Tolta la terra di Peccioli, come di sopra è detto, il seguente dì 12 d’agosto il capitano pose assedio al castello di Montecchio, dove erano ridotti dugento masnadieri per tenere a freno e guerreggiare la gente del comune di Firenze, i quali assai danno aveano fatto loro nell’assedio di Peccioli, e il detto castello di Montecchio circondarono intorno intorno strettamente, dove stati più giorni, alquante volte con battaglie gli tentarono; il perchè quelli d’entro inviliti intorno di sessanta di loro di notte si gittarono per uno dirupato d’altezza paurosa a vedere, e di loro ne morirono alquanti, e’ loro compagni al campare ebbono affanni assai. Quelli ch’aveano avuto paura di rovinare per quelle coste renderono il castello e le persone alla misericordia del comune di Firenze, e di loro centoquarantaquattro ne vennono a Firenze, i quali messi in prigione, dagli uomini e pietose donne fiorentine e di vivanda e di ciò che a loro bisognava abbondantemente furono provveduti. Il seguente dì, tornando al processo del capitano, cavalcò a Laiatico, e quello ebbe per battaglia; e il dì medesimo si posono a Toiano, e da’ terrazzani ebbono il castello, e pochi dì appresso la rocca, d’onde venne a Firenze la campana che è posta in sul ballatoio del palagio de’ priori, la quale ai mercatanti dà l’ora del mangiare. Dipoi il capitano cavalcò a Montefoscoli e a Marti per porvi assedio: ciò vietò il non trovarvi acqua, onde si tornò a Fabbrica; dove stando, il capitano cupido del guadagno mandò quattrocento cavalieri e masnadieri assai nella Maremma dove sentì esser fuggito molto bestiame. I mandati in pochi giorni, tornarono con gran preda di bestiame, preso il vicario di Piombino, grande popolare di Pisa il quale novellamente andava all’uficio, e per sua mala ventura si scontrò co’ suddetti, e con tutta sua famiglia rimase preso. La preda messer Ridolfo divise, non come fatto avea messer Bonifazio, ma capo soldo, e più che parte ne volle, di che forte ne fu biasimato, e dell’amore cadde di tutta gente d’arme ch’erano a sua ubbidienza.

CAP. XXI. Dell’aiuto che i Perugini in questi dì mandarono a’ Fiorentini.

Sentendo i Perugini che i Fiorentini aveano avuto la terra di Peccioli, e che loro fortuna sormontava, volendo ammendare il vecchio errore, commisono il nuovo maggiore, e mandarono a’ Fiorentini sessanta barbute e venticinque stambecchini, i quali come meritavano con torto viso e rimbrotti del popolo furono ricevuti.

CAP. XXII. Come il conte Aldobrandino degli Orsini si partì onorato da Firenze.

Il conte Aldobrandino degli Orsini, il quale era venuto al servigio del comune di Firenze, preso Peccioli si tornò a Firenze per tornarsi in suo paese. Il comune di Firenze avendo a grato il servigio per lui liberamente fatto, e ciò riputandosi a onore, lo provvidde largamente, e a dì 29 del mese d’agosto con rilevato onore lo feciono fare cavaliere del popolo di Firenze, e messer Bonifazio Lupo procuratore a ciò del comune: ed esso conte Aldobrandino fece il suo fratello minore cavaliere. E amendue d’arme e cavalli e d’altri doni cavallereschi riccamente furono provveduti e onorati; e per loro fece il comune un nobile e ricco corredo: e fornita la festa si partì di Firenze, accompagnato da tutti i cittadini ch’aveano cavalcature.

CAP. XXIII. Come e perchè si creò la compagnia del Cappelletto.

