Giunse a dì 6 di luglio messer Ridolfo al campo, che era fra Peccioli e Ghiazzano, dove dalla gente dell’arme ch’aveano posto amore alla cortesia e valore di messer Bonifazio con niuno rallegramento fu ricevuto; e dal vecchio capitano prese l’insegne, onorandolo in questa forma di parole, che la bacchetta e il reggimento dell’oste bene stava nelle sue mani, ma per ubbidire il comune di Firenze di chi era soldato la prendea: e presa, di presente lo fè maliscalco, ed egli ogni sdegno deposto in servigio del comune di Firenze l’accettò come era ordinato.

CAP. XVI. Della crudeltà che i Pisani usarono contra i Lucchesi per gelosia.

Mentre che l’oste del comune di Firenze pigra e malcontenta sotto il nuovo capitano dimorava tra Peccioli, e Ghiazzano in Valdera, aspettando il gran fornimento che ’l capitano avea domandato, i Pisani per non dimenticare la loro usata crudeltà, tutti i forestieri che al loro soldo erano in Lucca feciono ritrarre nell’Agosta, e segretamente avvisarono da cento cittadini ghibellini e loro confidati che per grida che elli udissono andare non si partissono, ma facessono vista di volere partire, acciocchè gli altri veggendo apparecchiare loro prendessono viaggio; e ciò fatto, feciono bandire che sotto pena dell’avere e della persona, che uomini e femmine, cittadini e forestieri, dovessono sgombrare la città e ’l contado presso alla città a mille canne, afin che compiesse d’ardere una candela che posta era alle porte. Fu miserabile e cordoglioso riguardo e aspetto di gran crudeltà vedere i vecchi pieni d’anni, le donne, le fanciulle lagrimose con sospiri e guai, e i piccoli fanciulli con strida lasciare loro case, loro masserizie e loro città, e ire e non sapere dove: i gentili e antichi cittadini, e nobili mercatanti e artefici in fretta e sprovveduti fuggire, come avessono spietati nemici alle spalle loro, e la terra loro lasciassono in preda. L’orribile bando fu al tempo dato ubbidito, e la terra lasciata fu vuota, e in sommo silenzio: di questo prestamente seguì, che i Pisani ch’erano alla guardia di Lucca co’ loro soldati e a piè e a cavallo furiosamente uscirono dell’Agosta colle spade nude in mano, e corsono l’abbandonata terra senza essere veduti da’ Lucchesi, gridando; Muoiano i guelfi; a Firenze, a Firenze: e non aveano potestà di cacciare la gente de’ Fiorentini ch’erano loro in su le ciglia.

CAP. XVII. Delle cavalcate fatte per messer Ridolfo sopra i Pisani, e del gran danno che ricevettono.

