Era un ragazzo come gli altri, un po' più birichino forse, con una passione speciale per fare il chiasso ma comodamente, a casa sua. Non diceva bugìe, forse perchè non aveva mai avuto bisogno di dirne, voleva quel che voleva; spiattellato, senza rigiri. Tiranneggiava la mamma, questo va da sè, trattava i nonni con una disinvoltura notevole e dimostrava a loro riguardo una estrema libertà di spirito, ma era loro affezionato e stava volontieri in casa.

Non era un'aquila d'ingegno e studiare gli parve sempre una cosa perfettamente inutile, ma egli strinse le più cordiali relazioni cogli innumeri maestri che la mamma, pur di non mandarlo a pervertirsi nelle scuole pubbliche, gli faceva pullulare in casa. Tutte queste brave e colte persone, egli finiva invariabilmente collo scoraggiarle come istruttori, ma se ne faceva degli eccellenti compagni di escursioni e di cavalcate, nonchè dei caldi amici personali. Andava a caccia col fattore, il quale lo adorava e lo derubava doverosamente e gli diceva sempre, accennando dei larghi tratti di paese: Vede, tutto questo è suo. Le piante, il grano, l'erba, i sassi, le bestie, tutto suo. E anche la roba dei vecchi, quelle belle tenute laggiù, sue anche quelle. Cosa vuol stare a rompersi il capo sui libri?... Lo lasci fare a noi, poveri disperati. E lei, stia allegro e se la goda.

E lui... sfido io, non dava torto al fattore, quel diavolo di ragazzo.

Elisa rammentava benissimo quel monello di Bertino. Doveva essere sugli otto anni quando ella e Tecla si separavano, ah! con quanto dolore di entrambe! Tecla, per andare a stabilirsi in un'orrenda cittaduzza delle Marche, ove uno zio canonico aveva testè lasciato una bella eredità a Bertino; Elisa per seguire il padre suo, in un giro scientifico in Sicilia.

Veramente fu un dolore, quella separazione. Erano amiche nel senso reale, sì raro della parola, malgrado la non lieve differenza d'età, malgrado la non pari posizione. Due anime proprio fatte per simpatizzare, quella vedovina malinconica, non ancora scevra di tutte le sue ubbie di fanciulla, e quella fanciulla grave, posata come una piccola matrona. Per tanti anni non s'erano più vedute, la corrispondenza erasi mantenuta per un tempo non breve, ma poi era venuta meno. Tecla era assorbita dalle sue cure per Berto, ed Elisa aveva ormai delle mansioni speciali presso il padre suo.

Afflitto da un inesorabile e progressivo indebolimento della vista, il barone Nardi, soffriva crudelmente di non potersi più dedicare ai severi studi storici, cui doveva la sua alta fama di scienziato. Ma questo dolore, la figlia alleviava quanto era in poter suo, prestando al padre i suoi begli occhi di Antigone, la sua armoniosa voce di lettrice e la chiara calligrafia, della quale la sua mano elegante rivestiva il dettato di lui sui fascicoli della sua grande opera: Le rivoluzioni dei Comuni Italiani. E una cosa soleva dire, serenamente, Elisa Nardi, (che le attirò un buon rabbuffo della zia Balbina, la testa forte della parentela): ch'ella, cioè, sposerebbe tanto volentieri un uomo che somigliasse al padre suo! E il bello è, che n'era proprio convinta, e aveva chiesto seria seria: perchè? quando la zia Balbina le aveva detto alzando le spalle:

— Per amor di Dio, figliuola mia, non farti sentire a dire di queste corbellerie. Già! l'ho sempre detto, che tu vivi sempre nel mondo della luna.

La zia Balbina, dal suo punto di vista non aveva tutti i torti; ma convien dire che nel mondo della luna non ci si stia poi tanto male, perchè Elisa, coi suoi bizzarri ideali e colle sue funzioni d'amanuense, pareva, ed era proprio felice, e in fatto di matrimonio non se la pigliava con quel fervore più o meno ben celato di molte fra le nostre belle signorine. In casa, la Signora era lei, suo padre l'adorava, attorno a loro s'era fatto un circolo, un po' esclusivo a dir vero, di vecchi amici di casa, quasi tutti assai colti.

Fedele all'antica amicizia con Tecla, Elisa non ne aveva contratte altre, con giovani signore o signorine. Coi giovani era alquanto a disagio.

Essa passava per una signorina eccezionalmente colta, ed alcuni giovinotti, che se ne sarebbero facilmente invaghiti, conoscendola sotto un altro nome, trovavano spiritoso di simulare un piccolo brivido di paura, o una smorfia di riverente sgomento, quando si parlava di lei.