Non poteva alzarsi. Elisa le corse incontro colle braccia tese per abbracciarla. Ma nella mente di Tecla quell'arrivo improvviso parve talmente connettersi alle sue preoccupazioni di poc'anzi ch'ella ebbe un pensiero soltanto, un terrore, una domanda:

— Roberto?

— Sta bene, ti accerto — ripeteva Elisa, profondamente colpita da quell'angoscia, nonchè dal terribile deperimento di Tecla.

— No, no — ripeteva Tecla ansante, ostinata nel suo spavento — cosa c'è?... cos'è accaduto? per pietà! dimmi.

— Nulla, ti accerto, nulla — replicò Elisa. — Son io, soltanto io, che vengo a dirti...

Cadde in ginocchio dinanzi alla madre di Roberto.

E sul seno palpitante di questa, in uno scoppio irrefrenabile di amore e di pianto, celò il volto. — Perdonami... — sussurrò. Questo è accaduto, ch'io l'amo!

***

L'una di notte.

Nel grande stanzone da letto, coi parati di damasco pallido, la luce velata della veilleuse diffonde una luce sbiadita, insufficiente a rompere una penombra piena della confusa parvenza dei mobili e delle cose. Sul tavolino da notte, accanto al letto in cui giace Tecla Rescuati, la fiamma di una candela accesa in una piccola bugia d'argento rischiara, in una breve zona di riflessi, due forme femminili, vicine, quasi abbracciate, nell'intenso assorbimento di colloquio. Tecla, col capo affondato fra i guanciali, coi grandi occhi spalancati ascolta ciò che Elisa Serramonti, seduta su una poltroncina bassa e col busto appoggiato alla sponda del letto, le viene narrando sommessamente, per non destar la cameriera nella camera attigua. Un lieve odor d'etere si esala nell'ambiente. Il palazzo dorme silenzioso, nella grande pace notturna.