LIBRO UNDECIMO

CAPITOLO PRIMO. Il Prologo.

Sogliono naturalmente le cose opposte e contrarie insieme avvicinate più le loro contrarietà dimostrare. Questo pertanto al presente diciamo, perocchè la pace rotta al nostro comune per i Pisani, e la guerra per loro e mossa e cercata con molta astuzia sollecitamente per riavere il porto, ne presta materia di proemio all’undecimo libro di nostro trattato, prendendo principio dalla natura e condizione della pace fedelmente osservata, la quale è certo fermo e indubitato fondamento e grado delle mondane ricchezze, e della mondana felicità secondo il mondo. Ella è madre di unità e cittadinesca concordia; ella non solo alle piccole, ma eziandio alle menome cose partorisce accrescimento e esaltazione. I re del mondo loro reami in pace mansuetamente governano; i popoli liberi intenti a loro arti e mercatanzie moltiplicano in ricchezze, magnificando la faccia di loro cittadi con ricchi e nobili edificii, e per li sicuri matrimoni cresce e moltiplica il numero de’ cittadini con aspetto lieto e pieno di festa. E non solo i popoli che vivono in libertà, ma quelli che sottoposti sono al crudelissimo giogo della tirannia, la quale per sua malvagia natura e corrotta d’usanza a’ buoni e valorosi cittadini è del tutto e sempre nemica, e in palese e in occulto avversa, per la paura fitta nelle menti loro di perdere loro stato, maculati dalla coscienza delle loro crudeli e sanguinose operazioni; d’onde surge, che senza niuna pietà o discrezione ti disfanno e scacciano senza misericordia alcuna, affermando meglio essere terra guasta che terra perduta. Nè contenta loro perversa iniquità alle occupazioni delle loro cittadi, per cupidigia d’ampliare signoria le nazioni vicine tormentano, e massimamente i popoli che vivono in libertà, con continove guerre gradimenti e trattati. E per potere fornire loro empio proponimento, e mandare a esecuzione loro volontadi, i sudditi loro disfanno, moltiplicando gabelle e collette, ma con gravi imposte. Costoro spento il seme de’ buoni danno alquanto di respitto e triegua alle servili fatiche, un poco in pace patiscono ai loro sudditi respirare. Male dunque conosce e molto poco pregia la dolcezza della libertà chi per cupidigia di mortale vita la perde, se vita dirittamente ponderando appellare si può il servaggio. È dunque la pace bene considerata madre di letizia e d’ubertà, corona e nobiltà di potentissimi re e signori, protezione e scudo de’ liberi popoli, del tutto e per tutto avversa e nimica alla spaventosa, sterile e sanguinosa guerra, per la quale l’altissime cose caggiono e vengono meno. Quanti famosissimi re e signori nelle passate etadi ha ella straboccato in estrema miseria, con vilissimo e vituperabile uscimento di vita! Quante nobili famose e gloriose cittadi ha ella dai fondamenti sovverse, lo cui specchio è ai mortali manifestissimo argomento d’incredibili mali! Quante provincie ha ella lasciate disolate e povere d’abitatori in pauroso e spaventevole aspetto! Quanti e innumerabili popoli ha tagliati con ferro, e sommersi nel domestico e nel pellegrino sangue, i quali hanno lasciato di loro calamità, miseria, e avversa fortuna agl’ignobili luoghi famosi titoli! Chi potrebbe in piccolo numero di carte comprendere le incredibili e maravigliose cose che ne’ passati secoli il furore e la rabbia della guerra ha prodotte? Essa è occulto e malvagio seme, e ricettacolo della tirannia, la quale nel letume suo a guisa del fungo s’ingenera e surge, e nella sua pertinacia si nutrica e allieva. Dunque bene è d’abominare, e da recare dai buoni in persecuzione colui lo quale per ambizione, ovvero per propria malizia o disdegno, o per utilità privata, o per vendetta o per vanagloria la sua patria sospigne in guerra; e se noi amiamo il vero, io non conosco qual grazia trovare si possa nel cospetto di Dio per suo pentere, tutto che quasi stimi che impossibile sia il pentere tale uomo. Come può egli restituire le morti degl’innocenti e semplici? come gli omicidi? come gl’incendii? come le prede? come le violenze fatte alle oneste donne e alle pure vergini? come gli scacciamenti? come le povertadi? come le necessarie peregrinazioni? come il perdimento della libertà che tutte cose sormonta? Di quello che poco dire non si può è meglio il tacere: e qui far fine si dee, e dar luogo a chi molto può, e poco sa, e a molti offende. Anime tribolate, se potete, datevi in viaggio pace e buon piacere.

