Gl’Inghilesi usciti del Mugello a salvamento insieme co’ Tedeschi e guastatori s’accamparono a Sesto e Colonnata, e per le coste di Montemorello, prendendo santo Stefano in pane, e tutte le pianure d’intorno, dove soprastettono per alquanti giorni, sicchè i guastatori de’ Pisani ebbono destro a fare male, e arsono palagi e ricchi abituri e altri casamenti per lo piano, e per le coste di Montemorello per lo spazio di tre miglia o circa intorno al campo, e riservando a levare del campo i luoghi che per loro necessità aveano riserbati, e stando quivi gualdane di loro passarono l’Uccellatoio e Starniano, ed entrarono in Pescia luogo aspro e riposto, ove trovarono molta roba rifuggita, oltre n’andarono infino a Calicarza, Montile, e Curliano, paesi malagevoli assai a cavalcare, senza trovare alcuna contesa. Ancora infra questo tempo combatterono la Petraia, ch’era loro sopra capo, e aveanla armata e fornita alla difesa i figliuoli di Boccaccio Brunelleschi: e nel vero fortemente sdegnavano che sopra tante migliaia di gente d’arme pregiata e famosa signoreggiasse quella piccola fortezza in dispregio loro, il perchè si deliberarono di vincerla, e la prima battaglia colle schiere ordinate fu degl’Inghilesi, dove con acquisto di vergogna alquanti ne furono morti e molti magagnati, la seconda de’ Tedeschi in simile acquisto; ultimamente essendo cresciuta l’onta e ’l dispetto, anzi il levare del campo Tedeschi e Inghilesi insieme con aspro assalto la combatterono, e niente poterono acquistare, se non al modo usato danno e vergogna. Di questo avemo fatta memoria per mostrare, che i privati cittadini in que’ tempi più erano accorti e valorosi a difendere loro fortezze, che i governatori del comune quelle della città, e massimamente perchè confortati, che nel rispetto ch’aveano da’ nemici, e poteanlo fare assai leggermente nol vollono fare, onde ne risultò gran vergogna al comune. L’invidia e ’l mal talento col poco senno che allora occupava il governamento ogni virtuoso operare impedia. In sul levare del campo i guastatori pisani arsono tutti i casamenti che per loro ostellaggi aveano riserbati.

CAP. LXXXIX. Come gl’Inghilesi e’ Tedeschi coi guastatori pisani presono il colle di Montughi e di Fiesole, e combatterono i Fiorentini alla porta a san Gallo, e fessi Anichino di Bongardo cavaliere.