La Presura di Peccioli fu materia di scandolo tra ’l comune di Firenze e’ soldati, perocchè certi di loro, ciò fu il conte Niccolò da Urbino, Ugolino de’ Sabatini di Bologna, e Marcolfo de’ Rossi da Rimini, uomini di grande animo e seguito, con la maggior parte de’ conestabili tedeschi, a instigamento de’ procuratori di loro paghe, a dì 30 d’agosto detto anno 1362 mossono lite al comune, dicendo, che per la presura di Peccioli doveano avere paga doppia e mese compiuto, e che avendola in mano contro a loro volere il capitano prese li stadichi, dicendo, che se non avessono il debito loro non cavalcherebbono; e sopra ciò stando pertinaci mandarono loro ambasciadore a Firenze, e ciò feciono noto a’ priori il perchè avuto per i priori sopra ciò consiglio da chi di ciò s’intendea, determinarono che loro domanda non era ragionevole; onde tornato al campo l’ambasciadore con questa risposta, furiosamente il detto conte Niccolò, Ugolino, e Marcolfo puosono un cappello in su una lancia, dicendo, che chi voleva paga doppia e mese compiuto si mettesse sotto il detto segno fatto, i quali in poca d’ora si ricolsono il detto conte Niccolò, Ugolino, e Marcolfo con loro brigate, e molti caporali tedeschi e borgognoni, tanto che passarono il numero di mille uomini da cavallo, di che il capitano dubitò di tradimento, non possendoli con parole rattemperare, richieggendoli per loro saramento, e per la fede promessa al comune di Firenze, che loro indebito proponimento dovessono lasciare, e tutto era niente, che quanto più li pregava e richiedea più levavano il capo, e più li trovava duri e pertinaci. Onde per più sano consiglio essendo con tutta l’oste intra Marti e Castello del Bosco all’entrata del mese di settembre, levò il campo, e tornossi a san Miniato lasciando le tenute che prese avea fornite e di vittuaglia e di gente. Come ciò fu noto a Firenze, il detto conte Niccolò, Ugolino, e Marcolfo, e’ conistabili tedeschi di presente furono cassi, ed essi si radunarono all’Orsaia in quello d’Arezzo, e crearono compagnia, la quale per lo caso detto di sopra del cappello posto in sulla lancia titolarono la compagnia del Cappelletto, e quivi fatto il capo a’ ladroni, in piccolo tempo molto ingrossarono. I Pisani sentendo la dissensione della gente del comune di Firenze, rassicurati non poco, con l’arte loro ritolsono Laiatico, dove senza volere alcuno a prigione, uccisono venticinque fanti che v’erano dentro alla guardia, intra i quali furono cinque di nome; per la qual cagione i Fiorentini sdegnati trassono di Peccioli quasi tutti i migliori terrazzani, de’ quali parte ne vennero a Firenze, e per loro vita dal comune ebbono provvisione: gli altri terrazzani veggendo la gelosia presa per i Fiorentini, tutti quelli ch’avessono forma d’uomo se n’uscirono, onde la terra rimase a’ soldati. Il simile feciono quelli di Ghiazzano, e di Toiano, e dell’altre tenute prese pe’ Fiorentini. Nei detti dì essendo il capitano venuto a Firenze, i Pisani con seicento cavalieri e molti pedoni corsono in su quello di Volterra, e levarono preda di trecento bestie grosse, e uccisono alquanti uomini, e alquanti ne presono. La gente del comune ch’era in Peccioli non stava oziosa, ma sovente cavalcavano, sino sulle porte di Pisa, mettendo aguati, e prendendo prigioni, e facendo aspra e sollecita guerra, tanto feciono che ’l contado di Pisa verso le parti dove poteano cavalcare non s’abitava, nè si poneva a seme.

CAP. XXIV. Comincia la guerra che i Fiorentini feciono in mare a’ Pisani.

Del mese d’agosto le galee di Perino e quelle di Bartolommeo condotte al soldo dal comune di Firenze furono nella riviera di Pisa verso Piombino, facendo in quelle riviere gran danni, e in quelli giorni messer Niccola Acciaiuoli gran siniscalco del regno di Puglia, alle sue spese mandò due galee a servire il nostro comune per tempo di due mesi, le quali detto tempo assai affannarono i Pisani, non lasciando nel porto di Pisa legno che non pigliassono, rubassono e ardessono: e all’isola della Capraia scesono in terra, e levarono preda di mille capi di bestie, e il simile feciono al Giglio e a Vada per tutta quella marina dove danni di preda o d’arsioni poterono fare, a grande onore del comune di Firenze. Perino Grimaldi all’entrata di settembre per simile modo correva la detta marina facendo gran guerra, e per battaglia prese la Rocchetta, la quale è posta in su la marina intra Castiglione della Pescaia e Piombino in forte luogo; li terrazzani rifuggirono nella rocca, e’ Genovesi presono la terra, e forniti di vittuaglia la rubarono e arsono. Fu riputato per Italia in grande onore al nostro comune, e non senza ammirazione di chi l’intese, che i Fiorentini potessono in mare più che i Pisani, e che per acqua li tenessono assediati.

CAP. XXV. Come e perchè i Romani si dierono al papa.