CAP. XCIII. Come Carlo primogenito del re di Francia fu consegrato a Rems a re di Francia.
CAP. XCIV. Come si combatterono messer Carlo di Bos duca di Brettagna, e messer Gianni di Monforte.
CAP. XCV. Come i Fiorentini con la forza del danaio ruppono la compagnia de’ Tedeschi e Inghilesi, e levaronla da provvisione de’ Pisani.
Per supplire in parte a ciò che manca in questo luogo nel codice Ricci, ecco ciò che ne fornisce l’Epitome dell’Istorie dei tre Villani di Domenico Boninsegni, che poco addietro ho citato.
«Essendo le genti de’ Pisani a san Piero in campo, e i Fiorentini vedendosi mancare la speranza della Compagnia della Stella, per operazione di messer Galeazzo, e della gente della Magna, cercarono accordo con gl’Inghilesi e’ Tedeschi ch’erano presso alla fine di loro condotta, e i Pisani cercavano di riconducerli, pure vinsero l’opere de’ Fiorentini, che già segretamente avevano dato ad Anichino novemila fiorini quando erano in sul contado di Firenze, e alla sua brigata ne donarono trentacinque migliaia, e agl’Inghilesi settantamila, e tutti si partirono dal servigio de’ Pisani, eccetto Giovanni Aguto con milledugento Inghilesi: e anche in segreto feciono patto con messer Ugo della Zucca e altri Inghilesi. I patti con queste compagnie in sostanza furono, che per cinque mesi non sarebbono contro il nostro comune, o suoi sudditi o accomandati in alcun modo; anzi tutti n’andarono in su quello di Siena a predare e ardere, per merito di quello feciono alla Compagnia del cappelletto soldati nostri.»
CAP. XCVI. Come i Fiorentini presono in capitano di guerra messer Galeotto Malatesti.
«Fatto l’accordo che di sopra è detto, parve a’ governatori di Firenze necessario d’avere un capitano italiano, e procacciando messer Galeotto Malatesti, secondo si disse, per cancellare la disgrazia con la quale s’era partito il suo nipote, infine l’ottenne, e fu eletto nostro capitano, con assai ammirazione di molti agli scherni ricevuti dal nipote, e venne in Firenze a dì 17 di luglio a ore ventuna per i consigli d’astrolagi. E innanzi che scendesse da cavallo appiè della porta del palagio de’ priori con le usate solennità prese il bastone e l’insegne, e lui diè quella de’ feditori al conte Arrigo di Monforte, e fecelo vece capitano; la reale diè a messer Andrea de’ Bardi, e altre ad altri cittadini, e senza arresto uscì di Firenze, e posate l’insegne in Verzaia tornò in Firenze, e per intendersi co’ signori e altri uficiali dell’informazione della guerra, e soprastette alcuni dì, perchè voleva piena balìa di potere dare a sua volontà a’ soldati paga doppia e mese compiuto.» Alla fine essendo fuori le insegne, ed egli stando pertinace, per lo meno male e meno vergogna di comune la sua domanda fu messa a esecuzione, la quale i sottili venditori non ebbono per meno che domandare giurisdizione di sangue. Avuto suo intendimento, mosse a dì 23 del mese di giugno, accompagnato infra gli altri da trecento cittadini ben montati e riccamente armati, i quali spontaneamente vi cavalcavano per vendicare l’ingiurie de’ Pisani novellamente fatte al loro comune.
CAP. XCVII. Battaglia tra’ Fiorentini e’ Pisani fatta nel borgo di Cascina, nella quale i Fiorentini furono vincitori.
