Tornando al processo di nostra materia, gl’Inghilesi da Ricorboli venuti a Figghine essendo ad abbondanza grassi e di prigioni e di preda, nel consiglio de’ loro maggiori cominciarono ad entrare in pensiero, come l’uno e l’altro potessono conducere in Pisa per li stretti passi di Valdipesa: e per ciò potere fare, parendo loro come a gente dotti di guerra del Chianti sentire l’intenza di messer Pandolfo, e che pertanto era occupato intorno a’ fatti della città, poichè alquanti giorni furono riposati feciono sentire al comune di Firenze, che a dì undici del mese di novembre intendeano di fare consegrare un prete novello nella badia di san Salvi, e che i signori di Firenze e gli altri gentiluomini dovessono venire a fare onore al detto prete, e a loro in persona di lui. Ciò indubitatamente credette messer Pandolfo, e per le sue spie l’ebbe di certo, perocchè vidono il campo armare il detto dì 11 la mattina per tempo, e per lo campo sentirono divolgare come si dirizzavano verso Firenze; e certo a ciò avvisati cautamente presono il viaggio verso Firenze, il perchè le spie non attendendo più oltre vennono a Firenze ad informare messer Pandolfo. Stando la terra sotto l’arme in gran tremore, scendendo all’Apparita pur un fante a piè credeano fossono della brigata degl’Inghilesi, le campane sonavano a stormo, il popolo sbalordito correa in qua e in là senza ordine e senza capo, lasciando quasi ciascuno il suo gonfalone per ire a vedere, e di largo avanti che messer Pandolfo giugnesse alla Porta alla croce usciti erano della città ottomila uomini bene armati; quelli ch’erano più gagliardi erano nel piano di san Salvi, e ordinatisi il meglio aveano saputo, aspettando a ricevere i nemici, gli altri erano per le coste sopra san Salvi. Il falso grido sonava per la terra che già parte di loro n’era a Rovezzano: la gente da cavallo tutta era nella piazza de’ signori, e aspettava il capitano, il quale per la malizia soprastette al mangiare tanto, ch’era quando se ne levò più vicino alla nona che alla terza, e ciò fè perchè il popolo satollo uscisse fuori, e pensando che a quell’ora ragionevolmente i nemici dovessono esser giunti a san Salvi, e alle mani col popolo voglioso e con poco senno. Uscito il capitano fuori coll’insegna di sua arme levata, seguendolo i soldati e molti cittadini da bene a cavallo, come giunse alla Porta alla croce la fece serrare, e così quella della giustizia, ed esso si stava dentro a guardarla, lasciando il popolo di Firenze senza rifugio al taglio delle spade e in preda de’ nemici, che bene conoscea chi era il popolo, e chi gl’Inghilesi. Di fuori della porta era il tumulto grande delle strida delle femmine che fuggivano co’ figliuoli in collo e a mano, e voleano entrare dentro e non poteano, e quelle grida confermavano nella testa a messer Pandolfo che i nemici fossono giunti, e a zuffa, e ripreso da molti buoni cittadini che non lasciava entrare le femmine e’ fanciulli, fatto per alquanto di tempo orecchie di mercatante, quasi come temesse che per lo sportello entrassono i nemici e corressono la terra, alla fine udendo il mormorio del popolo e de’ buoni uomini fece aprire lo sportello: e io scrittore che era in quel luogo vidi molti cittadini grandi e da bene, e a cui era cara la libertà della città, piagnere e lagrimare vedendo il caso pericoloso, e ricordando il tempo del duca d’Atene, e come si fece signore, e alquanti di loro n’andarono a’ signori, e li consigliarono che provvedessono di vittuaglia il palagio, e facessono mettere le balestra grosse e le bombarde in punto sicchè il palagio avesse difesa, e tale, che di fatto, come al tempo del duca d’Atene, occupato non fosse. E stando nel tumulto del fornire e armare il palagio alla difesa, un messo giunse loro da Figghine, e disse come i nemici aveano arso il campo e il borgo di Figghine, e come s’erano partiti co’ prigioni e colla preda, e fatta la via per lo Chianti; onde i signori mandarono a dire a messer Pandolfo che facesse aprire le porte, e tornassesi allo stallo suo, il quale ciò udito, caduto della speranza, con gli occhi bassi e mal volto di tutti si tornò a casa sua. Quetato il popolo, e lasciata l’arme, i signori ebbono gran consiglio di richiesti, e veduto il pessimo animo di messer Pandolfo, e come pure intendea a volere essere signore di Firenze a dispetto del popolo, determinarono li fosse tenuto mente alle mani sicchè non li venisse fatto, e da quell’ora innanzi cominciò a essere in dispetto di tutti: e perchè il popolo non traesse più mattamente, feciono che ciascuno dovesse trarre al suo gonfalone alla pena di lire sei, la quale pensando si dovesse risquotere ciascuno sarebbe sollecito a seguire il suo gonfalone. Per messer Pandolfo mandarono, e lo ripresono forte de’ modi tenuti per lui, e dicendoli che stesse dove li paresse alle frontiere a guerreggiare i nemici, che il popolo di Firenze ben saprebbe guardare la città. Se non fosse stato della casa de’ Malatesti, per lo nome e titolo di parte guelfa amata e onorata dal comune di Firenze, per certo si tenne n’arebbono preso altra via. Avemo tritamente narrato questo caso per esempio, se potesse profittare, a quelli che verranno, di non tor mai a capitano di guerra tiranno di terra notabile, perocchè l’avvenimento della guerra è vario, e la fortuna or quinci or quindi presta il favore suo, e sovente il tiranno la fa essere ria per usurpare la sua libertà. E nullo ammiri perchè io dissi se potesse profittare, perocché ’l governo allora del nostro comune, avendo novellamente sì aspra ed evidente battitura ricevuta da messer Pandolfo, e lui partito con disonore e vergogna, sotto titolo e colore di ricoverare l’onore della casa de’ Malatesti, con la forza degli amici loro fu chiamato capitano di guerra messer Galeotto Malatesti; quello ne seguì nel seguente trattato a suo luogo e tempo si potrà trovare.