L’ultimo dì d’aprile i nemici mutando campo presono il colle di Montughi e di Fiesole, spargendosi per tutte le circostanze infino a Rovezzano, e il primo dì di maggio per giorno nomato colle schiere fatte se ne vennono sopra la costa della via di san Gallo di sotto al podere d’Altopascio, dove erano fatti tre serragli, il primo sopra la via che va a santo Antonio, l’altro sopra la via che va a san Gallo, il terzo sopra le case poste sopra via che ne va lungo le mura, e questo era di carri, dove era il conte Arrigo di Monforte con tutta la gente da cavallo; a’ primi due serragli erano molti Fiorentini usciti di volontà, i quali impedivano la buona gente dell’arme ch’erano alla difesa, e ammoniti da messer Manno Donati, e da messer Bonifazio Lupo, e da messer Giovanni Malatacca, e dagli altri valenti uomini, che si tirassono addietro, e lasciassono fare la gente dell’arme, nol vollono fare, il perchè furono cagione della perdita de’ serragli con morte e presura di molti di loro. Nello scendere delle schiere un poco davanti due notabili uomini e pregiati in arme, Averardo Tedesco e Cocco Inghilese, a lento passo l’uno dall’un lato della via l’altro dall’altra si calarono giù a’ serragli facendo rilevate prodezze; seguendo appresso le schiere vinsono e gettarono in terra i detti due serragli, con danni assai e di morti e di prigioni de’ vogliosi e disordinati Fiorentini, che s’erano voluti mettere alla difesa contro a’ buoni uomini d’arme, e contra loro volontà. Averardo passò in sulla piazza di san Gallo, e con molti che appresso il seguivano infino al piè delle case a fronte si fè al conte di Monforte, il quale stando come una massa di ferro mai da’ nemici non fu tentato, tutto che le frecce degli arcieri inghilesi che scendeano sopra l’altra brigata sembrassono gragnuola. Dalla porta e antiporta e mura scoccavano le balestra, e a tornio e a staffa, che il tuono del romore piuttosto cresceano che facessono danno. Scese le schiere, fuoco fu messo in sant’Antonio del vescovo, e per simile in molti altri casamenti. In quel fuoco, in quel tumulto, in quelle grida Anichino di Bongardo si fè cavaliere in sulla costa della via che vede la porta, con tanti suoni, con tante grida, che parea che ’l cielo tonasse, ed egli fè cavaliere messer Averardo e più altri, come se fatti fossero in battaglia campale: e ciò fatto, fu sonato a ricolta, e tutti, accortamente senza impaccio si ritrassono addietro chi a Montughi e chi a Fiesole, e la notte con l’ordine dato tra loro feciono la festa de’ cavalieri novelli, la quale fu in questa forma: che le brigate a cento i più a venticinque i meno con fiaccole in mano si vedeano danzare, e l’una brigata si scontrava con l’altra gittando talora le fiaccole, e ricevendole in mano, e talora mettendole a giro, e a modo d’armeggiatori seguendo l’un l’altro ordinatamente, e queste fiaccole passavano le duemila, con gran gavazze di grida e stromenti; e per quello che s’intese dalle brigate ch’erano nel piano vicino alle mura dispettose parole usavano contra il comune di Firenze, e intra l’altre, Guardia studia i collegi, manda pe’ richiesti, e simili parole usate nel palagio de’ priori, le quali erano intese e da quelli che erano in sulle mura e da quelli ch’erano da piè. E per dileggiare il popolo di Firenze in sulle tre ore di notte quetamente mandarono un loro trombettino e un tamburino in sul fosso delle mura della Porta alla croce, i quali sonando come a stormo, il popolo di Firenze tutto si commosse a romore, correndo boci per la terra che i nemici aveano prese le mura dove le bertesche erano fatte, e che parte di loro n’erano dentro discesi. La paura fu sopra modo, e i cittadini come smemoriati correvano qua e là per la terra, e le femmine poneano le lucerne alle finestre, e con lamenti l’armavano di pietre. La cosa nel suo aspetto a vedere orribile era, ma saputo il vero, subitamente si racchetò il bollore fatto in danno e vergogna come detto è. Il seguente dì 2 di maggio schierati tutti passarono Arno di sotto alla Sardigna assai presso alla città, e puosono campo a Verzaia stendendosi infino a Giogoli e Pozzolatico e per Arcetri, ardendo tutto infino presso alle mura; e sopra questo con le schiere fatte, e con le loro barbare strida e suoni di stromenti da battaglia vennono verso la porta di san Friano per combattere nella forma che fatto aveano a quella di san Gallo. I nostri che ne’ giorni passati s’erano assaggiati con loro, e trovato aveano ch’erano uomini e non leoni, aveano armato il casamento delle monache da Verzaia, e quivi fatte le sbarre ricevettono francamente il baldanzoso assalto, rispondendo loro co’ ferri in mano in modo e forma che li ributtarono indietro con molti fediti e alcuni morti, il perchè niente avanzando se non danno e vergogna si ritrassono al campo: bene arsono allora sopra il ciglio della città Bellosguardo e molte altre belle e ricche possessioni e palagi, e soprastati per alquanti giorni, per dare agio ai fediti loro i quali passavano il numero di duemila, veggendo che i Fiorentini s’ausavano all’arme, e andavano a riguardo, sicchè poco con loro poteano avanzare, e che le brigate che uscivano di notte sì de’ cittadini come de’ contadini, che erano trafitti e aveano bisogno di ristorarsi, stando essi sparti baldanzosi, e per dispetto quasi senza guardia veruna, e di prigioni e di cavalli e d’uccisioni li danneggiavano forte, si partirono. Il lor viaggio fu sopra san Miniato a monte, e sopra l’Ancisa passando per lo Valdarno, e loro albergheria fu al Tartagliese, e il seguente dì feciono vista di combattere la Terranuova, dove trovato la risposta, con alquanti di loro morti e magagnati si partirono, e così mollemente tentarono dell’altre terre del Valdarno, il perchè aperto s’intese che per quella via gli avea volti il danaio: che usciti del contado di Firenze in su quello d’Arezzo, e trovandolo sgombro, passarono su quello di Cortona, e quindi in su quello di Siena facendo danno assai d’arsioni prigioni e prede, infine voltisi per la Valdelsa e per la Valdinievole si fermarono in su quello di Pisa a san Piero in campo. Quivi vollono vedere la rassegna delle loro brigate, dal tempo ch’entrati erano in sul Fiorentino, e trovarono che più di seicento buoni uomini d’arme aveano perduti, e oltre a duemila n’erano fediti, de’ quali assai poscia perirono.

