Messer Manetto di messer Lomodaiesi capitano generale della gente d’arme de’ Pisani, e messer Alberto Tedesco capitano degl’Inghilesi, con tutte loro brigate continuando loro viaggio senza contradizione per li stretti passi del Chianti valicarono nel Valdarno di sopra, e nella loro prima giunta presono il borgo di Figghine a dì 16 di settembre di detto anno, dove trovarono molta roba e prigioni assai d’ogni maniera: è vero che la maggior parte degli uomini e donne da bene si fuggirono nel castello, ch’era assai forte: e perchè quelli del castello non prendessono consiglio, il seguente dì gl’Inghilesi si strinsono ad esso, onde quelli d’entro spaventati si rendeano; e mentre che i patti si compilavano, la cattività di quelli d’entro fu tanta che si lasciarono torre la fortezza agl’Inghilesi; il perchè ebbono assai prigioni da bene uomini e donne, i quali Dio sa come furono ricevuti nelle mani degl’Inghilesi uomini crudeli e bestiali, i quali con la miseria de’ nostri arricchirono. Preso il castello il guastarono e afforzaronsi ne’ borghi, dove stettono per alquanto di tempo. La presura di Figghine assai diè di pensiero e di maninconia a’ governatori del nostro comune, tutto che i cittadini ch’aveano i palagi e abituro d’intorno e appresso la città paressono contenti che la guerra si facesse da lungo, ma poco loro valse, come appresso diviseremo.
CAP. LXIX. Come messer Pandolfo puose il campo all’Ancisa, e come il detto campo fu preso dagl’Inghilesi con messer Rinuccio capitano, e appresso il borgo all’Ancisa, e come messer Pandolfo fu fatto capitano di guerra.
Preso Figghine per i Pisani, col consiglio di messer Pandolfo tutta la gente dell’arme de’ Fiorenti con molti pedoni che ’l comune avea n’andò all’Ancisa, e di presente messer Pandolfo andò dietro loro, e come giunse all’Ancisa ordinò di porre campo dirimpetto all’Ancisa, il quale ad arte il prese di sfoggiata grandezza, prendendo dal poggio infino all’Arno, contra il volere e consiglio di messer Rinuccio capitano, e di messer Amerigone Tedesco e di tutti gli altri buoni uomini d’arme che v’erano, eccetto il conte Artimanno, il quale si scoperse traditore, i quali tutti diceano essere abbastanza e più utile fare una bastita intorno alla torre Bandinelli, la quale diceano potersi difendere insieme col borgo dell’Ancisa, e che tanta larghezza di campo, traendo lui cinquecento cavalieri della migliore gente, nè eziandio se vi fossono alla difesa, non era possibile da difendere dalla forza de’ nemici, e che stolta cosa era commettersi a quella fortuna. Messer Pandolfo fè orecchie di mercatante a lasciare dire chi volle, e fè pure a suo senno, avendo dato a intendere prima a quelli della guerra e al comune che la Compagnia del cappelletto la quale era in Maremma condotta per i Fiorentini, e con cinquecento barbute di quelli erano all’Ancisa cavalcherebbono i Pisani, i quali arebbono necessità rivocare loro gente al soccorso, e sotto questo colore trasse del campo messer Amerigone e altri caporali con cinquecento uomini di cavallo della miglior gente fosse nel campo, lasciando al capitano il forte ragazzaglia e vile gente, eccetto alquanti Italiani, e ciò fatto se ne venne a Firenze. Gl’Inghilesi sentendolo partito, e che messer Rinuccio era semplice, feciono ingaggiare di battaglia uno di loro con uno di quelli d’entro, e molti saggi Inghilesi vennono nel campo senza arme, dove si combatterono, e considerando il campo e chi v’era alla difesa, il seguente dì 3 d’ottobre colle schiere fatte assalirono il campo da molte parti, acciocchè la poca gente che v’era e debole si spargesse in più parti alla difesa. Il capitano confortando i suoi a ben fare, e della sua persona, con quelli pochi uomini che v’erano buoni fè maraviglie, e per lungo spazio di tempo sostenne l’assalto con danno assai de’ nemici; in fine non potendo resistere a tanta gente, nè a tanti luoghi quant’erano combattuti, il capitano insieme col campo fu preso, con assai degli altri che mostrarono il volto. Il conte Artimanno traditore, possendo atare e soccorrere il campo, lasciando parte della sua gente a guardia del borgo dell’Ancisa co’ terrazzani, si stette a vedere. Molti de’ nostri ch’erano usciti di fuori, tale per badaluccare tale per vedere, furono presi, più di disarmati vogliosi troppo ch’erano corsi a vedere. Quelli valenti uomini che erano usciti fuori virilmente a battaglia furono presi colle spade in mano, intra’ quali fu messer Giovanni degli Obizzi e messer Giovanni Mangiadori, alquanti se ne gittarono per l’Arno che vi annegarono, intra i quali fu messer Bartolommeo de’ Portigiani da san Miniato. La preda de’ cavalli, fornimenti da campo e armadura fu grande. Avuta la vittoria gl’Inghilesi, con la preda e co’ prigioni si tornarono a Figghine. Ricerchi i nostri, tra presi e morti si trovarono passati i quattrocento. Conosciuto per gl’Inghilesi il male e viziato ordine dato per messer Pandolfo, e la viltà di nostra gente, e il corrotto animo del conte Artimanno, il dì seguente dì 4 d’ottobre ne vennono all’Ancisa colle schiere fatte per combattere il borgo; il traditore del conte Artimanno come li vidde venire, colla sua brigata se n’uscì per la porta che viene verso Firenze e misesi a cammino, che se avesse avute altrettante femmine come avea uomini d’arme arebbe difeso quel luogo; i nemici senza contesa entrarono nel borgo e presonlo, rubaronlo e arsonlo, per avere la via spedita volendo venire verso Firenze. Messer Pandolfo sentendo la rotta del campo, con cinquecento uomini ch’avea scelti e altra gente d’arme, in vista mostrava gran fretta d’andare a soccorrere l’Ancisa, e già avea passato san Donato in Collina, veggendo venire il conte Artimanno in fuga, possendosi allo stretto di san Donato sostenere per non mostrare tanta viltà, subito si volse e diessi alla fuga come uomo rotto. I nostri veggendo fuggire il capitano seguitarono, il quale come spaventato, come giunse in Firenze fè segno come fosse di necessità provvedere alla guardia della città trista e lagrimosa, e che mal volentieri lo vedea, ma la necessità la quale fa vecchia trottare strinse il nostro comune ad eleggerlo per capitano di guerra in luogo di messer Rinuccio preso colla spada in mano. Il quale essendo eletto nella forma che sogliono capitani di guerra, volle ai governatori del nostro comune con belle e artificiose parole e con sottili argomenti mostrare, che a perfezione del capitano, pace e bene della città, necessario era che nella città e di fuori avesse giurisdizione di sangue con pieno arbitrio, e fu sì sfacciato, che la domandò agli uficiali della guerra, quasi dando intesa altamente non accettare il capitanato, e più domandò, che i soldati da cavallo e da piè giurassono nelle sue mani. Udendo i governatori della città le sconce e le mal colorate domande vollono un grande consiglio di richiesti, dove si proposono le domande di messer Pandolfo, e tanto era il bisogno che aveano di lui, che niuno osava contradire, e il concedere parea pericoloso, il perchè stavano sospesi e muti. Simone di Rinieri Peruzzi si levò in consiglio, e disse francamente che nulla di ciò gli si concedesse, che questo era un domandare d’essere fatto signore, e che ciascuno si recasse alla mente il tempo del duca d’Atene, e come da lui erano stati trattati, e che conoscessono la dolcezza della libertà, e che volessono vivere e morire in essa. Piacque a tutti il consiglio, e così s’ottenne; e i signori priori mandarono di presente per tutti i soldati, e in loro mani feciono giurare, e un Baldo dalla Città di Castello elessono per difensore del popolo con larga e piena balía nella città. Messer Pandolfo veggendo ciò s’infinse di non lo intendere, e accettò il capitanato al modo usato a capitano di guerra, senza lasciare il pensiere di venire per altra via al suo intento, come per effetto si vide. Presa la bacchetta del capitanato fè cassare il conte Artimanno con ottocento uomini di cavallo, perchè non rimase il comune se non con altri ottocento, e ciò fatto, mostrando smisurata paura, fece sopra certa parte delle mura della città levare bertesche e merlate armate di ventiere, armando la nostra città d’eterna vergogna, più, che per le vie mastre non molto di lungo alle porte fè fare serragli e antiserragli infino a Ricorboli.
