Leggieri di Andreotto popolare di Perugia fu uomo di grande animo, e al suo tempo Tullio, perocchè fu il più bello dicitore si trovasse, e senza appello il maggiore cittadino ch’avesse città d’Italia che si reggesse a popolo e libertà, e il più amato e il più careggiato e dal popolo e da’ Raspanti, ma a’ gentili uomini li cui trattati avea scoperti forte era in crepore e malavoglienza. Avvenne che una domenica a dì 19 di giugno, essendo egli quasi all’incontro delle case sue nella via, e leggea una lettera, un figliuolo bastardo di Ceccherello de’ Boccoli, cui il detto Leggieri avea per lo trattato di Tribaldino di Manfredino fatto decapitare, il quale il tenea in continovo aguato cautamente per offenderlo, si trovò in una casa del Monte di Porta soli, la cui finestra a piombo venia sopra il capo di Leggieri; costui non trovando altro più presto prese una macinetta da savori la quale trovò vicina alla finestra, e presola a due mani l’assestò sopra il capo di Leggieri, e l’abbattè in terra morto, che mai non fè parola. Della sua morte non fu piccolo danno a’ Perugini, e per così lo riputarono, perocchè fare lo feciono cavaliere, e li feciono l’esequie regali e pompose col danaio del comune, per allettare gli altri che venissono poi a bene operare per la repubblica sua.

CAP. VI. Come i Fiorentini cavalcarono in Valdera e presono Ghiazzano.

Tornando alle fatiche nostre, manifestato ha sovente l’esperienza, che la disordinata e sfacciata baldanza de’ presuntuosi e alteri cittadini i quali sono suti per loro procacci dati, non dirò consiglieri, ma piuttosto balii e tutori a’ capitani nelle guerre del nostro comune, e a’ capitani e al comune hanno fatti vituperii assai, e notabili e gravi danni, e inrimediabili vergogne, talvolta per non conoscere e volere mostrare di sapere, talora con malizioso procaccio di loro private utilitadi e onori. Così essendo dati al capitano messer Bonifazio consiglieri assai vie più presuntuosi che savi, e coloro ritrovandosi in Pescia con l’oste de’ Fiorentini, avendo a cavalcare i nemici, non solo lo consigliavano, ma eziandio con parole e arroganti segni lo sforzavano, sotto la baldanza dello stato cittadinesco che usurpato aveano, che cavalcassono in quello di Lucca, dove fortuna quasi sempre al nostro comune era stata avversa; ma il valente capitano certificato già de’ vecchi errori in simili atti commessi, poco pregiando nel segreto suo e loro voglie e consigli, e non avendo loro autorità nè grandigia in dottanza, di fuori mostrava volere seguire loro talento, e nel petto tenea raccolto il suo; e contro all’opinione d’ogni qualunque il giovedì mattina a dì 23 di giugno partì da Pescia con tutta l’oste, e tenne verso Fucecchio e Castelfranco, e il seguente dì, il giorno di san Giovanni, si mise per lo stretto di Valdera a piè di Marti, certo dell’impotenza de’ nemici, e corse infino a Peccioli, e la sera combattè il castello di Ghiazzano, e per la moltitudine delle buone balestra tanto impaurirono quelli d’entro, che a dì 26 del mese dierono il castello salve le persone, il quale fu per camera del nostro comune infino alla presa di Peccioli, che poco appresso seguì.

CAP. VII. Come i Fiorentini soldarono galee contra i Pisani.

Non contenti i Fiorentini co’ Pisani alla guerra di terra con loro, vollono tentare la fortuna del mare, e del mese di giugno condussono a soldo Perino Grimaldi con due galee e un legno, e uno Bartolommeo di...... con altre due galee, i quali promisono con detti legni bene armati essere per tutto il mese d’agosto nella riviera di Pisa, e fare guerra a’ Pisani a loro possanza.

CAP. VIII. Come i Perugini presono la Rocca cinghiata e quella del Caprese.

Essendo gli ambasciadori e’ sindachi degli uomini e comunità di Val di Caprese stati a Firenze a sollecitare il comune che per suoi li prendesse, e con loro quelli della Rocca cinghiata, per la molta forza d’amici che si trovarono gli Aretini tra le fave, si sostenne che accettati non fossono, in danno e disonore del nostro comune: ond’essi dileggiati presa disperazione s’avventarono e dieronsi a’ Perugini, i quali li ricevettono graziosamente; e di presente del mese di luglio vi mandarono quattrocento fanti e centocinquanta uomini da cavallo, e presonsi le tenute di quelle due notabili rocche.

CAP. IX. Come novecento cavalieri di quelli di messer Bernabò furono sconfitti da seicento di quelli di messer Cane Signore.

Era la gente di messer Cane Signore e di Polo Albuino in numero di seicento cavalieri del mese di luglio 1362, essendo messer Bernabò in Brescia con gente molta più assai di cavallo, la detta gente di messer Cane in passaggio albergò dinanzi delle porte della città, e una domenica mattina partendosi di quindi per ridursi a Pescara e coll’altra gente della lega, lasciato fornite Ganardo e Pandegoli castella di nuovo per loro acquistate in sul Bresciano, ed essendo già intra ’l detto Pandegoli e Smaccano, la gente di messer Bernabò in numero di novecento barbute e oltra, che in que’ giorni s’era ricolta nel castello di Lenado, parendo loro avere mercato della gente di messer Cane, s’apparecchiarono ad assalirla. La gente di messer Cane sapendo che i nemici avanzavano il terzo e più, e che nel luogo dov’erano aveano il disavvantaggio del terreno, e che si metteano in punto per assalirli, non aspettarono, e il detto giorno nell’ora del vespro nella disperazione presono cuore, e assalirono francamente i nemici in su l’ordinarsi, e col favore di Dio li misono in rotta, e assai ne furono morti e magagnati e assai presi, intra’ quali di nome furono messer Mascetto Rasa da Como loro capitano, con venticinque conestabili assai pregiati in arme, e altri assai che non si nominano; e quindi a non molti giorni trecento barbute della gente di messer Bernabò in sul Bresciano dalla gente della lega furono sconfitti.

CAP. X. Disordine nato tra’ Genovesi per la guerra de’ Fiorentini e’ Pisani.