— Eh! bisognerà sentire.
— Quando? Verrete stasera, nevvero? Mi direte... No, caro Plana, scusate, ma non sono del vostro parere. Della scuola, forse, di Luca. Ma sua, non credo.
Fedimari e Marina erano tornati lentamente indietro, giusto in tempo per udire l'opinione della Contessa su Luca della Robbia. Non avevano l'aria molto animata.
La visita continuò e si compì secondo il programma. I due signori accompagnarono alla carrozza la Contessa e la signorina. E lì, proprio all'ultimo, la contessa Elisa si fe' un coraggio da leone e annunziò al marchese Fedimari che riceveva il sabato, dopo le cinque. Se ne rammentasse, se rimaneva a Firenze.
Il giovane accolse l'invito colla più doverosa riconoscenza. Ma parlò vagamente di certi progetti per Napoli. Era indeciso. Certamente, se non partiva, approfitterebbe col massimo piacere.
Marina si nicchiava nel suo cantuccio del legno, disponendo con grazia infinita sulle sue ginocchia l'elegante copertina foderata di pelliccia. La persona era ben riparata, ma un subito freddolino si fece strada sino al suo cuore. Il più squisito dei sorrisi, il sorriso della fine, non lasciò le sue labbra. Scomparve a tempo debito, quando non occorreva più, ma si cacciò dietro una effulgenza di serenità mirabile, mentre la giovane parlava, con sentita compiacenza, delle bellissime cose che aveva testè vedute.
La Contessa invece non era niente affatto entusiasta. Sempre così, quel Plana. Credeva sempre di scovare dei tesori inediti... e poi... Quella Madonna?... Della scuola di Luca... se pure! E il Trittico! Ritoccato atrocemente, rovinato addirittura.
Marina scoteva il capo placidamente. — Ma no... non mi pare. Mi sono piaciuti tanto quegli affreschi. E il luogo era così originale!
— Originale davvero! — ribattè la Contessa con quanto malumore poteva tradire la sua dolce fisonomia.
Sospirò, poi tacque, e Marina rispettò il suo silenzio. Ella pure aveva voglia di tacere. Pensava che anche quella era andata male. Lo sentiva... n'era sicura. Quante?... Non le contava più!