CAP. LXXIV. I modi teneano gl’Inghilesi tornati in Pisa.

Con grande festa e trionfo gl’Inghilesi tornati da Figghine per i Pisani furono ricevuti, e loro quasi come a cittadini fu consegnata certa parte della terra, e dell’altre furono abbarrate le vie perchè non noiassono a’ cittadini; ciò veggendo gl’Inghilesi lor parve che i Pisani li avessono accettati per loro cittadini participando la terra con loro, e modi teneano che pareano che intendessono così; i Pisani veggendo per segni e parole l’intento loro più volte cercarono per ingegno e astuzia di trarlisi di casa, infignendo d’essere cavalcati da’ nemici, e facendo venire molte lettere di diverse parti che loro annunziavano soprastare a gran pericoli, ma per allora fu nulla, che gl’Inghilesi che s’erano molto affannati, e bisogno aveano di riposo, ed erano caldi di danari di prigioni e di preda, se ne feciono beffe, il perchè i Pisani vernano in gran gelosia.

CAP. LXXV. Come i Pisani furono sconfitti a Barga.

Avendo i Pisani la lor gente dell’arme e gl’Inghilesi nella città, non potendo, come detto è di sopra, nè in parte nè in tutto trarre gl’Inghilesi di Pisa, per non perdere il tempo gran parte di loro soldati con grande ordine e apparecchio mandarono a Barga all’entrare di dicembre, per porre sopra gli altri battifolli che vi aveano un altro battifolle dalla parte del monte. In Barga era capitano per i Fiorentini Benghi del Tegghia Bondelmonti, a cui i Fiorentini, poichè gl’lnghilesi aveano abbandonato Figghine, aveano mandati centocinquanta degli sbanditi ch’erano stati in san Miniato a monte, i quali doveane certo tempo servire il comune nella guerra alle loro spese, e poi essere ribanditi; la gente de’ Pisani portando fornimenti assai, sì per porre detto battifolle, e sì per fornire e quello e gli altri ad abbondanza, non parea che desse cuore di fare quello ch’era stato loro commesso senza altro aiuto, forte temendo la brigata di Barga, il perchè quelli ch’erano negli altri battifolli lasciandoli male a difesa forniti si dirizzarono con loro in viaggio. Benghi, sentendo che i battifolli erano sforniti e quasi come abbandonati, con i Barghigiani, che v’andarono uomini e femmine vogliosamente, e co’ detti centocinquanta sbanditi assalì i detti battifolli, e tantosto li vinse. Quelli de’ battifolli ch’erano iti coll’altra gente a porre la bastita sentendo le grida e lo stormire di quelli che combatteano le bastite, subito colla detta gente de’ Pisani si volsono indietro per soccorrere a’ battifolli. Benghi capitano co’ Barghigiani e sbanditi suddetti li ricevettono francamente, e dopo lunga battaglia e aspra li sconfissono, dove de’ nemici furono morti oltre a centocinquanta, e assai fediti e magagnati, e molti ne furono presi; lo stendardo del comune di Pisa con altre tredici bandiere rimasono prese, le quali i Barghigiani ne mandarono a Firenze, e’ battifolli furono arsi, e quello che dentro v’era con quello che recato v’aveano per porre l’altro sì di vittuaglia come d’arnesi fu messo in Barga, e loro a gran bisogno sovvenne. Benghi perchè s’era fedelmente e francamente portato fu fatto di popolo, e rifermo in capitano di Barga per diciotto mesi.

