La duchessa d'Accorsi era portata a cielo. Un coro frenetico di entusiastico plauso si elevava da mille bocche, fatte turiboli. Poichè, indubbiamente, il merito della felice manovra era tutto suo. Marina non avrebbe mai saputo da sola, col suo mediocre fascino, tentare una impresa sì incredibilmente audace, raggiungere una sì portentosa fortuna. Ovvero ella aveva ingannati tutti quanti colla sua finta freddezza, colla sua calma imperturbabile. Si era abilmente riserbata per la sorte sognata dalla tacita ambizione. E se l'aveva raggiunta, buon per lei. Il mondo è di chi lo sa prendere.

Se qualche timida voce si alzava per trovare che, dopo tutto, l'immensa ventura di Marina sarebbe stata più completa se si fosse trattato di uno sposo meno avanzato in età e di aspetto più aggradevole, la piccola nota andava tosto schiacciata nella sonorità incalzante del plauso generale e incondizionato. Fanciulle giovani, boccioli di rose appena sbocciate, invidiavano sinceramente Marina.

Non parlo dell'immensa invidia che le madri stesse di quelle fanciulle portavano alla duchessa d'Accorsi.

Pure, avrebbero dovuto tacere. Poichè sanno... le madri! Ma più di loro la sa lunga il criterio del mondo, la sua equità di estimazione dei sentimenti e dei fatti.

Contuttociò, la notizia trovò un'incredula, una donna che si ostinava a dire, pensando ai venticinque anni di Marina e ai sessanta del principe: — È impossibile.

E questa bizzarra ostinata era la contessa Elisa Serramonti.

Aveva una specie di terrore di quell'idea, una confusa apprensione di un male cagionato da lei, dalla fiacchezza del suo operato, dalla sua mancanza di coraggio e di perseveranza. Un picciol verme rodeva forse celato, in non so quale ripostiglio della sua coscienza?

Una mattina, dopo una notte insonne, Elisa s'alzò con un'idea fissa. Venire a capo del vero, a qualunque costo.

Marina Negroni aggrottò forte le ciglia quando udì dalla sua cameriera che la contessa Serramonti chiedeva di lei e saliva per l'appunto le scale che conducevano al suo piccolo appartamento di signorina. Poi disse a sè stessa: — Meglio così — e si preparò a ricevere l'inattesa visitatrice. E quando questa coll'accento affettuoso, colla libertà a cui le davano pieno diritto l'antica amicizia e le prove di reciproco interessamento, le chiese semplicemente se avesse fondamento la voce che correva, Marina rispose, senza imbarazzo, senza ambagi, un semplice: Sì.

— Da ier l'altro soltanto — proseguì poscia Marina — girando sull'anulare un grosso rubino contornato di brillanti di uno splendore degno di una fidanzata regale. — Non è ancora ufficialmente annunciato, ma la mamma le avrebbe scritto certamente quest'oggi. Il matrimonio si farà presto; Enrico desidera di ritornare in Germania.