Nel detto anno del mese d’ottobre, Perino Grimaldi a soldo del comune di Firenze, con quattro galee e un legno bene armati e di buona gente, avendo fatto dannaggio assai per la riviera di Pisa, si mise in Portopisano, e giunti alle piagge, e con barche misono a terra una parte de’ loro balestrieri, i quali colle balestra francamente assalirono cinquanta cavalieri e molti fanti che per i Pisani erano posti alla guardia del porto, temendo che l’armata de’ Fiorentini non li danneggiasse nel seno del porto loro. La gente de’ Pisani non potendo sostenere l’oppressione della balestra abbandonarono il porto, onde i Genovesi presono il molo, e senza arresto giunti al palagio del ponte v’incominciarono colle balestra aspra battaglia: nel palagio erano venti masnadieri, i quali ben guerniti alla difesa non lasciavano i Genovesi appressare alla porta. Durando la detta battaglia per lungo spazio, il capitano delle galee saputo guerriere fece a due galee levare alto gli alberi, e miservi l’antenne, e nella vetta di ciascuna antenna mise una gabbia, e allogò due de’ migliori balestrieri ch’egli avesse nell’armata, e le galee condussono vicine al palagio, e l’antenne levavano alte a bassavano come domandavano i balestrieri ch’erano nelle gabbie, e talora erano al pari del palagio, e talora più alti, e ferendo i fanti ch’erano alla guardia sopra la porta non li lasciavano scoprire alla difesa, onde quelli ch’erano a piè del palagio sentendo allentata la difesa spezzarono le porte, e presono il palagio con quelli che dentro v’erano; poi si dirizzarono all’una delle mastre torri, e quella per simile modo ebbono e abbatterono, e nel cadere che fece uccise alcuni Genovesi che la tagliarono, l’altra torre ebbono a patti; e ciò fatto, prestamente rifeciono il ponte in su l’Arno, ch’era tagliato, e addirizzaronsi al palagio della mercatanzia e al borgo, e quelli per lungo spazio combatterono, ma per i cavalieri e masnadieri che quivi erano rifuggiti niente vi poterono acquistare, tutto che gran danno colle balestra facessono. Tornati al porto baldanzosi per la vittoria arsonvi una cocca che v’era carica di sale, e più altri legni che vi trovarono; e per dispetto de’ Pisani, e per rispetto della nuova vittoria de’ Fiorentini, velsono le grosse catene che serravano il porto, e quelle, carichi d’esse due carri, mandarono a Firenze, strascinandole per tutto per derisione, delle quali furono fatte più parti, e in tra l’altre quattro pezzi ne furono appesi sopra le colonne del profferito dinanzi alla porta di san Giovanni. E fu per chi il fè avuto rispetto alla perfidia de’ Pisani, i quali per i nobili servigi ricevuti loro donarono quelle colonne abbacinate, e coperte di scarlatto, e perchè l’uno esempio chiamasse l’altro.
CAP. XXXI. Come messer Bernabò mandò a papa Urbano a proseguire la pace.
Come messer Bernabò sentì la coronazione di papa Urbano quinto creò solenne e onorevole ambasciata, e mandogliele, i quali fatto la debita reverenza, e rallegratisi in persona di loro signore di sua coronazione, appresso gli esposono come messer Bernabò con reverenza domandava di volere seguire l’accordo già cercato tra la santa Chiesa e lui; il papa con grave aspetto avendo ricevuti gli ambasciadori, con quello medesimo rispose, che quando il signore loro avesse renduto a santa Chiesa le terre sue, le quali contra ogni giustizia tiene occupate, e volesse delle sue perverse operazioni tornare a penitenza e a obbedienza della Chiesa di Dio, come fedele cristiano che lo riceverebbe. Allora gli ambasciadori ricorsono al re di Francia che del detto mese di novembre era in Avignone, perchè si facesse trattatore e mezzano, il quale dal papa ebbe simigliante risposta, e di corte si partì mal contento; e per questo e per altre cagioni gli ambasciadori di messer Bernabò lo seguirono, pregandolo ritornasse in corte, e niente ne volle fare. Partito il re, indi a picciolo tempo il santo padre fermò gravissimi processi contro a messer Bernabò d’eresia e scisma, i quali si pubblicarono in Firenze domenica a dì 29 di gennaio 1362, ne’ quali erano molti articoli d’eresia, e intra gli altri, che egli tenea d’essere Iddio in terra, massimamente nel distretto suo, e assegnolli termine a irsi ad escusare per tutto il mese di febbraio 1362.
CAP. XXXII. Domande fatte per lo re di Francia al papa.
Quattro cose dopo la visitazione e rallegramento di sua coronazione domandò il re di Francia al santo padre; in prima, quattro cardinali de’ primi facesse: appresso sei anni le rendite di santa Chiesa in suo reame domandando di poterle in tre anni ricoglierle per aiuto a pagare il re d’Inghilterra, di quello che per i patti della pace fare li dovea: la terza domanda fu, che gli piacesse per mezzanità sua seguire il trattato della pace con messer Bernabò, promettendoli di fare stare contento messer Bernabò a quattrocento migliaia di fiorini, i quali dovesse pagare la Chiesa al re in otto anni, cinquantamila per anno, mostrando che ciò gli era in grande acconcio alle faccende che a fare avea con il re d’Inghilterra, affermando che messer Bernabò glie ne facea sovvenenza quel tempo che a lui piacesse: la quarta domanda fu, che piacesse a sua santità dare opera che la reina Giovanna fosse sposa del figliuolo. A questa ultima il papa prima rispose, che quanto per sè esso n’era molto contento, e gli piacea, quando il figliuolo dimorasse nel Regno, e prestasse il saramento e il debito censo a santa Chiesa, e dove fosse in piacere della reina cui ne conforterebbe. All’altre domande disse al re che n’arebbe suo consiglio, e che perciò non bisognava ch’egli stesse, che a tempo li risponderebbe; e per non avere materia di fare in dispiacenza del re, che avea chiesti quattro cardinali, per le digiune nullo ne volle fare. Il re passò il Rodano visitando le terre della Provenza, mal contento alle risposte del papa.
CAP. XXXIII. Di grande acquazzone che in Italia fè danno.
All’entrata di novembre per tutta Italia furono grandissime e continove piove; in Lombardia ruppono gli argini del Po in più luoghi, e tutto il paese allagarono con danno grandissimo de’ paesani; in Firenze ruppono la pescaia della Porta alla giustizia, e il muro fatto per lo comune per riparo della Piagentina, e stesonsi l’acque in essa profondandosi forte, e vennono insin presso alle mura sopra la Porta alla giustizia, a quelle tosto arebbono con la porta e colla torre del canto gittate in terra, se non fosse stato il presto argomento di buoni maestri, i quali con pali a castello e con altri ripari sollecitamente e di dì e di notte puosono riparo.
CAP. XXXIV. Come il re di Cipro andò ad Avignone con tre galee.
Il dì tre di dicembre 1362, lo re di Cipro con tre galee apportato andò ad Avignone al santo padre, per ordinare e dar modo con lui al passaggio oltremare non ancora maturo; il perchè i saracini sentendo suo cercamento, in Egitto, e in Damasco e in Soria presono molti cristiani, e forte gli afflissono: e per tanto questi accennamenti sono ai cristiani che di là praticano forte dannosi.