Nel detto anno a dì 25 di luglio, Ghisello degli Ubaldini capitano di guerra de’ Pisani, con ottocento cavalieri di soldo, e con quattromila pedoni tra di soldo e di volontà, e con molti gentili uomini e popolani a cavallo che vogliosamente il seguirono, e messer Alberto Tedesco capitano degl’Inghilesi, con duemila cinquecento uomini a cavallo e duemila a piè si partirono di Pisa, e andarono a Lucca, e a dì 26 di detto mese passarono per le montagne di Montaquilano, e scesono nel piano di Pistoia nel dì di santo Iacopo; e a’ Pistoiesi non lasciarono correre loro palio. Ben furono di tanto animo i Pistoiesi, che dissono, in modo fu inteso dal capitano de’ Pisani, che mai il detto palio non si correrebbe se non si corresse sulle porte di Pisa, e così addivenne, come si troverà nella scrittura che per i tempi segue. Temettesi forte non si strignessono alla terra, che senza dubbio a gran pericolo era, sì per lo subito assalto, al quale niuna provvisione o riparo era fatto, sì per la pestilenza dell’anguinaia, che assai cittadini tolti avea, molti ne tenea in sul letto, e quelli ch’avea tocchi in vita erano fieboli: la troppa voglia ch’ebbono d’impiccare gli asinini, e fare le beffe muccerie, loro tolse il consiglio. Il seguente dì senza prendere arresto se ne vennono a Campi e a Peretola, e quivi fermarono il campo, poi colle schiere ordinate vennono insino al ponte a Rifredi; e sentendo sonare le campane dal comune a stormo, gl’Inghilesi, che secondo l’uso di loro paese pensarono che ’l popolo uscisse a battaglia, temettono un poco, e rincularono, il perchè i Pisani feciono correre il palio per traverso a Rifredi e tra le schiere. Più feciono battere moneta, e al ponte a Rifredi impiccarono tre asini, e per derisione loro puosono al collo il nome di tre cittadini, a ciascuno il suo. Ecco in che i savi comuni di Firenze e di Pisa spendono i milioni di fiorini, rinnovellando spesso queste villanie. Adunque impiccati gli asini volsono le schiere, e tornaronsi a Campi e a Peretola. Ben fece innanzi messer Alberto cavaliere Ghisello degli Ubaldini, messer Giovanni de’ Guazzoni da Pescia con più altri, con grande gavazza di gridare di stromenti, in parole altamente villaneggiando e dispettando il comune di Firenze. Arsioni i Pisani che v’erano feciono assai, ma non fuori di strada, lasciando le possessioni d’alcuno notabile uomo popolare per far dire male di lui. Il seguente giorno, arso ciò ch’aveano potuto fuori di Firenze e di Prato, passarono Arno, e arsono il borgo alla Lastra, e per i monti di verso Valdipesa di notte si partirono, e arrivarono nel piano d’Empoli, scorrendolo tutto con fare quel male poterono, quindi per lo Valdarno con grande preda e copia di prigioni senza essere loro a niente risposto si tornarono a Pisa. Da indi a pochi giorni messer Ghisello passò di questa vita, e onorato fu di sepoltura assai per i Pisani.

CAP. LXIV. Come si fermò pace dalla Chiesa a messer Bernabò.

Del detto anno del mese d’aprile si fermò la pace tra papa Urbano quinto (che tanto vogliosamente, e tanto aspramente e vituperosamente avea fulminate le sentenze contro a messer Bernabò) e il detto messer Bernabò, per la Chiesa di Roma assai vituperevole, e onesta: vituperevole, perchè si ricomperò dal tiranno ancora scomunicato, e perchè a petizione del tiranno divise la legazione, dando Bologna e Romagna in sua legazione all’abate di Clugnì, e togliendo a colui che con tanto onore di santa Chiesa l’avea acquistata: onesta, perchè egli come padre spirituale dee amare la pace e riconciliazione, e aprire le braccia a chi vuole tornare alla misericordia, verificando in buona parte il detto del poeta che dice: O tu che sol per cancellare scrivi: nè per essa pace si ruppe a’ collegati promessa, e in loro potestà rimase l’accettare. Poi appresso messer Bernabò rendè a santa Chiesa Castelfranco, Pimaccio e Crevalcuore che tenea in sul Bolognese, e ciò fatto i collegati con santa Chiesa accettarono la pace. L’abate passò per Milano, e più giorni vi stette, dove fu alla reale in tutto onorato, quindi ne venne a Bologna, ove col caroccio con molto onore e festa fu ricevuto.

