Essendo condotti i prigioni pisani in Monticelli fuori della porta a san Frediano di Firenze, alquanta di resistenza in parole feciono i soldati di non darli se certi non fossono di paga doppia e mese compiuto, e conobbesi essere moto altrui e a mal fine; il perchè ricevuta speranza d’averla da quelli savi cittadini che con loro ne parlarono, diedono liberamente i prigioni, i quali ricevuti con dispettoso e vile spettacolo, col capitano, con l’insegne, e con la gente dell’arme furono messi in città, perocchè i popolani di basso stato con alquanti d’un poco meno che mezzano furono allogati in sulle carra, e furono quarantaquattro carrate; a’ nobili e gente da bene fu conceduto il venire a cavallo. E innanzi che questa pompa entrasse nella città, tutte le campane del comune cominciarono a sonare alla distesa acciocchè tutto il popolo traesse a vedere, e dinanzi alle carra tutti gli stromenti e suoni del comune, e così quelli della parte guelfa, vista certamente esemplare di diversa e varia fortuna, verificante quello disse David, che disse: Vario è l’avvenimento della guerra, e quinci e quindi consuma il coltello. I prigioni furono allogati nelle prigioni del comune il più abilmente che si potè, e dalle buone e pietose donne fiorentine a gara furono abbondantemente provveduti di tutto ciò che loro bisognava.

CAP. XCIX. Come la parte guelfa di Firenze prese a far festa di san Vittore, e perchè.

In questa vittoria universale che s’ebbe del popolo di Pisa, la quale non pensata nè cercata fu, ma piuttosto recata, perchè singulare, e fu nel giorno che la santa Chiesa fa festa di san Vittore papa e martire glorioso, la parte guelfa di Firenze ad eterna memoria di tanto fatto prese di fare festa in Firenze ogni anno di san Vittore divotamente, come a patrone de’ guelfi, a similitudine come san Barnaba: e feciono in santa Reparata fare una cappella in reverenza del detto santo, con intenzione di migliorarla, perchè venendo la chiesa a sua perfezione stare non può quivi dov’è, e ogni anno vi fanno solennemente celebrare la sua festa con bella offerta della parte, e poi nel giorno fanno correre un ricco palio di drappo a figure foderato di drappo vergato: e vollono e tennono che l’arti guardassono il giorno, e così l’altro popolo.

CAP. C. Come la gente dell’arme del comune di Firenze prese tira di non cavalcare, e quello ne seguì.

Fatta la festa de’ prigioni, per contentamento del popolo, che non si potea vedere sazio di vendetta dell’ingiuria in ultimo fatta per i Pisani con la forza d’Anichino di Bongardo e degl’Inghilesi, tutta la gente del comune col capitano uscì fuori per cavalcare in su quello di Lucca, ma imbizzarrita sopra volere paga doppia e mese compiuto, come da altrui erano nel segreto inzigati, si fermò fra Montetopoli e Marti, e quivi stettono infino a dì 18 d’agosto assai in atti e in parole turbata contro al nostro comune: in fine vinta la gara e conseguito loro intento per meno male, cavalcarono i nemici afflitti e tribolati oltre a modo, e a dì 28 del mese messer Galeotto fermò l’oste a san Piero in campo. Bene avvenne infra il tempo, che essendo condotti gl’Inghilesi dal comune di Firenze, andarono per ubbidire il capitano, e puosono di per sè campo, e, o che i Tedeschi sollevati da sagace ingegno per vedere peggio, o pur perchè la gloria dell’arme non potessono patire di vedere gl’Inghilesi, il seguente dì vennono a riotta con loro, e ordinati e provveduti gli assalirono al campo di ciò niente pensati. La zuffa fu aspra e pericolosa assai, e quinci e quindi ne morirono, e molti ne furono magagnati. Gl’Inghilesi loro campo francamente difesono, tutto che predati e soperchiati fossono da’ Tedeschi, come sprovveduti: e quel giorno il capitano con gli altri caporali del campo loro feciono fare triegua per tre dì, e il seguente dì poi per quindici. E in quello inviluppamento il capitano con tutta la gente dell’arme, eccetto gl’Inghilesi che si rimasono al campo loro, cavalcarono in su quello di Lucca, e feciono campo nel borgo di Moriano, facendo danni e prede assai. I Fiorentini per dilungare gl’Inghilesi da’ Tedeschi glie ne mandarono nel Valdarno di sopra. In queste tenebre e confusioni i governatori del comune di Firenze per fuggire la grande e incomportabile spesa dell’arme, e’ loro dangieri e pericoli, come fu tocco in parte di sopra, e ne’ segreti e pubblici consigli determinarono che a pace si venisse, e cura ne dierono a dieci buoni e discreti cittadini; e infra il tempo l’ambasciadore del santo padre col favore degli ambasciadori de’ comuni di Toscana duplicando essa sollecitudine, perchè vedeano le cose de’ Pisani per ire in fascio, e in mala parte e tosto, tanto sollecitarono, che i Pisani mandarono loro solenni ambasciadori alla terra di Pescia con mandato pieno a conchiudere la pace. Il comune di Firenze appresso vi mandò messer Amerigo Cavalcanti, messer Pazzino degli Strozzi, messer Filippo Corsini, messer Luigi Gianfigliazzi, e Gucciozzo de’ Ricci per simil modo col mandato larghissimo, nè però tanto, che li quinci e li quindi disposti alla pace tanto seppono e poterono onestamente avacciare, che Giovanni dell’Agnello, tutto sollevato e disposto dal consiglio e caldo di messer Bernabò a farsi signore di Pisa, più non avacciasse a farsi signore, prevenendo la pace la quale gli tagliava ogni suo pensiero e rendevalo vano.

