— Lo so, è inevitabile... Ma non importa. Era una viltà la mia... quella di non voler soffrire! Naturalmente, sarà questione di pochi anni... Ma avrò tanta cura, lo amerò tanto che, per qualche tempo, tutto sarà compensato... E poi... quando verrà il momento... oh... non lo tormenterò, sai... saprò soffrire, tacere quanto occorre. Alla peggio, morirò... Ma intanto... intanto!
Il delirio della sua gioia era in quel momento portato all'estremo. Pareva il trionfo di una rivendicazione... pareva quasi un diritto. E Tecla si accendeva anch'ella all'ardore di quel cuore amante che aveva, finalmente, trovata la sua via.
— Sì, sarete felici. Egli ti ama, tu sei degna del suo amore. Vedendoti, comprenderanno... E non me lo porterai via, nevvero, il mio figliuolo? Egli sarà felice qui con noi. Tu che sei forte, che hai il suo amore, saprai indirizzarlo al bene, ispirargli il desiderio di una vita attiva, giovevole, lo spingerai a delle belle, a delle nobili occupazioni. Lo conosco, è il mio figliuolo... Son io che l'ho avvezzato un po' male, che l'ho fatto un po' pigro, un po' imperioso. Ma in fondo, per chi ama, egli è capace di sacrifici, di sforzi! Ha bisogno di affetto, di un ambiente suo, casalingo... Verrete qui nevvero... vivrete con me? Qui, vedi, le illusioni si possono serbare più a lungo, sono meno osteggiate dal genere di vita, si rimane indietro in tante cose; anche col tempo... E lo terremo qui con noi... veglieremo noi!... E tu farai in modo ch'egli sia sempre... sempre contento, nevvero?
— Sì, sì... — ripeteva Elisa con trasporto... — Non temere, farò tutto ciò che mi dirai... tutto ciò che sarà necessario perchè egli non si penta, perchè non rimpianga ciò che ha rinunciato per me. E così isolati, a furia d'amore, saremo felici a lungo... e Dio... forse mi perdonerà la mia audacia.
Tacque, vinta dall'emozione, sorridente, estatica fra le lacrime... Poi quelle due donne, per un impulso simultaneo, irresistibile, si strinsero in un abbraccio appassionato nel pensiero, nell'amore, nell'avvenire di Roberto!...
***
— Apri le imposte — disse Tecla ad Elisa.
Elisa obbedì e la luce del giorno fatto rischiarò il volto alterato di Tecla. Un periodo di reazione era già successo all'eccitamento di poc'anzi, non impunemente subito da quel fragile organismo.
— Vuoi che chiami la cameriera? non ti senti bene, mi pare — chiese Elisa.
— Oh no... non è nulla. È solo la mia solita crisi. Non suonare, aspetta, fra un momento... Voglio dirti ancora una cosa.... Che conti di fare?... Vuoi che gli scriva io?...