Domenica, a dì 29 di luglio anni 1364, rivolto l’anno che nel medesimo giorno i Pisani aveano corso il palio al ponte a Rifredi, fatti cavalieri, battuta moneta, impiccati asini, e fatte molte altre derisioni e scherne a’ Fiorentini, messer Galeotto Malatesti capitano de’ Fiorentini, movendo la notte dinanzi campo da Peccioli, la mattina s’accampò ne’ borghi di Cascina presso di Pisa a sei grosse miglia, ma di via piana e spedita, e infra il giorno per lo smisurato caldo le tre parti e più dell’oste, che erano oltre di quattromila uomini di cavallo che di soldo, che d’amistà, e che de’ Fiorentini, che per onorare loro patria di volontà erano cavalcati, e di undicimila pedoni, s’era disarmata, e quale si bagnava in Arno, quale si sciorinava al meriggio, e chi disarmandosi in altro modo prendea rinfrescamento. E il capitano, sì perchè molto era attempato, sì perchè del tutto ancora libero non era della terzana, se n’era ito nel letto a riposare senza avere considerazione quanto fosse vicino all’astuta volpe, e al volpone vecchio Giovanni dell’Aguto, e tutto che al campo fossono fatti serragli, deboli erano, e cura sufficiente non era data a chi li guardasse; il perchè avvenne, che il valente cavaliere messer Manno Donati, come colui a cui toccava la faccenda nell’onore, andando provveggendo il campo e i modi che la gente dell’arme tenea, conosciuto il gran pericolo in che il campo stava, e temendo che nel fatto non giocasse malizia, e dove no, quello che ragionevolmente secondo uso e costume di guerra ne dovea e potea avvenire, e tantosto n’avvenne, mosso da fervente zelo incominciò a destare il campo, e dire, noi siamo perduti, e con queste parole se n’andò al capitano, e lo mosse a commettere in messer Bonifazio Lupo e in altri tre e in lui la cura del campo; ciò fatto messer Manno di subito corse al più pericoloso luogo, e donde l’offesa più grave e più pronta potea venire, cioè alla bocca della strada che si dirizzava a san Savino e quindi a Pisa, e il serraglio il quale era debole fece fortificare, e alloggiovvi alla guardia i fanti aretini con alquanti pregiati Fiorentini, e con loro i fanti de’ Conti di Casentino; e perchè nel capo li bolliva per diversi e ragionevoli rispetti quello che di presente ne seguì, aggiunse alla guardia messer Riccieri Grimaldi con quattrocento balestrieri genovesi. I Pisani avendo per loro spie e dai luoghi vicini al campo, e massimamente da san Savino, dello sciolto e traccurato reggimento del campo, ma non della provvisione fatta per messer Manno, perchè al fatto fu troppo vicino, conferito con Giovanni dell’Aguto sopra la materia, infine in lui commisono il tutto dell’impresa, e il popolo animoso e voglioso a furore presa l’arme nelle braccia sue si pose con lieta speranza di vittoria, quasi siccome non dovesse potere perdere. Giovanni Aguto preso il carico senza perdere punto di tempo diede ordine a quanto fu di mestiere, e uscì col popolo di Pisa, e fè capo a san Savino, e come mastro di guerra fè il campo de’ Fiorentini per tre riprese assalire da gente che prima era fuggita che giunta, affinchè i nemici attediati non conoscessono il vero assalto quando venisse, e venneli fatto, che ’l campo fu tre volte mosso ad arme dal campanaro indarno, e il capitano turbato di suo riposo fè comandare al campanaro alla pena del piè, che che che si vedesse non sonasse senza licenza sua. Appresso il detto Giovanni aspettò la volta del sole, perchè i raggi fedissono nel volto de’ nemici, e a’ suoi nelle spalle. Ancora per la pratica ch’avea del paese conobbe, che a tale ora surgea un’aura che la polvere venia a portare negli occhi de’ nemici. Solo in uno per gl’intendenti giudicato fu che egli errasse, che non misurando le miglia da san Savino a Cascina, che sono quattro di polveroso e rincrescevole piano, nè avendo rispetto alla fiamma del sole che divampava il mondo, nè al grave peso dell’arme, fidandosi nella gioventù e prodezza de’ suoi Inghilesi nati e cresciuti nelle guerre di Francia, a’ quali per animarli e soperchiare ogni fatica e ogni paura avea messo che nel campo erano quattrocento Fiorentini, tal buono prigione per mille, tale per duemila fiorini, e del tutto ignoranti dell’arme, esso fè tutta gente scendere a piè, il perchè lassi e mezzi stanchi giunsono al campo. Mosselo a ciò fare due ragioni, l’una perchè la gente a piè più chetamente cavalca, l’altra perchè leva meno polverio, immaginando, come avvenne, che prima fossono al campo che sentiti, e così prendere il campo di furto prima che si potesse ordinare: e tutte le dette cose fatte furono per Giovanni Aguto, che niente ne sentì messer Galeotto, o per difetto di spie, o perchè poco curasse ciò che potessono fare i nemici, e questo è più da credere. Adunque messi nella prima fronte delle schiere quelli aspri e duri Inghilesi cui tirava la voglia della preda, tutto l’esercito fè muovere quando gli parve, e prima i suoi Inghilesi furono vicini alle sbarre che da’ nostri fossono sentiti. Il romore e le strida del subito assalto a’ nostri furono le spie. I fanti che posti erano alla guardia del luogo, i quali per lo giorno furono assai più che uomini, francamente presono l’arme non curando le spaventevoli strida, ma ordinati di subito alla resistenza non si lasciarono torre una spanna di