Continovando nostro trattato della guerra tra i Fiorentini e’ Pisani, con poca intramessa di cose di forestieri, perchè delle occorse in questi giorni, se occorse ne sono degne di memoria, poche ne avemo, e raccresciuta la forza del comune di Firenze, perchè il conte Niccola degli Orsini prima offertosi, e accettato, era venuto con cento uomini di cavallo, e così più altri gentili uomini, il perchè il capitano si trovò con duemila barbute e con cinquemila pedoni nel campo tra Peccioli e Ghiazzano, dove pigramente con molta sua infamia dimorava; il perchè messer Bonifazio Lupo infignendosi poco sano se ne venne a Firenze. Alla fine empiuto il gran fornimento che domandava, sotto il cui adempimento si scusava di sua pigrizia, più non potendo fuggire sue scuse, a dì 16 del mese di luglio con l’oste si partì da Peccioli, e la notte albergò a Ponte di Sacco, e ’l dì seguente passarono il fosso a malgrado della forza de’ Pisani che v’era alla guardia, con loro danno e vergogna, ed entrarono nel borgo di Cascina, dove preda e vittuaglia trovarono assai. La cagione fu, ch’essendo alla guardia del fosso un quartiere di Pisa con soldati e contadini assai, non pensarono che i Fiorentini vi potessono passare, e per tanto poco o niente v’era sgombrato. Gli Ungari de’ Fiorentini, come per natura sono desiderosi di guadagnare, e atti a scorrere, passarono insino alla Badia a Sansavino, e presono intorno di cinquanta prigioni. Il capitano tutto il giorno e ’l seguente stette col campo fermo a Cascina, dove intorno correndo le gualdane per spazio di più miglia, e di prede e d’arsioni danni inestimabili furono fatti. Il martedì mattina a dì 19 di luglio partiti da Cascina s’accamparono a Sansavino, e ’l fiore della gente da cavallo e da piè cavalcarono infino alla volta dell’Arno presso a Pisa a cinquecento passi, ed ivi alla Bessa con l’usate muccerie, ad eterna rinoma del comune di Firenze, e infamia de’ Pisani, feciono correre un ricco palio di veluto in grana foderato di vaio, il quale ebbe il conte Niccola degli Orsini, e lo mandò a Roma per onore della sua cavalleria. I corridori con assai di buona gente sotto il bastone di messer Niccola Orsini passarono Pisa facendo assai di male e vergogna a’ nemici. Fatte le dette cose si tornarono al campo: e quel giorno medesimo passata nona, ritornati al detto luogo, con assai meno gente per dirisione feciono correre palii l’uno ad asini, l’altro a barattieri, e ’l terzo alle puttane; onde i Pisani di tanta ingiuria aontati, seicento a piè con dugento cavalieri con molti balestrieri, con la imperiale levata, uscirono di Pisa per vendicare o in tutto o in parte loro oltraggio. La gente de’ Fiorentini, ch’era a fare correre detti palii, ed era in punto e vogliosa aspettando il detto caso, francamente s’addirizzò a loro, e li ruppono e li rimisono infino nelle porte con tanto ardire, che alquanti con loro mescolati entrarono in Pisa, e alquanti balestrieri saettarono nella terra, e ciò fatto si tornarono al campo: e quivi stando, il mercoledì arsono tutto ciò che poterono intorno a Pisa infino al borgo di san Marco a san Casciano, e Valdicaprona e molte altre ville, con molte belle e ricche possessioni nobilmente accasate. Il danno come incredibile piuttosto è da tacere che da scrivere: e per giunta a’ detti mali, i villani de’ piani ch’erano rifugiati in Pisa, e stavansi sotto loro carra lungo le mura, furono assaliti dalla pestilenza dell’anguinaia, e assai ne perirono. E ciò somigliava agl’intendenti giudicio di Dio, che dentro e di fuori così gastigasse i corrompitori della pace e della fede data per soperchio d’astuta malizia.

CAP. XVIII. Come messer Ridolfo assediò Peccioli, e prese stadichi se non fosse soccorso.

