera di gente: toccò Modona e Verona assai, e la città di Pisa e di Lucca, e in certe parti del contado di Firenze vicine all’Alpi, e nell’Alpi degli Ubaldini: a’ Pisani tolse molti cittadini, ma più soldati. Nell’Isola di Rodi in questi tempi ha fatti danni incredibili: e nel 1362 del mese di luglio e d’agosto assalì l’oste de’ collegati di Lombardia sopra la città di Brescia per modo convenne se ne partisse, e nella città fece danno assai. Nella città di Napoli e in molte terre dei Regno, ove assai, e dove poco facea, ove niente. Nelle case vicine a Figghine cominciò d’ottobre in una ruga, e l’altre vie non toccò. In Firenze ove in una casa ove in un’altra di rado e poco per infino a calen di dicembre.