CAP. XC. Come il conte Arrigo di Monforte capitano de’ Fiorentini prese e arse Livorno.

Nel paesare e nel raggiramento che messer Anichino di Bongardo faceano in su quello d’Arezzo insieme con gl’Inghilesi, come abbiamo detto, il conte Arrigo di Monforte capitano de’ Fiorentini, e con lui il conte Giovanni e il conte Ridolfo colle brigate loro de’ Tedeschi, ch’erano con quelli del conte Arrigo millecinquecento barbute, e con l’altra gente di cavallo de’ Fiorentini ch’erano per le castella alle frontiere, la quale fè adunare in san Miniato del Tedesco, e con cinquecento balestrieri scelti, e più con assai Fiorentini a cavallo e a piè che di volontà l’aveano voluto seguire, e col consiglio di messer Manno Donati, e di certi degli altri provvisionati, de’ quali di sopra facemmo menzione, fatto fornimento da vivere per quindici giorni, venerdì mattina a dì 21 di Maggio 1364 si partì di san Miniato del Tedesco, e la sera prese albergo su l’Era vicino al castello di Gello, e il sabato mattina passando vicino di Pisa, e facendo quel danno che fare si potea s’accampò a san Piero in Grado. E in quel giorno vennono a Pisa di Lombardia millequattrocento uomini di cavallo sotto nome di compagnia, i quali veniano per pigliare inviamento di loro mestiere in Toscana. I Pisani vedendosi improvviso giugnere questa ventura loro donarono duemila fiorini d’oro, ed elli coll’altra gente loro che rimasa era in Pisa, come soperchio a’ Tedeschi e Inghilesi che cavalcati erano in sul Fiorentino, e con parte del popolo andassono a combattere co’ Fiorentini ch’erano accampati a san Piero in Grado, e così promisono di fare, e preso rinfrescamento, con la gente e col popolo uscirono di Pisa schierati, e a pian passo contro i nemici. Il conte di Monforte sollecitato era molto da messer Manno che passasse il ponte allo Stagno contro Livorno, ed egli dubitando forte stava sospeso, e per conforto che fatto gli fosse non si attentava a passare quello lagume, e non sapere dove, se non quando vidde il gran polverio della gente ch’usciva di Pisa, quindi mosse passo, e di presente messer Manno chiamò Filippone di Giachinotto Tanaglia, che quivi appresso di lui era, e prese due scuri in mano tagliarono due pali in su che si posava il ponte, e lo feciono nello stagno cadere, e a pena aveano fornito il servigio che i Pisani sopraggiunsono e per acqua e per terra. Messer Manno conoscea tutti i soldati che praticavano in Lombardia, e pertanto domandò di volere parlare con alcuno di loro caporali, e tantosto vennono parecchi, e con lieta accoglienza lo viddono, rallegrandosi ch’aveano cessato materia di zuffa, e a lui dissono, che aveano ricevuto duemila fiorini d’oro perchè commettessono battaglia con loro, e che credeano che i Pisani attenderebbono a loro persecuzione, ma che essi per suo amore lentamente procederebbono, e da lui preso congio, a passi scarsi si tornarono verso Pisa. E in ciò cadde perdimento di tempo a’ Pisani, utile e necessario alla gente de’ Fiorentini, come può qualunque intendente udendo il fatto comprendere, perocchè deliberarono i Pisani che la detta gente cavalcasse a Montescudaio, e togliesse il passo a’ Fiorentini, e se ciò fosse per mala fortuna avvenuto, senza dubbio tutta la gente ch’era in quella cavalcata era perduta. La detta gente la sera soprastette in Pisa, e la mattina seguente persono tempo tra nell’armarsi e mettersi in ordine. I Fiorentini in quel giorno che passarono il ponte allo Stagno presono Porto pisano e Livorno, e trovaronlo sgombro, perocchè quelli che dentro v’erano diffidandosi di poterlo tenere da tanto sforzo, prestamente si diedono allo sgombrare fuggendo loro famiglie e cose, e così le mercatanzie in mare in su le navi, che solo una balla di panni e una ricca cortina nel fondaco trovato non fu, or non di manco messo in preda quello che trovato vi fu, il conte fece ardere la terra. Messer Manno udito il generale avviso della gente dell’arme che s’era data a servire a’ Pisani, come uomo avvisato e pratico de’ casi che sogliono ne’ fatti dell’arme avvenire, subito gli corse in pensiero, che i Pisani non rivolgessono quella gente in Maremma a tor loro il passo di Montescudaio, e cominciò forte a dubitare, e avvisonne il capitano, e vennono presto a’ rimedi, perocchè messasi innanzi la gente da piè, perchè del camminare avessono più agio, e rinfrescato alquanto i loro cavalli, alle tre ore di notte presono viaggio, e dirizzaronsi verso Montescudaio per vie montuose e aspre e malagevoli, e tutta quella notte senza arresto cavalcarono, e il seguente dì con dare poco d’agio alle bestie e a loro misono in cavalcare come fossono in fuga, e alle tre ore di notte uscirono del passo di Montescudaio, e ridussonsi in su quello di Volterra in luogo sicuro, trovandosi avere camminato in ventiquattro ore miglia trentotto di pessima via. E in quella medesima notte circa alle sette ore la gente de’ Pisani giunse a Montescudaio per torre il passo, e trovando che i Fiorentini erano passati, dello scorno che loro parea avere ricevuto presono cordoglio. Emmi stato piacere particolarmente narrare questa particella di storia per dimostrare quello che può e fa la fortuna nelle maledette confusioni delle guerre. Ben furono di quelli che vollono dire, che la cavalcata era stata di coscienza de’ Pisani, perchè pace si potesse cercare, e se vero fu, alla Pisanesca bel tratto faceano, avendo il caso fortuito loro prestato la gente dell’arme, colla quale stimarono poterlo fare, e assai presso vi furono.

