Si arrestò; ella aveva lievemente aggrottate le ciglia e una espressione di tristezza passava sul suo volto.
— Voi... siete incorreggibile — completò Don Marcello. — Ed io pure, nel tormentarvi. Ma consolatevi, parto presto per Milano. Mi scriverete, nevvero, mi terrete a giorno dei vostri nuovi tentativi?
— Certamente. Benchè, a dir vero, in questo momento, non saprei proprio a che santo raccomandarmi per trovare...
— La rara avis? Il marito di Marina? Suvvia. Non v'inquietate. Verrà da sè... E ora rasserenate il vostro caro volto di missionario, e date un pensiero anche agli altri miseri mortali. Guardate la vostra posta che vi attende, chi sa da quanto.
— Infatti. Permettete?
Egli chinò il capo e tornò a recarsi fra le mani Mad. Chrysanthème, colle sue figurette birichine, mentre la Contessa andava rimestando in una piccola farraggine di carte, di giornali, di lettere che, giunte nella sua assenza, attendevano al posto solito, là dove il domestico aveva ordine di deporle, in una larga coppa di antico Giappone.
Una viva esclamazione, sfuggita alla Contessa, fece alzare il capo a Don Marcello. Essa leggeva frettolosamente, con evidente sorpresa e crescente soddisfazione una lettera abbastanza voluminosa. Quando ebbe finito, si lasciò andare sulla poltroncina e cominciò a ridere, ma di gusto... quel suo bel riso sonoro, che pareva tornarla sì giovane.
Egli la guardava, curioso, aspettando.
— Oh! — diss'ella finalmente, non appena le venne fatto, e sollevando trionfalmente la lettera — quando si dice il destino!
Guardate qui! Lo sapete voi cosa c'è in questa lettera?... Ebbene! Immaginate... C'è dentro nientemeno che... il marito di Marina!