CAP. LXX. Come certa parte degl’Inghilesi da Figghine cavalcarono a Ricorboli.
Gl’Inghilesi e gente de’ Pisani imbaldanzita sopra modo della rotta del campo e della presa del borgo all’Ancisa, posati alcuni dì a Figghine, avendo le spie dello spavento ch’era in Firenze, e de’ modi del capitano, feciono sentire al comune con minaccevole superbia e altre parlanze, come a dì 22 d’ottobre verrebbono in sulle porte, e arderebbono il borgo di san Niccolò, e che a questo il comune mettesse ogni suo sforzo a riparo, il perchè i governatori della città perduto il cuore e il senno, e poco di concordia e rimprocciosi gettando il carico l’uno all’altro con mormorio, parendo a loro essere certi che quello che gl’Inghilesi prometteano l’atterrebbono, feciono afforzare san Miniato a monte, e misonvi quattrocento fanti pistoiesi e gli sbanditi, a’ quali promisono di ribandirli, poichè certo tempo ivi e altrove avessono servito il comune, de’ quali fu capitano messer Niccolò Buondelmonti, e Sinibaldo di messer Amerigo Donati, i quali allora erano in bando della persona: il numero loro passava i cinquecento. La città stava e quelli che di fuori erano alle poste in tanta sollecitudine e tremore, che alcuna volta sentendo pur un uomo dall’Apparita sonavano le campane del comune a martello, e invano la guardia si faceva la notte co’ pennoni. Essendo per più giorni stati grandi acquazzoni, a dì 22 del mese d’ottobre la detta brigata degl’Inghilesi in numero di millecinquecento a cavallo e cinquecento pedoni prima fu nel Piano di Ripoli, che per lo capitano o per i governatori del comune niente se ne sentisse, e se niente se ne sentì per lo capitano, che verisimile parea del sì, fece vista di non saperne: molti cittadini in sulle letta furono presi, perchè vennono di notte, e ucciso fu chi si contese. La preda che feciono fu di quattrocento prigioni, e di più di mille tra asini e buoi: molti fuggendo annegarono in Arno. La notte si stettono nel Piano di Ripoli e nelle coste d’intorno: il loro segno levarono alla pieve a Ripoli facendo gran trombata; la mattina, ardendo molti palagi, alberghi, e case da lavoratori vicino alla strada circa d’un miglio, si partirono senza trovare chi li andasse a vedere, e con la preda e’ prigioni si tornarono a Figghine. Messer Pandolfo sapendo che erano partiti, per vedere la tratta de’ Fiorentini, ch’era vogliosa e senza ordine niuno, con ottocento uomini a cavallo ch’erano rimasi al comune e con gran popolo si stette alle sbarre a Ricorboli; esso vedea i nemici sparti, e girsene per le coste, e ne’ suoi occhi ardere molti palagi di cittadini, e senza dubbio avendo le spalle del popolo e de’ contadini, ch’erano oltre a diecimila bene armati, e che volentieri l’arebbono seguitato, per lo danno e vergogna che fare si vedeano, li potea offendere, e nol volle fare, ma si ritenne al primo serraglio lasciandosene tre innanzi, a’ quali era il popolo e la gente da piè. Dissesi, e vero fu, che non sapendo l’aspro cammino gl’Inghilesi si mossono, e non giunsono in Pian di Ripoli che a pochi loro cavalli non crocchiassono i ferri, e se fossono stati assaggiati erano perduti, come essi poi confessarono aperto, ma la viltà affettata del nostro capitano, che traeva al fine che è detto di sopra, e de’ nostri cittadini e contadini, che gl’Inghilesi fossono leoni fu la salvezza loro. Speranza fu di messer Pandolfo, che rimaso messer Lomodaiesi co’ soldati de’ Pisani alla guardia di Figghine, gl’Inghilesi fossono tutti, e che s’alloggiassono nelle belle e ricche possessioni presso alla terra, le quali erano piene d’ogni bene, e che ’l comune per allora vario d’animo e povero di consiglio inclinasse a volerlo per suo governatore e maestro; questa speranza li faltò per la subita partita degl’Inghilesi, e fecelo entrare in altro pensiere.