CAP. LXV. Dello stato della città di Firenze in que’ giorni.

E’ ne pare necessario dire in questo luogo, per quello che seguirà di messer Pandolfo de’ Malatesti, il reggimento e governo della città di Firenze in que’ tempi, il quale era venuto in parte e non piccola in uomini novellamente venuti del contado e distretto di Firenze, poco pratichi delle bisogne civili, e di gente venuta assai più da lunga, i quali nella città s’erano alloggiati, e colle ricchezze fatte d’arti, e di mercatanzie e usure in dilazione di tempo trovandosi grassi di danari, ogni parentado faceano che a loro fosse di piacere, e con doni, mangiari e preghiere occulte e palesi tanto si metteano innanzi, ch’erano tirati agli ufici e messi allo squittino. Le grandi case de’ popolari aveano i divieti; molti antichi e cari cittadini saggi e intendenti erano schiusi dagli ufici, e quello che ne risultava di peggio di loro governo era, che temendo di non essere ingannati e consigliati per lo contradio da’ savi e pratichi cittadini che con loro si trovavano agli ufici, essendo bene e utilmente consigliati, e con amore e fede alla repubblica, sovente prendeano il contrario in danno e vituperio del comune. Molti gioventù che non passava l’adolescenza, si trovarono negli ufici per procuro de’ padri loro ch’erano nel reggimento; e occorse, che facendosi lo squittino in que’ tempi si trovò che de’ quattro i tre non passavano i venti anni, e per tali furono portati allo squittino che giaceano nelle fascie. Le ammonizioni sboglientavano, e gli odii pertanto e occulti e pregni teneano l’animo de’ cittadini. Più, l’avarizia tanto tenea occupato l’animo di molti, che con novi modi e ufici non necessari, e per altre coperte vie, faceano al comune spendere i suoi danari. Le sette non quietavano, e l’una all’altra per paura tenea l’occhio addosso: e così la repubblica si trovava nelle mani del giovanile consiglio, negli occulti odii, e ne’ desiderii delle private ricchezze. Se queste controversie e confusioni non avessono allettato e sollevato l’animo del tiranno a speranza di signoria assai sarebbe più da maravigliare, che tenendolo in ciò occupato. Quelli che conduceano la guerra cassarono i soldati, pensando a primo tempo riconducere a sofficienza, e cercavano d’avere la Compagnia della stella, che di numero si ragionava passasse le seimila barbute. Della Magna speravano trarre duemila barbute, delle quali non n’ebbono che cinquecento, sotto il capitanato del conte Arrigo di Monforte, e del conte Giovanni, e del conte Ridolfo suo fratello, il quale era sfoggiato di grandezza, e menno, e però era chiamato il conte Menno, e questi due si diceano stratti della casa di Soavia. Non pensando trarre dalla Magna più gente, nè avere la Compagnia della stella, e correndovi giorni, condussono messer Ugo Tedesco valente uomo con mille uomini di cavallo, i quali, erano giovani e prod’uomini, ma male armati e peggio a cavallo; fu a ciascuno quando entrarono per lo comune donato una lancia nuova, perchè non entrassono così brulli. Appresso condussono il conte Artimanno con mille ragazzi, verificando il proverbio, a tempo di guerra ogni cavallo ha soldo: vennono a mezzo il mese di febbraio in Firenze a rifarsi.

CAP. LXVI. Come i Perugini, per tema che la compagnia degl’Inghilesi non soccorressono i loro rubelli assediati in Montecontigiano, condussono la Compagnia del cappelletto.

