Del mese di dicembre di detto anno, per uno fedele di Giovacchino di Maghinardo degli Ubaldini rivelato gli fu, che Ottaviano suo fratello l’avea richiesto, e tenea trattato di torli Castelpagano; Giovacchino volle che il fedele seguisse il trattato, e procedendo a tanto venne al fatto, che Giovacchino essendosi dentro fornito in modo che non potea essere forzato, ordinò che il fedele al giorno dato mise i fedeli e’ fanti di Ottaviano; Giovacchino fece serrare le porte, e mettere al taglio delle spade quelli che dentro v’erano racchiusi. Occorse ch’uno fedele di Ottaviano veggendosi in luogo da non potere campare, disperando, come un verro accanato si dirizzò a Giovacchino, e lo fedì nella gamba, della quale fedita di spasimo indi a pochi giorni morì. Conoscendo Giovacchino il poco amore del fratello verso lui, e ch’era cagione di sua morte, fè testamento, e lasciò erede il comune di Firenze; il quale poi del mese di febbraio per suo sindaco, come giusto e legittimo erede prese la tenuta di Castelpagano, e d’altre terre e beni che s’apparteneano al detto Giovacchino.
CAP. XXXVI. Come il conte di Focì sconfisse e prese quello d’Armignacca.
Erano gare e questioni spiacevoli e gravi intra il conte di Focì e il conte d’Armignacca, il perchè in fine ciascuno fece suo sforzo sì di sua gente e sì d’amistà, e a dì 5 di dicembre ingaggiati di battaglia si trovarono in sul campo all’Isola presso di Tolosa, e commisono insieme aspra battaglia, la quale per la pertinacia della buona gente che temeva vergogna sì dall’una parte come dall’altra durò per lungo spazio di tempo, dove si trovò morti in sul campo tra dall’una e dall’altra parte oltre a tremila uomini da cavallo, che ve n’ebbe mille cavalieri e gentili uomini di rinomea, e a quello di Focì rimase il campo, e quello d’Armignacca fedito rimase prigione, e con lui il conte di Giagne, e il conte di Montelesori, e ’l signore di Libret con due suoi fratelli, e il conte di Cominga, e più altri signori e gentili uomini di nomea.
CAP. XXXVII. Come i Pisani vollono torre il campanile d’Altopascio.
I Pisani, come uso di guerra richiede, solleciti ad offendere loro avversari, tutto che ’l verno soglia prestare triegua alle guerre campali, a dì 8 di gennaio di detto anno con seicento cavalli e duemila buoni pedoni si strinsono al campanile d’Altopascio, che l’altro per loro era stato arso, come di sopra narrammo, e quello assediarono, ma assediati dalla durezza del verno finiti i cinque giorni lasciarono l’impresa, il perchè i Fiorentini a’ 17 dì del mese, il dì di santo Antonio, veggendo che i Pisani s’erano partiti dall’assedio, considerando che la fortezza era stecco nell’occhio al Pisano, vi mandarono il conte Francesco da Palagio con venticinque uomini a cavallo e dugento fanti, e con molti maestri per riporre il castello sotto la sicurtà del campanile: i Pisani, che vicini erano al luogo, sentendo il fatto, con seicento cavalieri e duemila masnadieri assalirono i nostri, i quali trovarono sospesi e attenti al lavorio, i quali per lungo spazio di tempo francamente si difesono come prod’uomini, ma il proverbio è pur vero che i più vincono, i Pisani per le rotture del muro si misono dentro, onde i nostri non potendo sofferire pensarono a ritrarsi a salvamento, de’ quali cento e più si fuggirono nel campanile, gli altri alle terre del comune di Firenze vicine ad Altopascio; e in tanta zuffa non vi furono morti che sei, uno dalla parte fiorentina e cinque dalla parte de’ Pisani, magagnati e fediti d’ogni parte ne furono assai. La nostra gente da cavallo che già sentito avea il romore traeva al soccorso, e traendo caddono ne’ guati che per i Pisani erano messi, e rimasonne otto presi, i quali agli altri scopersono i guati. I Pisani ciò fatto a dì 27 del mese si partirono e arsono quello che rimaso era da ardere fuori del campanile, e partiti di là si puosono a oste a Castelvecchio, e i Fiorentini armati, e ciascuno in distanza di piccolo tempo se ne partì senza fare frutto niuno.
CAP. XXXVIII. Come in Firenze s’ordinò tavola per lo comune per servire i soldati.
Gl’ingordi e disonesti usurieri, che sotto colore di prestanza sovvenieno i soldati di loro comune, portavansene i loro soldi, l’arme e’ cavalli, il perchè il comune ai suoi bisogni non li potea avere cavalcati; mosse il comune a fare banco, il quale con danari del comune potesse sovvenire a’ soldati, e del mese di febbraio 1362 fu ordinato co’ suoi ufiziali, i quali, nel detto anno in calen di marzo cominciarono l’ufizio, ed ebbono al cominciamento del banco dal comune quindicimila fiorini.
CAP. XXXIX. Come i Pisani vollono torre santa Maria a Monte.
A dì 26 del mese di gennaio, il capitano de’ Pisani Rinieri del Bussa da Baschi con ottocento cavalieri e tremila pedoni cavalcò a santa Maria a Monte, e considerando che per due ponti ch’erano sulla Gusciana i Fiorentini poteano soccorrere il castello, quelli prestamente tagliarono, e nel pieno della notte assalirono il castello da due parti, e con aspra battaglia e gran romore per molto spazio di tempo il combatterono, e per i soldati del comune e per i terrazzani furono villanamente ributtati, avendo già poste le scale alle mura del borgo, e assai ne furono morti e magagnati colle pietre e co’ balestri; e sopravvegnendo il giorno, veggendosi perduta la speranza della terra, cominciarono ad ardere e fare preda per lo paese: avendo di ciò boce messer Ridolfo da Camerino allora capitano de’ Fiorentini trasse al soccorso; i Pisani non lo attesono.