CAP. LXXI. Come i Sanesi sconfissono la Compagnia del cappelletto, la quale era condotta al soldo de’ Fiorentini.
Non ci pare da lasciare in silenzio, che essendo la gente de’ Pisani con gl’Inghilesi afforzati in Figghine, ed essendo condotta per i Fiorentini la Compagnia del cappelletto, la quale era in Maremma, e co’ Sanesi avea presa convegna, e veniano al servigio del comune di Firenze, e senza riguardo d’offesa e come fidati da’ Sanesi, per la via da Torrita furono da loro assaliti con ottocento uomini da cavallo, fra i quali ve ne furono quattrocento e più de’ Pisani, e loro ordine e trattato fu per rompere le provvisioni di messer Pandolfo, le quali aveano sentite. La zuffa dopo l’assalto de’ Sanesi non ebbe molto contasto, perchè quelli della compagnia venendo senza sospetto come per terre d’amici veniano in filo e sparti, il perchè di leggiere furono sconfitti e preda de’ nemici. Presi vi furono oltre a trecento uomini di cavallo e più di mille pedoni, e intra i presi fu il conte Niccolò da Urbino, che era il capitano, il conte da Sarteano, Marcolfo da’ Rimini; con altri assai buoni uomini d’arme, e morti ne furono assai più di cento. Della quale vittoria, ovvero tradimento fatto in dispetto, danno e vergogna del comune di Firenze, i Sanesi ne feciono beffa festa, dicendo sè a un’ora avere sconfitto il comune di Firenze e la compagnia la quale tanto affannati gli avea; e prosontuosamente oltre a modo alzando il capo, per derisione e scherno mandarono due messi a Firenze con lettere, l’uno al comune l’altro a’ capitani della parte guelfa, contenenti con alte e ornate parole la detta vittoria. Il comune dissimulando l’oltraggio, il fante che a lui venne vestì di scarlatto fino foderato d’indisia, la parte vestì il suo di cardinalesco.
CAP. LXXII. Di cavalcate e combattimenti di terre feciono gl’Inghilesi mentre stettono a Figghine.
Soggiornando gl’Inghilesi a Figghine, come guerrieri senza riposo tentarono per più riprese assai delle castella e tenute del nostro comune che d’intorno loro erano vicine, e al castello di Tre Vigne in due diversi giorni dierono ordinata battaglia, dove rimasono morti alquanti di loro, e assai ne furono e dalle balestra e dalle pietre magagnati senza acquisto niuno, lasciando le fosse piene di scale e la terra di saettamento, e per simile modo combatterono più altre tenute indarno. Il castelluccio de’ Benzi e la Foresta si tennono. Vero fu che uno Andrea di Belmonte Inghilese, gentile uomo e grande caporale nella compagnia, udita la fama della bellezza e gentilezza di costumi di Monna Tancia donna di Guido della Foresta, di buono e cavalleresco amore fu preso di lei, e la volle vedere, e da Guido come da uomo d’animo gentile cortesemente fu ricevuto e onorato; seguinne, che per l’amore di costui per tutto il tempo che stettono a Figghine niuna novità fu fatta alla Foresta. Combatterono per tutto un giorno il castello di Cintoia, e nol poterono avere. La notte quelli di Cintoia per la bussa del dì tormentati, e perchè assai di loro n’erano fediti, mandarono a Firenze a’ signori pregando per Dio li sovvenissono d’aiuto almeno di venti fanti, perocchè attendeano d’essere il seguente dì combattuti, e temeano della perdita; la provvisione all’usato modo fu fredda, il perchè gl’Inghilesi il seguente dì tornarono alla battaglia. Quelli del castello facendo loro possanza lungamente si tennono danneggiando forte i nemici, in fine gl’Inghilesi presono il castello, e ’l misono a sacco e l’arsono, e con la preda e’ prigioni si tornarono a Figghine. Nel detto tempo tremila uomini di cavallo con pedoni assai cavalcarono verso Arezzo, e poi volsono nel Casentino, dove levarono gran preda sì di persone sì di bestiame, e senza impedimento con essa si tornarono a Figghine.