La sagacità de’ Pisani non trovava posa, ma con solleciti modi e occulti trattati per torre delle terre de’ Fiorentini, e avendo del mese di febbraio 1362 per danari corrotte certe guardie diputate a certa parte delle mura di Pescia, nella mezza notte con scale assai, e con cinquecento uomini di cavallo e con duemila fanti eletti, con molto ordine s’accostarono alle mura della terra che guardavano i traditori tacitamente, che quelli d’entro niente ne sentirono. I traditori come li sentirono, che stavano a orecchi levati, uccisono le guardie ch’erano con loro alle poste ignoranti del tradimento; onde i Pisani avendo poste le scale sicuramente salivano, e già assai n’erano in sulle mura. Occorse per fortuna, che quegli che andava rassegnando le guardie in quello stante vi sopraggiunse, e scoperta la baratta in istante levò il romore, e svegliata la terra, quelli ch’aveano prese le mura impauriti se ne fuggirono, e le guardie del trattato con loro insieme, e la gente de’ Pisani si ridusse a salvamento alle terre loro.
CAP. XLI. Come papa Urbano pubblicò in Avignone i processi fatti contro a messer Bernabò.
All’entrata del mese di marzo 1362, papa Urbano quinto in Avignone pubblicò il processo che fatto avea contro a messer Bernabò, e avanti che pronunziasse, gli ambasciadori di messer Bernabò e i suoi avvocati comparirono e dierono boce che v’era messer Bernabò, onde il papa prolungò il termine per infino a di 4 di marzo, e di nuovo lo fece citare, facendo cercare per suoi mazzieri tutta la corte, e il venerdì 4 di marzo mandò due cardinali in persona a fare cercare il palagio e l’udienza, e tutto per lo detto messer Bernabò; in fine fatto armare tutta sua famiglia e i Lombardi cortigiani a guardia della corte, fece consistoro e sermone sopra i fatti di messer Bernabò con alto e nobile parlare, dolendosi delle sue eresie e delle sue infedeltà, e appresso fè pubblicare il processo suo, nel quale il condannò come eretico e infedele in molti articoli, e lo pronunziò scismatico e maladetto di santa Chiesa, privandolo di tutti onori, dignitadi, titoli, e privilegi, e giurisdizioni, e assolvendo dal giuramento tutti i sudditi suoi, annullando tutti i privilegi imperiali che avesse per successione, e che gli fossono conceduti in persona, e ogni e qualunque avesse per altro modo, e privollo del matrimonio liberando la moglie come cristiana dal marito eretico e infedele: e nella sentenza involse chiunque li desse consiglio, aiuto e favore, e i sudditi se l’ubbidissono, e chi lo servisse in arme per soldo o in niuno altro modo, o contro alla Chiesa di Dio s’operasse; e concedette indulgenza di colpa e di pena a quelli che fossono confessi e pentuti a chi contra lui prendesse la croce quando fosse predicata, e in essa sentenza orribile involse i descendenti, come nati di sangue eretico e infedele. Pronunziata la sentenza il santo padre si levò ritto, e misesi in ginocchione colle mani giunte e levate al cielo, e come vicario di Gesù Cristo invocò l’aiuto suo, e di M. S. Piero e di M. S. Paolo, e di tutta la celestiale corte, pregando che come avea il tiranno infedele e crudele legato in terra con sua sentenza come vicario di Cristo e successore di san Pietro, così essi lo legassono in cielo. Lo re di Francia, ch’era in corte a procurare per lo tiranno, e ’l procurò in sua utilità si tornava, forte se ne scandalizzò, e molti cardinali i quali erano suoi protettori in corte e provvisionati nel segreto assai malcontenti ne furono, avendo più caro loro occulta prefenda che l’onore di santa Chiesa.
CAP. XLII. Come morì messer Simone Boccanera primo doge di Genova.