CAP. CI. Come Giovanni dell’Agnello si fece signore di Pisa sotto titolo di doge.

Giovanni dell’Agnello cittadino di Pisa di gesta popolare, per antichità di sangue non chiaro e per ordine mercatante, piuttosto scaltrito e astuto che saggio, presuntuoso a maraviglia e vago di cose nuove, e sopra tutto sollecito, questi era in questi giorni tornato da messer Bernabò dove ito era per ambasciadore del suo comune, e col tiranno avea tenuto trattato che i Pisani fossono suoi accomandati, ed egli gli atasse con darli delle terre loro, e per detta cagione da lui ebbe in prestanza trentamila fiorini. Di questo trattato nacque il baldanzoso parlare e pensiero di Giovanni dell’Agnello di farsi signore di Pisa, immaginando che venendo Pisa e le membra sue a tiranno, i Fiorentini fossono più contenti di lui che di messer Bernabò. Essendo adunque Pisa sospesa, in tremore e spavento, e più volte abbandonati dalla speranza della pace, feciono un gran consiglio di più gravi e notabili cittadini della terra, nel quale fu messer Piero di messer Albizzo da Vico, avanti che andasse per ambasciadore di Pisa alla terra di Pescia per conchiudere la pace, e il consiglio fu di provvedere a loro stato: e intra gli altri vi fu il detto Giovanni dell’Agnello, il quale era reputato buono mercatante e fedele cittadino; costui levato in consiglio osò dire, che necessario li parea che si venisse a signore per un anno, dirizzando il suo parere che quel fosse messer Piero di messer Albizzo da Vico dottore di legge, il quale con ogni istanza che seppe quel carico rifiutò, e fulli cagione di affrettare sua gita a Pescia ad accozzarsi con gli ambasciadori fiorentini. Veggendo Giovanni contradire a messer Piero, come stimò, si rimise a consigliare che pure convenia a uno degli altri pigliare quella sollecitudine, cura e gravezza: e allora ser Vanni Botticella, anticamente per genia di beccaio, s’offerse di prendere quel carico. Giovanni dell’Agnello disse, che buono e sufficiente era, ma che gli bisognava d’avere trentamila fiorini al presente per pagare la gente dell’arme: a questo rispose ser Vanni non si sentire sofficiente, e per quel giorno rimasono, che ogni uno si pensasse d’uno che a ciò fosse sofficiente, e altra volta tornasse il consiglio. Di questo strano ragionamento e spaventevole consiglio surse, che uno de’ seguenti dì in sul fare della sera molti buoni e cari cittadini, avendo presa sospezione e gelosia del dire del detto Giovanni così affettatamente in consiglio e con fronte pertinace, e perchè nel mormorio del popolo voce correa che esso facea ragunata di fanti, s’andarono ad armare, e armati insieme se n’andarono al palagio degli anziani, e questo tantosto venne a notizia di Giovanni dell’Agnello, che continovo stava in sentore, ed egli pensando che farebbono quello che feciono, sagacemente e prestamente si mise a’ ripari, e i fanti che egli avea stribuì per le case di certi suoi fidati e singolarissimi amici, e alla moglie e alla famiglia di casa ordinò tutto ciò che dovessono fare, ed egli con l’arme celata ond’era vestito con una fonda cappellina in capo se n’andò nel letto, e la moglie fece ire allato appresso di lui. Come fu venuta la notte, i cittadini con la volontà degli anziani e con la famiglia loro se n’andarono a casa Giovanni dell’Agnello, e come ordinato era per lui, di presente fu aperta la porta, ed essi di subito presono viaggio alla camera d’esso Giovanni, e l’udirono russare e sembrare veramente dormire, come uomo che gran bisogno n’avesse. La donna, come ammaestrata era, con tutto il petto nudo si levò in sul letto a sedere, dicendo a’ cittadini