Nel detto anno 1364 a dì 8 d’aprile, messer Beltramo di Craiche cavaliere Brettone Galese, il quale era nelle parti di Normandia, capitano per parte del duca di Normandia prese la villa di Nantes che si tenea per lo re di Navarra, e poco appresso prese la villa di Mellavit, e tutte le fortezze per la gente del detto duca, e furono prese più gente di Pag, e tali che teneano la parte del re di Navarra contro al re di Francia, e fu d’alcuni fatta giustizia.

CAP. LXXXIV. Come rotto il trattato della pace i Pisani cavalcarono i Fiorentini.

Mentre che il venerabile frate Marco per commissione di papa Urbano quinto cercava la pace tra’ Fiorentini e’ Pisani, i Genovesi, Perugini e Sanesi mandarono loro ambasciadori per cercare la detta pace insieme col detto frate Marco, il quale ricevuta la risposta dal comune di Firenze, che voleva pace dove fosse sopportabile e onesta, si tornò a Pisa, e trovando i Pisani per lo caldo della molta buona gente d’arme ch’aveano montati in più altere domande con minacce, tutto che la speranza della pace avessono gittata indietro alle spalle, non di manco i detti ambasciadori seguiano la cerca innanzi che le cose inzotichissino più, minacciando i Pisani che se la pace prestamente non si prendesse nella forma che l’aveano domandata, che farebbono la lor gente cavalcare a desolazione e distruzione del contado di Firenze. A’ Fiorentini parea al di dietro avere ricevuto soperchio oltraggio, e aspettavano in corti giorni l’avvenimento della Compagnia della stella, la quale per sagacità e sollecitudine di messer Galeazzo corrotta per danari ritardava sua venuta, dipoi levata ne fu, e le duemila barbute soldate nella Magna, fidandosi in questa speranza, e ne’ valenti uomini ch’aveano a provvisione, ch’erano messer Bonifazio Lupo da Parma, messer Tommaso da Spuleto, messer Manno Donati, messer Ricciardo Cancellieri, e Giovanni Malatacca da Reggio, i quali erano pregiati maestri di guerra, e stato ciascuno di per sè capitano di grande esercito e avutone onore, e già in Firenze era venuto il conte Arrigo di Monforte, e in sua compagnia il conte Giovanni e il conte Ridolfo stratti della casa di Soavia con cinquecento uomini di cavallo tutti giovani, e per la maggior parte gentili uomini, grandi e belli del corpo, e quanto per un fiotto di tanta gente a giudizio di tutti non era ricordo che entrasse in Firenze più bella nè meglio in punto d’arme e di cavalli, ed esso conte era di bello e gentile aspetto. Per le dette cagioni i Fiorentini con più cuore rifiutarono la pace, e le minacce misono a non calere; onde i Pisani posta giù la speranza della pace, avendo seimilacinquecento uomini di cavallo tra Tedeschi e Inghilesi capitanati da Anichino di Bongardo e Giovanni Aguto in forma di compagnie, e giunti loro oltre a mille cittadini e contadini i più guastatori, licenziarono che intendessono a fare aspra guerra, il perchè a dì 13 del mese d’aprile si mossono e passarono per la Valdinievole, e posarsi nel piano di Pistoia, e in due luoghi puosono campo, e il seguente dì gl’Inghilesi a schiere fatte si dirizzarono a Prato, e in su la porta di Prato combatterono i Pratesi, e con mano presono il ponte levatoio con maravigliosa sicurtà vietando che non si levasse, la quale audacia a’ nostri fu in grande terrore, e a dì 15 d’aprile circa a mille uomini a cavallo della brigata degl’Inghilesi nel mezzo della notte si partirono del campo, e vennono infino alla Porta al prato, onde la terra si scommosse tutta ad arme, e di loro quattro gagliardi toccarono la porta, de’ quali l’uno ne rimase, e senza arrestare si partirono con parecchi che trovarono nelle letta, e con alquanti buoi, e tornarono al campo. E il seguente dì gl’Inghilesi per lo stretto di Valdimarina passarono nel Mugello, non senza vergogna de’ provveditori del nostro comune, a cui parea che per le civili dissensioni Iddio avesse tolto il cuore e ’l senno; l’intenzione degl’Inghilesi fu di passare per lo Mugello, e venirsene nel piano di san Salvi, e ivi porre campo, e attenere a’ Fiorentini la promessa di fare il prete novello: Anichino dovea tenere campo a Peretola. Passati adunque la notte gl’Inghilesi la Valdimarina in sul fare del giorno giunsono a Latera e a Barberino, e trovarono i villani non avvisati e male provveduti, onde ebbono da cento prigioni, e da cento paia di buoi e assai bestiame minuto, e trovarono pieno di biada e di vino e d’altra roba da vivere, e la cagione fu per allora, che dove i governatori della città doveano levare le gabelle acciocchè la roba venisse alla terra, le raddoppiarono, il perchè niuno volea recare, volendo innanzi stare a rischio del perderla: e ciò fu riputato a’ signori in singulare fallo, levando l’abbondanza alla città e lasciando a’ nemici pastura.

CAP. LXXXV. Come messer Pandolfo passò nel Mugello colla gente da cavallo per tenere stretti gl’Inghilesi.