terra. E il valente messer Riccieri Grimaldi compartiti i suoi balestrieri dove necessario gli parve, e allogatine gran parte nelle ruine delle case, le quali erano di mattoni, e pertugiate e di costa a’ nemici, confortandoli a ben fare, e sollecitandoli dolcemente e qui e quivi a rinterzare colla forza de’ verrettoni rintuzzò la fiera rabbia de’ baldanzosi nemici. Mentre che la battaglia era e quinci e quindi animosamente attizzata alle sbarre, il vero grido del fatto come era senza suono di campana o altro sollecitamento di capitano corse per lo campo e lo strinse ad armare, e il primo che giunse al soccorso alle sbarre, come quelli che temendo sempre stava in punto, fu messer Manno Donati, il quale veggendo quivi soprabbondare gente da cavallo, per non stare indarno uscì con tutta sua brigata del campo, e percosse i nemici ne’ fianchi, conturbando gli ordini loro, e facendo loro danno assai; e in poca d’ora vennono alle sbarre il conte Arrigo di Monforte colla insegna de’ feditori, e con lui il conte Giovanni e il conte Ridolfo chiamato dal volgo il conte Menno, e costui come giunse alle sbarre le fè gettare in terra, e si avventò sopra i nemici facendo colla spada cose da tacerle, perchè hanno faccia di menzogna. Per simile il conte Arrigo co’ suoi Tedeschi sollecitando i cavalli colli sproni senza averne riguardo contro a’ nemici gli ruppono, passando tutte loro schiere infino alle carra che da Pisa recavano e veniano con vino per rinfrescare loro brigata. Il sagace messer Giovanni dell’Aguto, il quale era nell’ultima schiera co’ suoi caporali e altri pregiati Inghilesi, avendo compreso che la testa delle sue schiere non era di fatto entrata nel campo come si credette, e che la resistenza era dura, si giudicò vinto, e senza aspettare colpo di spada di buon passo co’ detti caporali si ricolse a san Savino, dove aveano lasciati i loro cavalli, lasciando nelle peste il popolo de’ Pisani faticato, e poco uso e accorto negli atti dell’arme. I Genovesi Aretini e’ fanti dell’Alpe come vidono rotte le schiere de’ Pisani, e mettersi in fuga, seguitando la caccia ne presono assai. Essendo adunque per gli Aretini Fiorentini e’ fanti del Casentino alle sbarre ben sostenuta la puntaglia de’ nemici, e mezza vinta loro pugna, per i balestrieri genovesi e per i Tedeschi in poco tempo recati a fine, il capitano fè muovere l’insegna reale, la quale per spazio d’un miglio o poco più si dilungò dal campo, sotto il cui riguardo assai d’ogni maniera si misono a perseguitare i nemici, e trovandoli sparti in qua e in là, lassi e spaventati, ne presono assai. Stando la cosa in estrema confusione per i Pisani, per alcuni valenti e pratichi d’arme, parendo loro conoscere il vantaggio, consigliato fu messer Galeotto che seguitasse la buona fortuna, la quale li promettea la città di Pisa: rispose, che non intendea il giuoco vinto mettere a partito, e più fè, che tantosto fè sonare alla ricolta, sotto il dire che temea degli aguati de’ sottrattori e sagaci nemici; onde molti che sarebbono stati presi ebbono la via libera a fuggirsi, e massimamente gl’Inghilesi ch’erano fediti e rifuggiti in san Savino, nè osavano sferrarsi de’ verrettoni che giunti in Pisa, dov’ebbono solenni medici, e in pochi giorni gran numero ne perì. Tornato il capitano al campo, e cercato il luogo dove fu la battaglia, assai vi si trovarono morti, ma molti più il seguente dì per le fosse e per le vigne, quale per stracco, quale di ferite, e molti colla sete in Arno mettendovisi dentro vi annegarono. Stimossi che i morti per detta cagione passassono i mille: i presi furono vicini a duemila, de’ quali tutti i forestieri furono lasciati, e i Pisani presi da quelli ch’erano venuti al servigio del comune si furono loro. Tutta gente di soldo fu per messer Galeotto in segreto istigata e sollecitata a domandare a lui paga doppia e mese compiuto, ed egli per la balìa presa dal comune la promesse loro, che montò a dannaggio del comune circa a centosettantamila fiorini e più, perchè presa la speranza della detta promessa gran quantità di ricchi e buoni prigioni i soldati trabaldarono, e feciono con poca di cortesia riscuotere. Forte e molto diè che pensare a quelli savi e valenti cittadini, che in que’ giorni si trovarono nel numero de’ reggenti, messer Galeotto, il più famoso uomo allora d’Italia in cose militari e in podere d’arme, meritasse d’essere in tal forma assalito nel campo da uomo non meno famoso nè meno saggio in simili atti di lui, e che esso fosse l’autore, che i soldati per difendere il campo contro buono uso di gente d’arme pertinacemente volessono eziandio e con minacce e atti disonesti paga doppia e mese compiuto, le quali cose diligentemente ponderate furono cagione d’affrettare il trattato della pace, dando di ciò pensiere ad alquanti discreti e intendenti cittadini. Ma noi tornando al processo della guerra, il dì seguente, che fu l’ultimo di luglio, messer Galeotto, con tutto l’esercito e con i prigioni, girandosi pure vicino a Pisa per tornarsene a san Miniato del Tedesco assai bene in ordine e colle schiere fatte, in quello cavalcare fè cavaliere Lotto di Vanni da Castello Altafronte, giovane di gentile aspetto, e degli accomandati al comune di Firenze, Piero de’ Ciaccioni di san Miniato, e Bostolino de’ Bostoli d’Arezzo.