Dapprima, sul sentiero misterioso fu un incomparabile fioritura di gioie, ed ella tanto ritrovò della sua vita da poterne dare ad un altro essere, dieci mesi soltanto dopo essersi sposata. E le parve allora di poter gettare al destino un osanna di completa, assoluta gratitudine.

Le parve.

Poichè non è nostra la felicità che ci dona esclusivamente l'amore. Noi, col nostro facciamo assai, ma a tutto non si arriva e l'amore è zingaro e frequenta le strade disagevoli che rasentano gli abissi. Il conte Aynardo Rescuati Melli cominciò a sbadigliare un poco, passata quella prima festa di felicità coniugale e paterna. E un giorno, ahimè! s'avvide d'esser molto giovane per un marito ed un papà!

Già... un po' lunghetta la storia! Le sue doti brillanti, l'acciaio terso del suo spirito si arrugginivano in quella cittaduzza di provincia, fra quelle due graziose foggie di bimbi che aveva in casa, la moglie cioè ed il figlio. Per non pensare a quelle malinconie cercava di distrarsi; poveretto! E per distrarsi, consumava molto della dote che gli aveva recato Tecla e sbocconcellava pure un poco di quella fede ch'egli aveva recato a Tecla. Il cambio non era generoso, Tecla se ne avvide e si destò ad un tratto, nel fitto della notte e della foresta. Sola, lo zingaro era scomparso! La canzone non aveva più che un ritornello; quello di Tecla.

Ella era molto giovane, molto inesperta, attorniata da persone vecchie che avevano scordata la scienza della vita. Fu bene, mal consigliata da esse o dal suo cuore? Fu saggia nel suo risentimento? Aggravò la scissura, coll'impetuosità appassionata del suo dolore? Certo; aveva ragione la poveretta. Ma quando mai, in amore, aver ragione fu una ragione valida?

Il conte rientrò al servizio militare ed ebbe la nomina di addetto ad un'ambasciata estera. Ella rimase nel suo vecchio palazzo, coi vecchi nonni e col bimbo. Non erano separati. Egli veniva ogni tanto in famiglia, e purchè non troppo prolungate, quelle visite erano piacevolissime per lui. Faceva un mondo di feste alla moglie e al bimbo, recava loro doni ricchissimi, di un gusto squisito, narrava dei piacevolissimi aneddoti ed alludeva volentieri al tempo in cui, stanco del servizio militare, verrebbe a casa a piantare i cavoli e far studiare quel birichino.

Ma invece, un brutto giorno, a Vienna, se ne morì, stupidamente, in duello per una donna, che non valeva un'ora sola della vita più inutile di questo mondo. A Tecla, dissero ch'era morto di bronchite fulminante!

Quando egli fu morto, ella seppe una cosa: che l'aveva sempre amato, anche offesa, anche lontana da lui. Ma di lui, ora non restava che Roberto. Ed ella amò Roberto per due, per lui e per il padre suo.

Ci sono due maniere di amare le persone: A modo loro e a modo nostro. Coll'idea del come vorremmo essere amati noi, o del come esse amano d'essere amate. Il primo metodo, Tecla lo aveva applicato al matrimonio e non era stato coronato da un brillante successo. Perciò volle, col figliuolo, fare un nuovo esperimento, amarlo cioè a modo suo, contentandolo in tutto. A dir vero, ella corteggiava un fiasco, più colossale del primo, ma il destino, per questa volta almeno, chiuse un occhio sulla sua imprudenza. Nè ella, nè i nonni furono capaci di rovinare Robertino.

Il ragazzo era nato col bernoccolo della resistenza ai metodi sperimentali. Profittava naturalmente di quella tempesta di amore, ma a dispetto di quella trinità d'idolatrie, cosa incredibile... non diventava un ragazzaccio!