che bisogno avea di posare, ma se voleano lo svegliasse che lo farebbe; i cittadini preso vergogna della veduta della donna, e fede della libera dimostrazione della camera e della casa, togliendo il parlare della donna, per semplice, si partirono della camera e della casa, e si tornarono agli anziani, e riferirono loro tutto ciò che aveano trovato, onde posto giù il sospetto, ciascuno si tornò a casa sua, e posta giù l’arme diede suo pensiere a dormire. Giovanni dell’Agnello, che con Giovanni dell’Aguto avea temperato la cetera, temendo che la dilazione del tempo nel quale il fatto si potea palesare non li fosse nociva, pieno di sollecitudine, quella notte medesima la quale avea assicurati e gli anziani e’ cittadini, con Giovanni dell’Aguto e con gli amici e’ fanti che avea ragunati se ne venne in piazza, e senza niuno romore ebbe l’entrata del palagio degli anziani con quella brigata che a lui era abbastanza, l’altra lasciò a guardia della piazza, ed entrato nel luogo dove sedeano gli anziani si mise a sedere nel seggio del proposto, e ad uno ad uno fece destare gli anziani, e venire dinanzi da sè, e per dire a che fine, così dicesse in forma come disse egli, che è semplice detto, se non fosse congiunto alla forza di Giovanni dell’Aguto, che la Vergine Maria gli avea revelato, che per bene e riposo della città di Pisa dovesse prendere sotto titolo e nome di doge la signoria e ’l governo della città di Pisa per un anno, e così avea preso, e avea de’ trentamila fiorini contenta la gente dell’arme che seco erano in palagio e in piazza, e così si fè confermare agli anziani, e sotto lo splendore delle spade li fece in sua mano giurare; e senza intervallo di tempo e per parte degli anziani mandò per quelli cittadini pensò li potessono essere avversi, e come ciascuno giugnea li significava come e perchè avea presa la signoria, e accomandati cortesemente in forma non si sarebbono potuti partire all’uno promettea il vicariato di Lucca, all’altro di Piombino, e così agli altri secondo i gradi loro, o per amore o per paura tutti l’indusse a giurare nelle sue mani, e in questo servigio consumò tutta la notte. Alla dimane con gli anziani, con costoro e con la gente dell’arme titolatosi doge, cavalcò per la terra, e a grido di popolo fu fatto signore, nè vi fu chi ricevesse un buffetto, prese il palagio in possessione, e tutta la gente dell’arme fè giurare nelle sue mani. E per mostrare che mansuetamente veniva al governo, e preso avea il nome e quello che il nome importava non come tiranno, quel medesimo giorno elesse sedici famiglie di popolari di comune stato, e gli si fece a consorti, e prese con tutti arme novella d’un leopardo d’oro rampante nel campo rosso, con dare a intendere che d’anno in anno uno di loro, qual più boce avesse, fosse fatto doge: e in fine, seguitando il consiglio del conte Guido da Montefeltro a papa Bonifazio, le promesse fur larghe e lunghe, ma lo attendere stretto e corto, che di cosa che promettesse niente osservò, ma pigliando la signoria a giornate come tiranno, lasciato il titolo del doge, si facea chiamare signore. E se mai fu signoria fastidiosa piena di burbanza quella fu dessa, e negli ornamenti e nel cavalcare con verga d’oro in mano; e quando tornato era al palagio si mettea alle finestre a mostrarsi al popolo come fanno le reliquie, con drappo a oro pendente tenendo le gomita sopra guanciali di drappo ad oro, e patìa e volea che come al papa o all’imperadore le cose che gli s’avessono a esporre innanzi gli si esponessono ginocchione, e altre simili cose molto più vane.

CAP. CII. Come si fece pace tra’ Fiorentini e’ Pisani.

