— Amen!... — disse gravemente Don Marcello Plana.
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Era sola, oramai, e pensava!
Addietro, addietro negli anni, nei remoti recessi della memoria, ella trovava i ricordi dell'amica che le aveva scritto ora sì confidenzialmente e sì a lungo, dopo tanti anni di silenzio. Rivedeva i due giardini confinanti delle ville paterne, teatro dei loro giuochi, il pianoforte sul quale solevano assieme eseguire, con tanto impegno le sonatine, applaudite dagli amici indulgenti. Tecla d'Oppado era maggiore di lei, di parecchi anni, e le faceva da mammina all'occasione, con grande disinvoltura.
Ma la contessa Elisa rammentava senza rammarico alcuno, quella specie di amorosa supremazia esercitata su di lei; non solo per l'autorità di qualche anno di maggiore età ma anche per una speciale precocità del carattere di Tecla, precocità sì marcata, che pareva avere affrettato per lei il corso naturale del tempo e tutto arrecatole in anticipazione.
Tutto: l'amore, il matrimonio, la maternità.
A sedici anni, alla sua prima festa da ballo, Tecla d'Oppado era colpita in pieno cuore da una passione romantica ma sincera, per un brillante ufficiale, molto bello, molto nobile e molto rovinato. Pieno di spirito e di brio, disinvolto ed elegante come un moschettiere di Dumas, con un taglio d'occhi azzurri che metteva nelle loro orbite la profondità d'un mare, egli si accorse subito dell'impressione da lui esercitata su quel cuoricino. Tecla non era brutta ed egli la sapeva ricca, forse l'amò pure alquanto, a modo suo. Certo è che seppe convincerla ch'ella non poteva essere felice altrimenti che con lui e manovrò sì bene l'azzurro degli occhi suoi che la indusse a dire gravemente ai vecchi nonni, i quali sostituivano per Tecla i perduti genitori: O quello, o nessuno!
I buoni vecchietti provarono bensì a ridere di quell'ultimatum; ma dopo cinque o sei mesi d'indugio, davanti a quella faccetta pallida e risoluta, su cui parevano andar segnandosi certe stimmate, della famiglia di quelle ch'erano un tempo impresse sul volto della madre di Tecla, morta a ventott'anni di mal sottile, i nonni mutaron parere, e un bel giorno la fanciulla entrando in salotto, vi trovò il conte Aynardo Rescuati Melli. Otto giorni dopo, i giovani erano fidanzati.
Ella fu felice, inenarrabilmente felice. Subito si riebbe. Ci sono di quelle donnine così fatte, per le quali l'amore è simile alla selvaggia canzone dello zingaro fattucchiero che attira specialmente i bambini. Li chiama dai palagi, dalle case, dagli abituri, li toglie ai giuochi, alle gonne delle madri, irresistibilmente! Ed essi vengono giulivi, danzando, battendo le mani in cadenza colla canzone che li guida, dove sa lei, nei labirinti ciechi, nelle solitudini misteriose di una foresta senza fine, nelle strade perse, senza sbocco, della vita.
Ella ubbidì a quell'appello e danzò, giuliva, correndo sulle traccie del fattucchiero!