Poichè a messer Ridolfo parve avere fornito il dovere di suo onore, potendo molto più fare, mercoledì a dì 20 di luglio ripassò il fosso, e ritornossi a Ponte di Sacco; dove stando, casualmente fu preso un fante che portava una lettera per parte del castellano di Peccioli al capitano del fosso, la quale in sostanza diceva, che i soldati da cavallo e da piè con molti terrazzani, sentendo che ’l capitano de’ Fiorentini era a Sansavino occupato in molte faccende, erano usciti di Peccioli, e cavalcati in su quello di Volterra per guadagnare, e che tornati non erano, e la cagione non sapea, e che la terra non era in stato di potersi difendere se fossono combattuti o stretti per assedio, e che a ciò riparasse, e gli mandasse presto soccorso; ed era vero, che essendo la detta gente de’ Pisani cavalcata in su quello di Volterra, certa gente da piè e da cavallo del comune di Firenze, la quale era in Volterra, avendo boce della detta gente de’ Pisani loro si feciono incontro, e colla forza de’ contadini volterrani gli incalciarono e strinsono in forma, che non possendo fuggire nè ritornare per la via ond’erano venuti, lasciata la preda che fatta aveano, in sul fare della sera per loro scampo si ridussono in su un colle, e la notte si misono per la Maremma. Il capitano vista la detta lettera mandò prestamente gli Ungari e’ cavalieri innanzi per impedire la tornata della detta gente in Peccioli, e senza dimoro con tutto l’oste seguì, e quella medesima sera con l’oste attorneò tutta la terra, e il seguente dì la cominciò a cignere di steccato facendo sollecita guardia, e la sera in sul tramontare del sole, per conoscere se la lettera che egli avea trovata gli dicea vero, fece dare alla terra una battaglia per scorgere la gente che v’era alla difesa, e per quello comprendere si potè forse sessanta uomini con femmine assai si vidono, che diedono a intendere che vi mancava difesa; il procinto della terra era grande, ma forte e di muro e di ripe. Il capitano scorto il fatto pigramente procedea nell’assedio, dormendo la mattina insino a terza col letto fornito di disonesta compagnia, e menando vita di corte quieta; il perchè messer Bonifazio, uomo d’onesta vita e di vergogna pauroso, veggendo la sciolta vita del capitano e suo mal reggimento, infignendosi d’essere malato se ne venne a Firenze, e mostrando a’ signori che poco era loro onore e necessario, chiese licenza di tornarsi in Lombardia; i signori con loro consiglio considerando quanto era di bisogno al comune, lo pregarono e lo gravarono, che a tanto bisogno non abbandonasse il servigio per lui fedelmente cominciato, e che tornasse al campo a perseguire le buone opere sue, le quali bene erano conosciute e gradite da’ savi e buoni cittadini, e così conosciute quelle del suo successore; il perchè vinto per servire il comune tornò al campo. Il capitano corse in voce di poco leale per i suoi molti falli, e per non volere seguire la volontà del comune, e di ciò mostrò segni, perocchè la cavalcata che fatta avea sopra i Pisani non era stata volontaria ma sforzata, riprendendo sua tardezza, e potendo con suo onore stare dodici dì col fornimento che menò in su le porte di Pisa, e guastare gran parte di loro contado, il terzo dì se ne partì, e potendo per battaglia avere Peccioli, tanto soprastette, che le femmine armate le mura presono cuore alla difesa veggendo la viltà del capitano: ma infamato dalla partita di messer Bonifazio Lupo e da’ Fiorentini ch’erano nel campo, tutto che i suoi protettori lo difendessono, ed esso sè medesimo mostrando a molti le lettere ch’avea da Firenze, che si portasse cortesemente, pur mosso dal grido strinse la terra prima con battaglia tiepida e con poco ordine, e tanto debilmente si portò in detto e in fatto, che con vergogna da pochi di quelli d’entro, che pochi ve n’erano, vituperosamente fu ributtato, i quali intendendo loro fortuna aveano smisurata paura, e mostravano gran cuore per invilire quelli di fuori. Ritratto il capitano dalla poca favorata battaglia, ne’ fossi rimasono scale e grilli che infino alle mura erano condotti, di gran dispiacimento dei nostri cittadini che erano a vedere. Tra i rettori del comune, tutto ch’e’ conoscano il difetto, per la forza di medici radissime volte vi pongono rimedio obliando l’onore del comune. La fama della viltà e disonesta vita del capitano, o calunniosa o vera che fosse o falsa, pure lo stimolò alquanto; onde veggendo egli che i Pecciolesi erano spigottiti, cominciò a cignere la terra di steccato senza contasto, perocchè stracchi erano sotto le battaglie e sotto la continova guardia quelli che rimasi erano nella terra per più vili, perocchè tutti i gagliardi s’erano messi nella cavalcata sopra Volterra. Alla fine quelli d’entro veggendosi stretti, e senza speranza di soccorso, a dì 30 di luglio il vicario di Peccioli con più compagni senza niuna arme a sicurtà dal capitano vennono a lui, e patteggiarsi, che se per infino a dì 10 d’agosto non avessono da Pisa soccorso li renderebbe la terra salve le persone e l’avere, e per la fermezza di ciò dierono otto stadichi de’ più sufficienti uomini della terra, e due Pisani, i quali il capitano ricevette, e li mandò a Firenze. I Fiorentini ricevuti li stadichi, quasi certi d’avere la terra, perchè loro speranza non cadesse in fallo rafforzarono l’assedio, e mandaronvi mille balestrieri e dugento uomini da cavallo, e fornimento assai necessario alla bisogna; e come l’intento de’ Pisani tutto si dirizzò ad avere Pietrabuona, così lasciando stare ogni altra cosa, tutto quello de’ Fiorentini s’addirizzò ad avere Peccioli. Come per gli ambasciadori del comune di Peccioli si sentì il fatto in Pisa, subitamente nel Duomo radunarono il parlamento, dove per molti apertamente fu detto, che per loro governatori erano traditi, i quali affermavano che tanta gente avrebbono di Lombardia, che non che fossono cavalcati, ma che si cavalcherebbono i Fiorentini, di che gran borboglio si sparse per lo parlamento, e tale, che fè concitamento a civile romore. Essendo in Pisa questo tremore e sospetto, e dovendo succedere l’altro quartiere di Pisa a quello ch’era alla guardia del fosso, non vi volle andare, onde quelli che v’erano lo arsono e abbandonarono.