CAP. LXXVI. Come il re Giovanni di Francia passò in Inghilterra e là morì.

Uscendo un poco del bosco delle nostre speziali riotte, facendo intramessa di cose forestiere, torneremo alquanto addietro a quello che scritto fu per Matteo nostro padre della pace intra i due re di Francia e d’Inghilterra, dove il re di Francia s’obbligò a pagare al re d’Inghilterra gran quantità di moneta per la sua diliveranza; e per osservare sua promessa lasciò per stadico il fratello duca d’Orliens, e messer Giovanni duca di Berrì suo figliuolo, e più altri duchi, conti e banderesi; onde in quest’anno 1363 a dì 3 di gennaio, il detto messer Giovanni figliuolo del re che stadico era a Calese, villanamente, essendo largheggiato d’andare a cacciare e uccellare a sua volontà, si fuggì da Calese senza tornarvi con gran sua vergogna, e fè rubellare agl’Inghilesi più terre teneano in Normandia per gaggi della pace. Onde il re Giovanni, come franco e nobile signore, per lo detto misfatto del figliuolo e rompimento della pace, e per trattare patto e grazia di sua redenzione, di sua volontà a dì 3 di gennaio 1363 entrò in mare a Bologna sul mare per ire e si rassegnare prigione in Inghilterra, e il giovedì appresso giunse a Dovero, e dipoi a dì 24 di gennaio giunse a Londra, e incontro gli andarono oltre a mille a cavallo gente nobile, e tutti vestiti di variate assise, e dismontò a una casa detta Saona per lui riccamente e alla reale apparecchiata. Della quale andata il detto re da tutti i cristiani fu molto lodato, ed eziandio gl’Inghilesi l’ebbono molto a bene e feciongliene ogni grazia. Nel raccozzamento de’ due re, e nella pratica, il perchè v’era ito, il detto re di Francia era passato nell’isola. Potrei far fine qui e riserbare al mese suo la morte del re di Francia, ma per non interrompere la materia la porremo qui. Seguì, che poco appresso poi all’entrata di marzo prese al re di Francia una malattia, e dipoi a dì 8 del mese d’aprile 1364 la notte passò di questa vita. Onorato fu di sepoltura largamente alla reale, riservando in una cassa il corpo suo per recarlo a tempo a Parigi. Il reame succedette a Carlo primogenito del detto re Giovanni, duca di Normandia e delfino di Vienna.

CAP. LXXVII. Come messer Niccolò del Pecora fu cacciato di Montepulciano.

In questi giorni per trattato fatto per i Sanesi colla forza de’ fanti d’Agnolino Bottoni, contra i patti della pace fatta tra’ Perugini e’ Sanesi, messer Niccolò del Pecora per i conforti suoi fu cacciato di Montepulciano, e ridussesi a Perugia in assai debole stato, e da’ Perugini mal provveduto, i quali per non ricominciare guerra passarono la vergogna a chiusi occhi.

CAP. LXXVIII. Della morte del giovane marchese di Brandisborgo, conte di Tirolo, e quello ch’appresso ne seguì.