Poi seppellito fu nella chiesa di santa Reparata con intenzione di farli ricca sepoltura di marmo. Valente uomo fu in arme, e saputo e accorto con grande ardire, e leale cavaliere, e in fatti d’arme avventuroso, e per certo ogni onore che fatto li fosse e per lo innanzi gli si facesse lo merita.

CAP. LX. Dell’ammirabile passaggio de’ grilli.

Il dì primo di luglio, un vento schiavo temperato per dieci ore continove del dì nelle parti di Pesaro, Fano e Ancona condusse incredibile moltitudine di grilli, quasi come in passaggio per l’aire, tanto stretti che ’l sole non rendea la luce se non come per una nuvola non troppo serrata, e trovossi per quelli che la notte sopraggiunse che molti l’uno portava l’altro. Dove presono albergo, cavoli, lattughe, bietole, lappoloni, e ogni erba da camangiare la mattina si trovarono tutte colle costole e’ nerbolini tutti bianchi, che a vedere era cosa nuova. Perchè per lo freddo della notte non si poteano levare, i fanciulli ne portavano le cannuccie coperte dal capo a piè, tanto stretto l’uno sotto l’altro che non vi si sarebbe messo la punta dell’ago. I grilli erano di lunghezza d’un dito colle gambe lunghe e rosse, e l’alie grandi, col dosso ombreggiava in verde chiaro. Molti o la maggior parte annegarono in mare, che ’l fiotto gittò alla marina, i quali ammassati gittarono orribile puzzo, e trovossi che i pesci non presono cibo di loro, e gli uccelli e gli altri animali insino alle galline se ne guardarono.

PROEMIO DELLA CRONICA di FILIPPO VILLANI Nel quale racconta la morte di Matteo suo padre, e la cagione che lo mosse a seguitare di scrivere.

In questi giorni la pestilenza dell’anguinaia prese il componitore di quest’opera Matteo, e trovandolo di sobria e temperata natura e vita il dibattè cinque giorni, in fine il duodecimo dì del mese di luglio divotamente rendè l’anima a Dio. Il quale in tanto possiamo dire meritevolmente essere da laudare, in quanto esso con lo stile che a lui fu possibile non sofferse, che perissono le cose occorse nel mondo per lo tempo che scrive degne di memoria, quindi apparecchiando materia a’ più delicati e alti ingegni di riducere sue ricordanze in più felice e rilevato stile, qui a me Filippo suo figliuolo lasciando il pensiere di seguitare su per infino alla pace fatta con i Pisani, per non lasciare la materia intracisa, e così m’ingegnerò di fare la storia di tempo in tempo, con l’altre cose occorse nell’altre parti del mondo le quali a mia notizia perverranno.

CAP. LXI. Come i Fiorentini feciono Ranuccio da Farnese loro capitano di guerra.

Seguendo quanto mi sarà possibile lo scrivere di Matteo Villani mio padre, per principio di mia perseguitazione ne tocca a scrivere, che per lo grande amore che ’l comune di Firenze ebbe a messer Piero da Farnese, senza rispetto de’ grandi pericoli che vedeano sopraggiugnere, senza lunghezza di tempo puosono Ranuccio suo fratello, non perchè ’l conoscessono sufficiente e atto a tanto peso, ma per donarli quel titolo per grazia dell’anima di messer Piero. Uomo era pro’ della persona, e ardito e leale, ma poco sperto in guidare gente d’arme, e nelli pronti avvisi che la guerra richiede.

CAP. LXII. Come gl’Inghilesi giunsono in Pisa.

Gl’Inghilesi ch’erano in Monferrato al soldo del marchese, col procaccio di messer Galeazzo Visconti ebbono il passo per lo Genovese, e col loro capitano messer Alberto Tedesco giunsono in Pisa il dì 18 di luglio. Honne fatta menzione, perchè dal non averli condotti come messer Piero da Farnese consigliava molto di danno e di vergogna si ricevette per lo nostro comune, come per l’innanzi leggendo apparirà.

CAP. LXIII. Come i Pisani cavalcarono i Fiorentini in sulle porte.