Quando fu in carrozza, svenne. Ma solo per cinque minuti. Scese con passo fermo, dinanzi alla marquise della sua palazzetta.

XI.

I balli finivano sempre tardissimo in casa d'Accorsi. Battevano le dieci a Santa Trinità quando l'ultimo gruppo di convitati, gli intimi, rimasti per la colazione finale, si congedarono dalla Duchessa, dal Duca e da donna Marina.

Il Duca s'avviò verso le scuderie e Ginevra rimase nell'appartamento ove una squadra di domestici spegneva i lumi e spalancava le finestre.

Il passo della padrona di casa, il suo portamento non tradivano stanchezza alcuna, mentre ella passava per le sale in disordine, coi mobili fuori di luogo, coi tappeti sparsi di mille traccie della recente invasione di ospiti. Nella sala da ballo era un vero campo di battaglia: un polverìo roteante turbinava, dorato dai raggi del sole che entrava dalle finestre. Il pavimento era ingombro di lembi d'abiti, di fiori pesti, di coccarde, di reliquie del cotillon. Sotto il divano, una bella ciocchetta di capelli biondi rotolava leggermente, mossa dal vento fresco che alitava da un vicino balcone.

Ginevra diede ancora qualche ordine colla sua voce imperiosa e temuta. Poi si avviò verso il suo appartamento privato. Ma prima di giungervi, alzando una portiera, si trovò faccia a faccia con sua figlia. Malgrado i suoi venticinque anni, la giovane non aveva impunemente perduta la notte. Il suo volto recava nella cruda luce mattutina le traccie di una grande stanchezza.

— Che fai qui? — chiese attonita la Duchessa. — Perchè non sei coricata? Sai pure che alle tre abbiamo il concerto in casa Roscas. Hai bisogno di riposarti.

— Mi riposerò. Volevo parlarti...

— Allora ti prego di spicciarti. Non son di ferro neppur io, per tua regola. A meno che non fosse per darmi una buona notizia. A proposito, mi pare che la cosa abbia progredito stanotte. Il Principe viene al concerto, nevvero?

— Verrà. Ma non si tratta di lui.