CAP. II. Degli apparecchi fatti da’ Fiorentini per la guerra contro a’ Pisani.

Il comune di Firenze per natura nell’imprese grave è e tardo, ma nel seguirle avveduto e sollecito, poichè deliberato avea di seguire l’inviluppata impresa incominciata contro a’ Pisani per Pietrabuona, e venia in aperta e palese guerra per vendicare sua onta, essendo i suoi governatori svegliati come da grave sonno, e infiammati per la vergogna prossimamente ricevuta, animosamente seguendo il consiglio di messer Bonifazio Lupo da Parma loro capitano, uomo quasi solitario e di poche parole, ma di gran cuore, e di buono e savio consiglio, e maestro di guerra, all’entrare del mese di giugno 1362 cominciarono a provvedersi intorno alle bisogne della guerra. E per coprire la tostana e sperata vendetta cominciarono a fabbricare a un’otta sedici trabocchi, nel lavorio de’ quali pigramente si procedea, per mostrare che l’assalimento avesse lungo tratto, e continovo sollecitamente si provvedeano di gente d’arme, e da cavallo e da piè. E per non mandare in arme la viltà delle vicherie, le quali senza lunghezza di tempo e lunga dimoranza, la quale è sempre nemica e nociva alla guerra, non si possono raccogliere, e perchè l’amistà e grazia de’ possenti sottrae dal comune servigio i buoni e’ valenti, e lascia i cattivi, mandarono i signori per tutti quelli gentili uomini e popolari di città e del contado, i quali sentirono abili e sofficienti a fare prestamente brigate di fanti e gente sperta in arme, e loro imposono e comandarono quanto più tosto potessono facessono il più gente potessono, i quali il comandamento senza dilazione mandarono ad esecuzione; sicchè il dì 15 di giugno il comune, che di gente di soldo e che di gente col detto ordine ricolta, si trovò millecinquecento uomini di cavallo, e quattromila pedoni, fra’ quali furono millecinquecento e più balestrieri. Ancora infra i detti giorni richiesono loro amistà, e infra gli altri richiesti furono i Perugini e’ Sanesi: i Perugini risposono, che per le novità aveano di loro usciti non aveano destro di potere sovvenire, e che bene sapeano che ’l comune di Firenze era tale e tanto, e di tanta forza e podere, che non che si potesse atare dal comune di Pisa, ma che agevolmente il dovea potere sormontare: i Sanesi senza altra scusa risposono, che non aveano gente da poterne loro servire: le quali risposte non sono da porre in oblio dalla liberalità del nostro comune, lo quale ne’ loro bisogni richiesto, di ciò che potuto ha non ha detto di no. Pistoiesi, Aretini, il conte Ruberto, e altri vicini vennono a servire il comune con quella gente da cavallo e da piè che fare poterono, onde il comune infra li 20 di giugno si trovò d’avere tra di soldo e d’amistà milleseicento cavalieri e cinquemila pedoni. I Pisani sentendo il fabbricare degl’ingegni, e la raunata di gente d’arme che si facea in Firenze, tutto ch’avessono certa la guerra per le cagioni dette di sopra, non di manco cominciarono a dubitare e temere, e cominciarono a fare sgombrare loro contado, e specialmente la Valdera, e afforzare e guarnire loro tenute verso le frontiere il meglio e il più pronto poterono, conducendo gente di soldo e da cavallo e da piè quanto poterono il più, con dare ordine a’ loro contadini e alle difese e a guardie di loro tenute.

CAP. III. Come seguendo gli antichi Romani gentili i Fiorentini nel dare dell’insegne al capitano presono punto per astrologia.