A dì 13 di marzo di detto anno, essendo gravemente malato messer Simone Boccanera doge di Genova, e correndo la boce ch’egli stava male, il popolo prese l’arme, e chiamò venti popolani, i quali domandarono in guardia il palagio del doge, e a dì 14 del mese v’entrarono e trassonne circa a trecento tra parenti, e famigli e amici del doge, e nel palagio lasciarono lui, e la moglie e’ figliuoli, e questi venti che teneano il palagio elessono altri sessanta popolani al consiglio loro, e con loro consiglio e favore crearono nuovo doge, lo quale fu messer Gabbriello Adorno mercatante di buona condizione e fama, il quale vollono, che campasse o morisse messer Simone Boccanera, fosse doge; e ciò fatto riposò il popolo, e puose giù l’arme, e i gentili uomini e gran case di tutto niente si travagliarono. Durando nella infermità il Boccanera, furono creati sei sindachi ch’avessono a ricercare le ragioni de’ suoi ufici, e infine tra per l’oppressione de’ sindachi, e chi disse, e forse non mentì, aiutato, assai miseramente passò di questa vita, e il corpo suo con due bastagi e un famiglio fu portato alla chiesa. E tale fu il fine del valente e famoso uomo della primizia de’ dogi di Genova.
CAP. XLIII. Come fu morto il conte di Lando.
Avendo del mese di marzo la Compagnia bianca tolto un castello a messer Galeazzo, ed egli vi mandò in soccorso il conte di Lando con quattrocento barbute; per scontrazzo s’abboccò con gl’Inghilesi e fu sconfitto, e morto d’una lancia di posto nel petto. E tale fine trovò colui che capo di compagnia famoso, più volte avea liberamente corsa gran parte dell’Italia con fare ogni uomo ricomperare.
CAP. XLIV. Come Bernabò Visconti fu dalla gente della lega sconfitto alla bastita a Modena, e come la perdè.
A dì 16 d’aprile 1363, Bernabò eretico per sentenza del santo padre, con duemilacinquecento cavalieri di sua gente eletta venne per fornire la bastita che tenea sul Modanese, la quale era assediata e forte stretta dalla gente della lega de’ Lombardi, e giugnendo la mattina, preso in prima agio, rinfrescamento e ordine, colle schiere fatte, anzi si strignesse alla bastita, ne fece subitamente rizzare un’altra non molto di lungi dalla Negra; la bastita era dificata in forma che non s’avea se non a conficcare: la gente de’ collegati bene capitanata e in punto, con due forti campi intorno alla bastita con due lati e profondi fossi, l’uno lungo il campo, e l’altro di fuori alla tratta del balestro, sicchè bene si potea la gente della lega tra’ due fossi schierare. Il tiranno colla forza di sue schiere passò il primo fosso, onde convenne a quelli ch’erano tra le barre per paura rifuggire ne’ due campi, e lasciarono fornire la bastita, dove mise il tiranno trentasei carra di fornimento; e ciò fatto Bernabò se n’andò a Crevalcuore per sollecitare il resto del fornimento, e a’ suoi impose che attendessono la notte prima si partissono, ma Anichino di Bongardo partito Bernabò disse, che poichè fatto avea il servigio per che era venuto quivi non intendea albergare, e si mosse con ottocento barbute. I capitani della lega imbaldanziti, veggendo i modi che teneano i nemici in sconcio e male ordinati, essendo in punto colle schiere fatte e bene capitanati, le brigate coraggiosamente percossono a loro. La battaglia per la eletta gente di Bernabò fu aspra, la quale durò infino all’ora di vespero, e allora, come fu il piacere di Dio, la gente de’ collegati vinse; assai furono i morti, e non de’ minori. Presivi furono messer Ambrogiuolo figliuolo naturale di Bernabò, messer Lodovico dall’Occa da Pisa, messer Guglielmo de’ Pigli da Modena, messer Sinibaldo degli Ordelaffi da Forlì, messer Guglielmo Cavalcabò, messer Giovanni Penzoni da Cremona, messer Guido Savina, messer Ghiberto da Correggio, Antonio da Santovito figliuolo di messer Ghiberto da Fogliano, Beltramo de’ Rossi da Parma, Guglielmo Aldighieri da Parma, messer Andrea de’ Peppoli, messer Niccolò Pallavicini, messer Giovanni dalla Mirandola, messer Giovanni Bolzoni di Milano ricco di quattrocentomila fiorini, Antonio d’Ungheria, Luchino de Asalis da Milano, Piero da Correggio, Guido da Foiano, Mocolo dalli Pelagri, Alessandro da Verona, Giovanni Scipioni, Paolo Zuppa da Parma, Maffiuolo da Labro di Milano, Damulo Dusmago di Milano, Baroncio del maestro Manno, e altri nomati infino nel numero di trentotto: a bottino mille cavalli e molti prigioni. Quinci seguì, che quelli della bastita non essendo forniti, Bernabò non avendo possanza di soccorrerli, s’arrenderono salve le persone.