Parendo a messer Piero di messer Albizzo ambasciadore de’ Pisani, in cui giacea il tutto della pace per la parte loro, che lo stato di Pisa intorno alle condizioni di sua libertà vacillasse, forte sollecitava la conclusione della pace, e per Carlo degli Strozzi, uno dell’uficio de’ signori priori di Firenze, a cui per lo volgo ignorante del segreto posto era carico di volere che la pace si facesse al tempo dell’uficio suo, e per i suoi compagni, sentendosi il segreto del trattato che Giovanni dell’Agnello tenea con messer Bernabò Visconti, il quale in effetto era che i Pisani fossono accomandati del tiranno, e ch’egli avesse di loro terre, e ch’egli li difendesse, e prendesse la guerra contro a’ Fiorentini, ed era già tanto innanzi, che avendo messer Bernabò addomandato Lucca e Pietrasanta, i Pisani già gli aveano consentito Pietrasanta, e per loro disperazione si temea non passassono più oltre; per la libertà di Toscana in segreto consiglio fu preso, che si venisse alla pace per lo migliore modo e più onorevole che si potesse, e scritto fu agli ambasciadori del comune ch’erano a Pescia, che il più tosto che potessono onestamente ne venissono al fine. Onde seguì, che a dì 28 del mese d’agosto, non sapendo l’una parte dell’altra che ciascuna voglia n’avesse, si fermò la pace con pubblichi e solenni stromenti, la quale in Firenze si pubblicò e bandì il primo dì di settembre, nell’ora ch’entrarono i nuovi priori, la quale dall’ignorante popolo de’ segreti del comune mal conosciuta forte fu biasimata, pensando che Carlo per troppa baldanza e della famiglia e dello stato fosse stato l’autore. Onde il popolo vittorioso, a cui parea essere al di sopra della guerra, incominciò in piazza non solamente a mormorare, ma con altere parole e atti forte a sparlare contro a Carlo. Onde i priori e i vecchi e i novi temettono di commozione, e che Carlo nel tornare a casa o alla casa in su quel furore non ricevesse villania, e pertanto dai loro mazzieri e da’ fanti lo feciono accompagnare, e tanto stare loro famiglia con lui che l’ira fosse passata. La pace fu onorevole, e da’ savi e buoni cittadini assai commendata, e nelle parlanze per la città sostenuta per le sue condizioni e circostanze laudabili, che furono di questa maniera: la prima, perchè fatta fu essendo messer Galeotto capitano de’ Fiorentini con loro gente sopra il terreno de’ nemici: la seconda, che tanto si dichinarono i nemici che la vennono a conchiudere nelle terre del comune di Firenze: la terza, perchè Pietrabuona, la quale era del contado di Pisa, origine in grido e cagione della guerra, in premio di vittoria per patto rimase al comune di Firenze, confessando per questo essere ricreduti e vinti: la quarta, perchè Castel del Bosco, e certe altre loro tenute e fortezze per patto si vennono a disfare: la quinta, perchè confermarono tutte le franchigie che il comune di Firenze o suoi mercatanti mai avessono avuto in Pisa: la sesta, perchè per dieci anni si feciono tributari del comune di Firenze, dando ogni anno nella vigilia di san Giovanni Battista pubblicamente diecimila fiorini d’oro. Gli stromenti della pace in sustanza contennono prima la remissione delle offese, e promettere di non offendere per l’avvenire, come è di costume in somiglianti atti e contratti; appresso confermate e di nuovo per patto concesse furono tutte le franchigie che avesse per l’addietro avute il comune di Firenze o suoi mercatanti in Pisa o nelle terre loro. Obbligossi il comune di Pisa per ammenda di danni a dare ai comune di Firenze centomila fiorini d’oro in dieci anni seguenti, diecimila ogni anno in Firenze nella vigilia della natività di san Giovanni Battista: e più a dare al comune Pietrabuona, che era stata cagione della guerra, e tutte altre terre del comune di Firenze, o a esso comune accomandate, che ’l comune di Pisa o nella guerra o innanzi la guerra per eccitarla, o direttamente o per indiretto avesse prese, ed e converso facesse così il comune di Firenze, e così si fè. Spianare Castel del Bosco, e certe altre tenute de’ Pisani, che per i patti si disfeciono. La detta pace fu confermata in nome di papa Urbano quinto, colle solennità della Chiesa e colle pene ecclesiastiche, per messer Piero Cini arcivescovo di Ravenna, e per frate Marco di Viterbo generale de’ frati minori, il quale poco appresso fu fatto cardinale. Il popolo di Firenze a giornate conoscendo il frutto e il bene della pace riconobbe suo errore, e rimase per contento, e il comune dolcemente si levò da dosso la spesa di messer Anichino di Bongardo e degl’Inghilesi. Messer Anichino co’ suoi Tedeschi e con molti mascalzoni che non sapeano nè poteano vivere se non di rapina, nel mese di novembre in forma di compagnia cavalcò in terra di Roma, e presono prima Sabina e poi Sutri, e quivi vernarono. La compagnia degl’Inghilesi arso e predato in parte il contado di Siena se n’andò all’Aquila, e quindi passò in Puglia a vernare. E per non avere più a capitolare giugnerò a questa gente famosa la morte di messer Malatesta il vecchio, il quale lungo tempo fece gran segno in Italia di savio guerriere, di uomo e d’alto consiglio e pratico in tutte cose, il quale passò di questa vita del mese d’agosto 1364. E gli Aretini presono e disfeciono la Serra.

FINE DELLA CRONICA DI MATTEO
E FILIPPO VILLANI.