CAP. XIX. Come non essendo il castellano contento del patto messer Ridolfo fè gittare una delle torri di Peccioli in terra.

Perseverando a Peccioli l’assedio, il castellano che tenea le due forti torri che Castruccio v’avea fatte fare quando era signore di Pisa, non contento al patto che fatto era co’ terrazzani, combattea i nostri, e li villaneggiava di parole, stimando perduta la terra potere tenere la fortezza lungamente. Il capitano veggendo suo proponimento fece dirizzare alle torri, intra le quali era un ponte, una cava, e l’una d’esse fè mettere in puntelli, e il decimo dì d’agosto, il dì di san Lorenzo, ch’era l’ultimo del termine dato a’ Pecciolesi, il capitano fè dire al castellano il suo pericolo pregandolo s’arrendesse, e non volesse perire per soverchia baldanza. Il castellano e i fanti che con lui erano se ne feciono beffe, moltiplicandole villanie, e rimproverando al comune di Firenze la Ghiaia, il perchè il capitano fè affocare i puntelli, onde il fumo e il crepare della torre fè segno al castellano e a’ compagni che per lo ponte si rifuggissono nell’altra, e così feciono, e appena aveano tratti i piè del ponte, che la torre e ’l ponte cadde, onde cominciò a frenare la lingua: la torre cadde in sulle mura della terra, e di quelle abbattè bene quaranta braccia. I briganti dell’oste cupidi e vogliosi di preda ciò veduto s’apparecchiarono quindi a entrare nella terra per rubare; i terrazzani uomini e femmine senza arme corsono alla rottura, e gridarono, viva il comune di Firenze, ricordando la fede loro data, e la promessa fatta per lo comune; e il leale e buono cavaliere messer Bonifazio Lupo sotto la sua insegna con la sua gente si mise alla guardia del luogo, e non lasciò nè il dì nè la notte, che tutta era del termine, alcuno entrare dentro, affermando che ’l comune di Firenze era e sempre era stato leale osservatore di sue promesse. Il seguente dì, giovedì mattina a dì 11 d’agosto 1362, in su l’ora della terza, secondo i patti e le convenenze che fatte erano, il conte Aldobrandino degli Orsini con la brigata sua, appresso tre cittadini di Firenze con parte di gente fidata, presono la tenuta della terra pacificamente senza offesa niuna o di fatti o di parole, e nella terra con li stadichi insieme, che gli avea rimandati il comune, furono ricevuti allegramente e a grande onore. Dell’acquisto del detto castello e di giorno e di notte si fece gran festa, perocchè tenendolo pensavano essere i sovrani della guerra, perocchè dal detto castello ha sedici miglia di piano, rimiriglio alla città di Pisa. Il castellano vedendo che la terra era venuta nelle mani de’ Fiorentini, e considerando che la torre che gli era rimasa agevolmente si potea mettere in puntelli, si rendè, ma per i suoi dispetti non fu ricevuto se non alla misericordia del comune di Firenze, dove mandato fu per lo capitano con i suoi compagni. Venuto, fu tenuto consiglio di farli morire, che fu disonesta e abominevole cosa, e di malo esempio di volere fare morire coloro che per lo comune francamente e fedelmente s’erano portati: il parlarne, non che tenerne consiglio per i savi e buoni cittadini, fu ripreso; assai loro fu la prigione. In questi medesimi giorni i gentili uomini e signori del castello di Pava, il quale è situato e posto in sul passo da ire di Valdera in Maremma, ed è forte e bella tenuta, la dierono al comune di Firenze in prestanza mentre la guerra durasse, e il comune di Firenze con la grazia de’ detti gentili uomini lo faceva guardare.

CAP. XX. Come il capitano de’ Fiorentini prese Montecchio, Laiatico e Toiano.