In quel tempo lo stato di Roma e reggimento era tornato nelle mani del popolo minuto, del quale si facea capo, ed era il maggiore e quasi signore un Lello Pocadota, ovvero Bonadota calzolaio, il quale col favore del detto popolo avea cacciati di Roma i principi, e’ gentili uomini, e’ cavallerotti, ed essi di fuori accoglieano gente, e misono in grida che aveano al loro soldo condotta la compagnia del Cappelletto, la quale allora era in Campagna, di che per questa tema i governatori di Roma feciono seicento uomini a cavallo di soldo tra Tedeschi e Ungheri, e altrettanti de’ loro cittadini, e numerato il popolo romano a piè si trovarono essere ventidue migliaia d’uomini armati, e per temenza la notte faceano guardare le porte. Occorse in questi giorni, o per sagacità che fosse, o per errore de’ gentili uomini, che avendo i Romani mandato loro potestà a Velletri, fama uscì fuori che quelli di Velletri l’aveano morto, onde i rettori di Roma diffidati di loro stato accolsono consiglio, e coll’autorità d’esso dierono al papa il governo della città liberamente come a signore: ben vollono per patto che messer Guido cardinale di Spagna non vi potesse avere alcuno ufizio o giurisdizione. Tu che leggi ed hai letto le alte maravigliose cose che feciono i buoni Romani antichi, e tocchi queste in comparazione, non ti fia senza stupore d’animo.

CAP. XXVI. Come Dio chiamò a sè papa Innocenzio, e fu fatto papa Urbano quinto.

Fu papa Innocenzio sesto uomo di semplice ed onesta vita, e di buona fama, colla quale passò di questa vita a migliore a dì 11 di settembre 1362, e a’ tredici dì fu seppellito alla chiesa di nostra Dama d’Avignone. Sedette papa anni nove, mesi otto e dì sedici: vacò la Chiesa di Roma dì quarantotto. I cardinali essendo chiusi in conclavi in numero ventuno a dì 28 di settembre, si trovò che dato aveano quindici voci al cardinale...... che fu vescovo di...... monaco nero, e di nazione Limogino, uomo per età antico, e per vita di penitenza, e del tutto dato allo spirito, a cui essendo revelato lo squittino, avanti che pubblicato fosse papa con molto fervore d’amore e umiltà rinunziò. I cardinali, perchè per avventura non era chi arebbono voluto, accettarono la rifiutagione. Appresso il cardinale di Tolosa nipote del cardinale d’Aubruno ebbe undici voci delle ventuno, un altro dieci, un altro nove, onde a’ trenta di settembre gara entrò tra’ cardinali, ed erano in grande discordia, ch’una parte d’essi il volea Limogino, e l’altra no. In fine come piacque a Dio, da cui viene ogni bene e ogni grazia, il dì ultimo d’ottobre elessono in papa messer Guglielmo Grimonardi, nato della Siniscalchia di Belcari, il quale era abate di san Vittore di Marsilia, dell’ordine di san Benedetto, uomo d’età di sessanta anni, onesto e di religiosa vita, pratico e intendente assai. Costui di settembre era venuto con danari che la Chiesa mandò al legato ambasciadore alla reina Giovanna, passò per Firenze, e di convito de’ signori fu riccamente onorato; sentita per lui la morte d’Innocenzio si partì di Firenze, ed osò dire, che se per grazia di Dio vedesse papa che avesse in cura di venire in Italia, e alla vera sedia papale, e abbattesse i tiranni, e l’altro dì morisse, sarebbe contento. I cardinali perchè non era in Avignone, come scritto avemo, quando fu eletto, lo tennono celato, e mandarono per lui fingendo per certe cagioni averne prestamente bisogno, e segretamente a dì 30 d’ottobre entrò in Avignone, e a dì 31 fu pubblicato papa, e nomato Urbano quinto: prese il manto e la corona a dì 6 di novembre.

CAP. XXVII. Come al re Pietro di Castella morì un figliuolo che avea.

La novità del fatto ne dà materia di mettere in nota quello che passare con silenzio, essendo stato il caso in altrui, non era da ripigliare. Del mese d’aprile passato, Pietro re di Castella avendo un figliuolo di dama Maria sua femmina d’età di tre anni e mezzo, volle dare a intendere, e fare credere al suo reame, che fosse legittimo e naturale, e pubblicamente osò dire, che la detta dama Maria era sua legittima sposa; e per affermare a’ sudditi suoi quello dicea, volle e ordinò che tutti quelli che aveano a fare omaggio alla corona a certo giorno dato giurassono fedeltà nelle mani del fanciullo, e così feciono tutti i suoi baroni, chi per amore e chi per paura, e per reverenza d’omaggio tutti li baciarono la mano, e il simile feciono i sindachi di tutte le comunanze del suo reame. Nel detto anno del mese d’ottobre il fanciullo morì, di che il re duolo ne prese a dismisura, e vestissene a nero con tutti i suoi baroni. Dimostrò che a Dio sovente non piace quello che piace all’uomo, massimamente le burbanze.

CAP. XXVIII. Come Perino Grimaldi prese l’isoletta e castello del Giglio.

