Era la notte anche fuori, ma una notte divina, tra le ultime dell'aprile, immersa nel candore di un plenilunio tepente.
Elisa stava sulla passeggiata delle monache.
Attorno agli archi del porticato il gelsomino in fiore spiegava i suoi rami, i quali danzavano, cullandosi nella brezza.
— Tanto, così non potrei vivere, — disse Elisa. Parlava ad alta voce, alla notte, come un'insensata. Attorno a lei l'erbette, mosse dal vento in un leggiero scompiglio, sussurravano urtandosi una contro l'altra: «Guarda lassù, come soffre... colei!» Dal seno bianco dei gelsomini si spiccò un olezzo. Le passò rasente, e le disse: «Va.»
Dalla macchia vicina si levò, tremulo d'amore, un gorgheggio d'usignolo e disse parimenti: «Va.»
Solo da lungi, dietro un colle, nero di cipressi e di abeti, un lungo, cupo strido d'assiolo echeggiò. Quello parve che dicesse: «Bada!»
Ma Elisa non gli badò. Chinò il capo come se acconsentisse agli altri, alla maggioranza. La brezza notturna si quietò di repente, e qualcosa si quietò pure nello sfinito animo di lei. — Ha sofferto, — disse tra sè, ha sofferto tanto anche lei. Ha pure amato... Mi comprenderà!... Ed egli mi ama... E io... non posso più vivere così.
Amen! disse la notte serena.
XVI.
La contessa Rescuati era sola in uno dei meno vasti fra i tanti saloni del palazzo.