I nostri padri Romani prima che venissono al segno dell’imperio, in loro imprese di nuove guerre niente mai avrebbono incominciato, che prima felici augurii non avessono cerchi e veduti: pertanto ne’ sacrificii che facevano agl’idoli loro nelle interiora degli animali vittimati cercavano la sorte e l’avvenimento della fortuna; questo accecamento diabolico ed è ed esser dee in abominazione come avverso alla fede cristiana. Vicino e quasi consorte alla stoltezza degli augurii è quella parte dell’astrologia la quale predice i futuri avvenimenti delle cose nominate e singolari, e’ loro propri casi, e massimamente di riuscimenti di guerre, i quali sono nelle mani del signore Dio Sabaoth, che interpretato è Dio degli eserciti. I Fiorentini stratti del sangue romano, per vizio ereditario seguono i giudicii delle stelle, e altre ombre d’augurii sovente, e al presente avendo accolto l’esercito, di che avemo detto nel precedente capitolo, e volendo dare l’insegne, vollono il punto felice dall’astrologo, il quale fu lunedì mattina a dì 20 di giugno sonato terza, alla duodecima ora del dì; e ricevute l’insegne, avacciando il viaggio come cacciati, giunsono errore ad errore, perocchè sempre che insegne si dierono per guerra contro a’ Pisani, date volgeano al canto di Porta santa Maria, e poi per Borgo santo Apostolo; i governatori del fatto avendo sospetta la via di Borgo santo Apostolo, come al nostro comune male augurata contro a’ Pisani, le feciono volgere per Mercato nuovo, e per Porta rossa, e come poco avvisati non feciono prima levare i castagnuoli delle tende de’ fondachi, onde convenne s’abbassassono l’insegne. Il corso fu ratto, perchè non passasse l’ora data per l’astrologo al posarle fuori della terra a santa Maria a Verzaia, secondo l’antica usanza del nostro comune. Avemo arato il foglio con lungo sermone di lieve materia, ma fatto l’avemo per ricordo di quelli che dietro verranno, che non voglino sapere le cose future, nè porre speranza negl’indovinatori, perocchè solo Iddio è il giudicatore delle giuste e inique battaglie. Per alloggiare ne’ tempi loro le forestiere cose, lasceremo il processo della guerra di Pisa, e a suo tempo lo ripiglieremo.

CAP. IV. Della prospera fortuna de’ collegati lombardi.

E’ ne piace di fare un fascio di molte avvolture di santa Chiesa co’ suoi collegati lombardi, mescolando i tempi passati con quei di dietro, per non occupare troppi fogli con cose che non sieno rilevate. Del passato mese di maggio quelli della lega dopo la presura di Castelnuovo hanno tolto a’ nemici la terra di Salaro sita sopra il Po di Pavia, e la terra di Ligaria di qua dal Po, la quale è posta a otto miglia presso a Tortona, e più altre castella e ville del tenitorio di Pavia, e di giugno il castello d’Erbitra, il quale era del Saliratuo de’ Buiardi d’Elbiera, il quale per piacere a messer Bernabò, ritenendo il cassero a sè, gli avea prestata la terra per i bisogni di sua guerra: e il tiranno non osservata sua fede v’avea per sè fatta fare altra fortezza. Elbiera è vicina a Modena a otto miglia, ond’era camera a messer Bernabò d’onde forniva tutte le sue bisogne nella guerra co’ Bolognesi; il Saliratuo come fidato al tiranno praticava nel cassero ch’egli avea fatto, onde preso suo tempo, morte le guardie prese il cassero, e di presente con modi diede la terra al marchese di Ferrara. Appresso quelli della lega puosono l’oste a Brescia, e messer Bernabò che dentro v’era se ne fuggì. Qui lecito mi sia gridare e dire, che Dio confonde e avvilisce le arroganti parole che detto avea il tiranno che gastigherebbe i Lombardi venuti in lega come putti, ed eglino hanno gastigato lui. Giugnamo alle predette fortune, che essendo grande quantità d’Inghilesi infino a Basignano avvenne, che la gente di messer Galeazzo ch’era alla guardia del castello volendo fare del gagliardo si fè loro incontro, e di presente fu rotta, e alquanti ne furono morti, tutti gli altri rimasono prigioni. Sopra le dette baratte di guerra i collegati presono Gheda in sul Bresciano a dì 20 di luglio, terra che fa oltre a ottomila uomini: e quelli che teneano Basignano in sul Po per messer Bernabò, e per guardarla aveano spesi molti danari, e da lui altro che minacce non poteano ritrarre, la ribellarono, e la dierono a’ collegati, ricevuti da loro circa a diecimila fiorini d’oro, che aveano spesi in guardarla. Oltre alle predette cose i collegati hanno corso il Novarese e assediata Novara. Volgendo un poco il mantello a uso di guerra, avendo i collegati preso il castello del ponte a Vico in su l’Oglio, quelli della rocca si patteggiarono d’arrendersi se fra certi giorni non fossono soccorsi; i collegati aveano nel castello messe ventotto bandiere di cavalieri e soldati a piè assai, i quali non pensando che soccorso potesse venire stavano sciolti e con poco ordine; il castellano intendente compreso loro cattivo reggimento lo significò a messer Bernabò, il quale di notte con gran quantità di gente, e la mattina davanti il fare del giorno messo in ordine, per gli alberghi e per le case tutta la detta gente prese; e così va di guerra. Più la pestilenza dell’anguinaia avendo aspramente assalito la città di Brescia, e l’oste de’ collegati ch’era di fuori, li strinse a partire, e si tornarono a Verona, e quindi ciascuno alla terra sua.

CAP. V. Della morte di Leggieri d’Andreotto di Perugia.