All’entrante del detto mese d’ottobre, Perino Grimaldi da Genova al soldo del comune di Firenze con due galee e un legno, giunte a lui l’altre due galee condotte per lo comune, si dirizzò all’isola del Giglio, e scesi in terra con molto ordine assalirono la terra con aspra battaglia. I terrazzani tutto che sprovveduti francamente si difesono, e per lo giorno la battaglia durò dalla terza al vespero, nella quale di quelli d’entro molti ne furono morti, molti magagnati dalle buone balestra de’ Genovesi. Partita la battaglia i Genovesi si tornarono a loro galee, e medicarono i loro fediti, e presono la notte riposo. Il seguente dì la mattina tornarono alla battaglia con molto più cuore e ordine, avendo scorta la paura e il male reggimento di quelli della terra: così disposti andando, si feciono loro incontro tre di quelli della terra senza arme gridando, pace pace, e giunti al capitano, lui ricevente per lo comune di Firenze dierono la terra salvo loro avere e le persone, e così per Perino furono graziosamente ricevuti, e nella terra i Genovesi entrarono, non come nemici, ma come terrazzani pacificamente, e’ terrazzani si trassono con loro a combattere la rocca, con minacciare il castellano, il quale, cominciata la battaglia, vile e impaurito, temendo non tagliassono la rocca da piè con le scuri, disse si volea arrendere salvo l’avere e le persone, e avendo dal comune di Firenze le paghe ch’avea servite, e così fu ricevuto. Perino avendo fatto tanto nobile acquisto al nostro comune, fornita la rocca di vittuaglia e di sufficienti guardie, e seguendo la felice fortuna prese viaggio verso l’Elba. Il comune di Firenze mandò castellano al Giglio; e perchè avea soperchiati i Pisani in mare fè disordinata festa e letizia e di dì e di notte. Questa ventura fu tenuta mirabile, e operazione di Dio piuttosto che umana, considerato che la terra e la rocca sono da guardarle e lasciarle stare, e nè la forza del comune di Genova, che più volte avea tentato la ventura dell’acquisto del Giglio, nè quella de’ Catalani, nè quella de’ Pugliesi, che più e più volte aveano cercato il simile, e con aspre e continove battaglie aveano combattuta la terra, e non potuto acquistarvi una pietra, facevano la cosa più ammirabile. Come a Pisa fu la novella sentita duri lamenti vi furono, parendo loro vilia di mala festa, poichè i Fiorentini li sormontavano in mare: e di certo loro intervenne il detto del savio, il quale dice: Extrema gaudii luctus occupat; che suona in volgare: Gli estremi della letizia sono occupati dal pianto; così occorse a’ Pisani, per la disonesta e pomposa festa e allegrezza che feciono per Pietrabuona, avvilendo in parole e in fatti a dismisura i Fiorentini, la quale in sì breve tempo fu soppresa da tante avversitadi. E ciò è chiaro esempio al nostro comune d’usare la vittoria onestamente, e non straboccare nelle vane e pompose feste per loro vittorie.

CAP. XXIX. Come messer Piero Gambacorti per trattato si credette tornare in Pisa.

Piero Gambacorti uscito di Pisa, il quale molto tempo innanzi che la guerra si cominciasse, avendo rotto i confini che per lo suo comune gli erano stati assegnati a Vinegia, si conducea in Firenze per essere più vicino di Pisa, se la fortuna gli avesse apparecchiato via da ricoverare suo stato. E stando in Firenze, del mese d’ottobre tenne segreto trattato co’ suoi fidati amici, che molti ancora n’avea, di ritornare in Pisa con la forza de’ Fiorentini, che di qui gli era promessa e doveali essere data la porta di san Marco; proseguendo suo trattato, ed essendo dato il giorno, a dì 10 d’ottobre, col capitano de’ Fiorentini, e con settecento cavalieri e trecento Ungari si partì di Peccioli, e giunsono a Pisa nella mezza notte, ed entrarono nel borgo di san Marco; ed essendo all’antiporto della terra, e non essendo loro risposto, cominciarono a volere rompere quella: dentro desto il fatto di subito furono all’arme, e la terra tutta impaurita e in tremore: due conestabili de’ nostri, ch’erano già in su l’antiporto vi furono morti: e non sapendo quelli d’entro se quelli di fuori erano assai o pochi, mandarono fuori tre bandiere d’uomini a cavallo, i quali per i nostri furono tutti tra presi e morti; onde i Pisani veggendo che il fatto era maggiore che non si stimavano, giugnendo paura a paura per la notte, si dierono a guardia delle mura sollecitamente. Veggendo il capitano e Piero che ’l fatto era scoperto, e la sollecita guardia, e non sentendo dentro dissensione di romore cittadinesco, arsono il borgo, e co’ prigioni e preda si tornarono a Peccioli. La cagione perchè non ebbe effetto il trattato fu, che la sera innanzi che i nostri cavalcassono presentendo i Pisani che trattato era nella terra, tutto non sapessono che, in caccia feciono tornare tutti i loro soldati a cavallo e a piè in Pisa; veggendo gli amici di Piero ciò non s’ardirono a scoprire per paura: se ciò non fosse stato, Pisa per quella volta venia alle mani del comune di Firenze. Credo nol volle Iddio per meno male, che tanto erano infiammati i Fiorentini, che rischio era della desolazione di quella città. Tornati i nostri a Peccioli, il seguente giorno cavalcarono al Bagno ad Acqua e arsonlo, e molte altre ville d’attorno.

CAP. XXX. Come Perino Grimaldi soldato del comune di Firenze prese Portopisano, e le catene del detto porto mandò a Firenze.