CAP. XCI. Come il corpo del re Giovanni di Francia fu trasportato di Londra a Parigi, e come onorato.

Per tramezzare alquanto la continuanza delle scritture nella guerra tra’ Fiorentini e’ Pisani ne occorre di scrivere, che ’l dì primo di maggio il corpo del re Giovanni di Francia di Londra ne fu portato a santo Antonio presso a Parigi la sera, e quivi per onorarlo e farne l’esequie reale stette quattro giorni, e a dì 5 detto mese ne fu portato a nostra Donna di Parigi accompagnato da tutte le processioni delle chiese e regole di Parigi, e da tre suoi figliuoli, ciò furono, Carlo primogenito delfino di Vienna e duca di Normandia, Luigi duca d’Angiò, Filippo duca di Torenna lo più giovane di tutti, e fuvvi lo re di Cipri, Giovanni duca di Berrì era in Inghilterra: e portarono il corpo del detto re quelli di parlamento secondo loro uso; e ciò è di ragione, perchè elli rappresentano la giustizia in luogo del re: e a dì 6 si disse la messa, e subito il corpo ne fu portato a santo Dionigi, seguendo appresso d’esso i suoi tre figliuoli Carlo Luigi e Filippo, e il re di Cipro, e sopra i franchi della villa, poi montati a cavallo infino a santo Dionigi, e a dì 7 si fè l’esequio a santo Dionigi. E seppellito il detto corpo con grande onore, tantosto appresso Carlo suo primogenito se n’andò in un pratello, e appoggiato ad un fico ricevette più omaggi da’ peri di Francia e da’ grandi baroni, e a dì 9 si partì per andare a Rems a prendere la corona.

CAP. XCII. Come messer Beltramo de Cloachin sconfisse il luogotenente del re di Navarra in Normandia.

Nel detto anno a dì 16 dì Maggio, messer Beltramo de Cloachin si combattè davanti Choncel presso alla Croce di san Leffon contra al Captal del Comuff luogotenente del re di Navarra in Normandia, e fu il detto Captal sconfitto e preso, e la maggior parte di sua gente morta e presa; e per avere il detto Captal lo re di Francia diede al detto messer Beltramo tutta la Longavilla e la Giusfort ch’erano state del re di Navarra. E lo re di Francia ec.

Qui manca il fine di questo capitolo con tre altri capitoli delle rubriche che erano così intitolati.