Essendo gl’Inghilesi passati nel Mugello per mala provvedenza di chi potea riparare, messer Pandolfo fu fermo nell’usato pensiero di farsi signore, e disse di volere cavalcare nel Mugello con la gente dell’arme che era nella città, ch’era nel torno di dodici centinaia di barbute; gli otto della guerra gliele interdiceano facendogliene espressa proibizione, e non senza cagione, avendo rispetto a’ modi per lui altra volta tenuti, e veggendo la città in grave pericolo: egli per pertinacia seguendo sua intenzione disse, o che cavalcherebbe, o che rifiuterebbe l’uficio del capitanato. Gli otto stando pur fermi, per la città ne surse mormorio e sollevamento di scandalo; onde stando il popolo insollito sotto ombra di cittadinesca riotta, gli otto temendo gli concedettono l’andata, e cavalcò con circa a mille barbute, e in compagnia del conte Arrigo di Monforte, a cui imposto fu per gli otto che cura all’operazioni di messer Pandolfo poco fidato al comune avesse; giunti nel Mugello, il conte s’alloggiò nella Scarperia, e messer Pandolfo nel borgo a san Lorenzo. Occorse in quei giorni, che circa a trenta della brigata del conte per avventura si scontrarono in cento o più Inghilesi, e per spazio di due ore insieme si combatterono: un gentiluomo della brigata del conte nome Arrigo veggendo il soperchio degl’Inghilesi discese a piede, e con una lancia in mano di sua persona fè maraviglie, perocchè, secondo che avemmo da persona degna di fede che si trovò al fatto, con la detta lancia spuose da cavallo da dieci Inghilesi de’ quali due morirono, e per lo detto atto e per li compagni che francamente lo seguirono gl’Inghilesi inviliti dierono le reni, e di loro, massimamente di quelli ch’erano rimasi a piede, alquanti ne furono presi, alquanti ne rimasono morti nella battaglia. Avemo con piacere per tanto di ciò fatto ricordo, perchè ne’ nostri dì tanta prodezza di rado è stata veduta, e per mostrare quanto di valore e di cuore a un esercito presta non solo il valente capitano, ma eziandio il valente cavaliere, e così il vile viltà. L’opere d’arme per tenere gl’Inghilesi stretti erano del conte Arrigo e del conte Ridolfo, ch’era chiamato il conte Menno, e di loro brigate, ch’altri poco se ne dava travaglio.

CAP. LXXXVI. Come gl’Inghilesi si partirono del Mugello e tornarsi nel piano di Pistoia.

Gl’Inghilesi essendosi assaggiati co’ Tedeschi e co’ paesani che aveano cominciato a mostrare loro il volto e a volere de’ loro cavalli, sentendo che il passare per lo Mugello a san Salvi per i molti stretti passi era loro pericoloso, e quasi impossibile, e veggendo il luogo dove s’erano condotti, incominciarono forte a dubitare, ed era loro di mestiere, se avessono avuto chi avesse voluto attendere a provvedere contro a loro, come dovea e potea, e tale ne portò mala fama, massimamente perchè loro faltava la vita e per le bestie e per le persone, onde loro convenne fuggire alle usate malizie, onde con sollecitudine mostrarono di volersi alloggiare a san Michele del bosco, afforzandosi di sbarre e palancati, con mettere pure in loro boce che riposati alquanto farebbono il cammino di che aveano minacciato a malgrado di chi non volesse, e ciò faceano per levare le poste alle vie ond’erano venuti quelli che v’erano tratti a guardare, mostrando d’ire innanzi non di tornare addietro, e così avvenne, che essendo quelle vie non guardate, la notte di san Giorgio presono loro via per la valle di Bisenzio e tornarsi nel piano di Pistoia.

CAP. LXXXVII. Come messer Pandolfo Malatesti si partì dal servigio del comune di Firenze.

Stando messer Pandolfo al Borgo involto in su gli usati pensieri favorati dal male stato de’ Fiorentini, li cadde nell’animo, ch’essendo Firenze nel dubbioso e forte partito dove per allora parea che fosse lo dovesse gareggiare e tenerlo per idolo; onde volendo tentare se il suo pensiere rispondea col fatto, e per sua parte fè dire a’ signori di Firenze e agli otto della guerra, che casi gravissimi e poderosi gli erano occorsi nel suo paese pericolosi allo stato suo, e che a riparare necessario era che sua persona vi fosse, e li fece pregare che loro piacesse in tanto bisogno non doverli mancare per dodici o quindici dì licenziarlo: i signori con gli otto ne tennono consiglio di richiesti, nel quale muto di dicitori, Bindo di Bonaccio Guasconi disse, che pensava che ’l gentiluomo, amico egli e sua casa del nostro comune, dicesse il vero, e che essendo le cose gravi come ponea, non gli andava per animo che in così breve spazio di tempo come domandava le potesse spacciare, e che non solo per dodici o quindici dì si licenziasse, ma per tutto il tempo che sua condotta durava, e che in suo luogo fosse posto il conte Arrigo di Monforte, e così nel consiglio s’ottenne, e fu eletto il detto Bindo a ire a messer Pandolfo con piacevole commiato. Bindo v’andò, e da sè a lui aperto li mostrò tutti i suoi errori, i quali dal popolo erano stati bene conosciuti, e che agevolmente potea avvenire, che perseverando in cotali pensieri con opera, forse che un giorno il popolo li farebbe un sozzo scherzo, al quale non potrebbono porre riparo nè i signori nè gli otto. Veggendo messer Pandolfo che questo avviso come gli altri gli era venuto fallito, e tornato in vergogna, se ne venne a Firenze, e fu a’ signori, e loro disse, che non ostante che ’l suo bisogno fosse grande, per lo presente vedea quello del comune di Firenze era maggiore e pertanto e sè e la sua brigata alle sue spese offeria al comune: di ciò fu ringraziato, e dettoli, che ’l comune non avea nè di lui nè di sua brigata bisogno, onde si partì a sua posta senza onore di comune, o di privati cittadini.

CAP. LXXXVIII. Come gl’Inghilesi e’ Tedeschi co’ guastatori de’ Pisani s’accamparono a Sesto, e Colonnata, e santo Stefano in pane.