Ed Elisa narra, coll'irresistibile effusione di uno sfogo troppo a lungo represso, la strana storia del suo cuore. Cerca, nella tempesta appassionata dei suoi ricordi, di riannodare le sparse fila dei dettagli di quel sentimento ch'ella ha lasciato giungere, nella sua ibrida forma, sino all'intero dominio di sè stessa. Ma, ogni inganno è scomparso ora; è la donna che parla, la donna che ama, che spasima, che sente vano ogni sforzo per tollerare ciò che ella stessa ha compiuto, che rinnega il suo eroismo e si confessa vinta e trascinata dal suo amore verso le vie, gli scopi, l'essenza di ogni vero amore!
Tutto disse a Tecla di quanto era accaduto, di quanto le aveva dimostrato e detto Roberto, di ciò ch'egli le aveva chiesto. La confessione fu completa, senza ambagi, e mentre Elisa andava così denunziando l'animo suo, sentiva ella stessa l'impressione di una rivelazione... la sorpresa di ravvisare in sè, di toccar con mano la propria attitudine a tutte le facoltà caratteristiche della passione. Ella tremava, nell'angoscia di quella confessione che atterriva il suo orgoglio; ma un'altra specie di orgoglio subentrava al primo, l'orgoglio di sentirsi finalmente, completamente donna.
Uno splendore d'intima fiamma irradiava il suo volto; l'occhio era umido, sfavillante di luce e di passione. Tecla comprendeva, vedendola così, il pericolo a cui, senza saperlo, aveva esposto suo figlio. Ascoltava, pallida, attenta. E quando Elisa ebbe finita la sua confessione, si lasciò scivolare in ginocchio, e con una completa remissività, con un appello supremo alla giustizia ed al cuore della madre, sussurrò, stringendo violentemente le mani di lei:
— Ora ti ho detto tutto... Tu sei sua madre. Decidi.
Tecla si raccolse un istante; pensò... Forse chiese a Dio, anch'ella, una forza. Non era stato quello il suo sogno di madre... Forse ella sentiva confusamente quanto è temerario ogni tentativo di felicità. Ma Roberto amava quella donna. Tecla sapeva ciò che ella era stata, ciò che saprebbe esser ancora per lui! Pensò che non glielo avrebbe portato via, per quel poco tempo ch'ella aveva ancora da vivere! E l'antico eroico spruzzo di tenero romanticismo, ch'era sempre stato nel suo cuore, disse anch'esso la sua parola! Elisa attendeva, bella... oh inesprimibilmente bella della sua passione e della sua fiducia disperata... Tecla risolse.
— Elisa — mormorò — non piangere... Io ti comprendo... in tutto... Sei stata sublime; di più non potevi fare!... E ora, poichè lo ami ancora, se egli t'ama sempre, prendilo il mio figliuolo... Io, sua madre, te lo do!
***
Dagli spiragli delle chiuse imposte trapelava ora uno scialbo biancheggiare del mattino; la candela era pressochè consumata e sulla faccia di Tecla stava il pallore delle notti più cattive. Ma ella in quel momento non avvertiva di soffrire. La intensa concitazione di Elisa era passata anche in lei. Tecla si eccitava febbrilmente nei sogni di un avvenire che, dopo tutto, le rendeva suo figlio.
Era una conversazione rotta, confusa tra quelle due donne, soggiogate dallo stesso sentimento, ed entrambe così atte a subirne l'impero. Tecla comprendeva ora l'appassionata infatuazione di Elisa, come Elisa aveva alla sua volta compreso l'ardente, il cieco amore materno di Tecla. Parlavano a scatti, con un'assoluta sincerità, certe che, ora, non potrebbero fraintendersi in nulla.
— Bada, soffrirai! — aveva detto Tecla ad Elisa.