Nel detto anno del mese di novembre, i Perugini, i quali aveano condotta la Compagnia del cappelletto per venti dì, temendo che gl’Inghilesi non soccorressono i loro usciti i quali erano assediati in Montecontigiano, rafforzarono l’assedio, e in pochi giorni appresso ebbono il castello. Il modo fu nuovo, che i detti usciti con i fanti masnadieri che aveano seco feciono vista d’essere fuggiti, e tutti si nascosono per le case, di che quelli dell’oste maravigliandosi, non veggendo alle poste le guardie, mandarono alquanti infino alle porti, e guatando per gli spiragli non viddono per la terra persona, di che tornati al campo e detto il fatto, il campo a romore si mosse colle scale a ire a prendere la terra: li usciti ch’erano pro’ come leoni, insieme co’ loro fanti masnadieri lasciarono salire i loro nemici in sulle mura, e quando li vidono in sulle mura uscirono delle case francamente, e con raffi a ciò ordinati tirarono delle mura a terra assai conestabili e valenti uomini che v’erano montati, e montarono in sulle mura essi, e per forza ne levarono coloro che su v’erano saliti con aspra e fiera battaglia, di che i Perugini si tornarono al campo. Infra quelli che rimasono presi fu un cavaliere tedesco, che lungo tempo era stato al soldo de’ Perugini, e fatto gli era grande onore; costui andando un dì a sollazzo per lo castello con certi caporali masnadieri, e’ fu da loro dimandato, che aveano di loro diliberato i Perugini; il sagace cavaliere rispose, di mai non partirsi finchè arebbono il castello, e d’impiccarli tutti; ma che s’elli voleano campare, che poteano, dando loro gli usciti a’ Perugini, di che i fanti per paura a ciò s’accordarono; e il seguente dì cominciarono questioni con gli usciti, domandandoli se di niuno luogo aspettavano soccorso, i quali risposono di niuno, onde i masnadieri loro dissono che piglierebbono partito per sè, ed ebbono tra loro oltraggiose parole; veggendo ciò messer Alessandro de’ Vocioli con sette de’ migliori ch’erano con lui deliberarono di ricorrere alla misericordia, e con li capestri in gola uscirono del castello e andarono al campo gridando misericordia, e’ furono ricevuti: i signori di Perugia per fuggire le preghiere mandarono quattro camarlinghi a Montecontigiano, i quali il detto messer Alessandro con altri sedici cittadini di Perugia suoi compagni e di buone famiglie quivi feciono decapitare.

CAP. LXVII. Come messer Pandolfo Malatesti venne con cento uomini di cavallo e con cento fanti a servire il comune di Firenze per due mesi.

Conoscendosi per i Fiorentini che nell’impresa della guerra il comune era senza capo e senza consiglio, e con gente d’arme di poco valore, forte si cominciò a dubitare, e massimamente per coloro a cui potea meritamente la perdita tornare nella testa; costoro co’ loro seguaci furono a’ signori, pregandoli che provvedessono di capitano di guerra, e loro puosono innanzi messer Pandolfo de’ Malatesti, il quale per le sue savie e franche operazioni, contra il conte di Lando e sua compagnia, come Matteo mio padre scrive di sopra, in Firenze avea buona fama, e la grazia di tutti i cittadini, il quale di presente fu eletto senza sospezione alcuna, e fatti gli ambasciadori ch’andassono a portare l’elezione, e patteggiarsi con lui, e scritto gli fu in segreto dagl’intimi suoi che venisse, che ciò che domandasse al comune arebbe, ed esso ben sapeva la condizione della città, e l’infermità di essa gli era negli occhi; onde ricevuti gli ambasciadori colla elezione li lasciò a Pesero, ed egli n’andò dove era messer Malatesta, vecchio e messer Malatesta giovane, e con loro più giorni stette in segreto consiglio. Quali fossero i ragionamenti, l’opere di messer Pandolfo il manifestarono. Tornato agli ambasciadori a Pesero, per meglio coprire suo segreto mostrava per molte vie poca voglia di volere venire, e con cautela disse non potea senza la licenza di messer di Spagna legato di papa, ed esso medesimo per suo segreto messo infra pochi giorni l’ottenne; e ciò fatto, venne alla pratica con gli ambasciadori di quello volea, e le sue domande erano in gran parte sì spiacevoli e disoneste, che gli ambasciadori del tutto si partirono da lui; ed essendo per mettere i piè nella staffa, parendo a messer Pandolfo avere mal fatto, li fè richiamare, e loro disse non intendea di venire come capitano, ma come amico del comune volea venire a servirlo due mesi, e così per gli ambasciadori fu accettato, e così venne ed entrò in Firenze a dì 15 del mese d’agosto con cento uomini di cavallo e cento fanti a piè, e con grande allegrezza fu da tutti universalmente ricevuto, parendo a ciascuno essere in viaggio d’onorato fine alla guerra. Il seguente dì furono creati otto cittadini, due per quartiere, e per termine d’un anno e con balìa assai, in uficiali del comune sopra la guerra, i quali di presente preso l’uficio incominciarono ad intendersi con messer Pandolfo sopra i modi che intorno a’ fatti della guerra s’avessono a tenere; nelle lunghezze delle parlanze messer Pandolfo non mostrò cruccio di perdere tempo.

CAP. LXVIII. Come i Pisani co’ loro Inghilesi presono Figghine.