«Allontano mio figlio da casa sua, da me; lo mando solo, perchè non posso seguirlo, in un centro più vasto, più attivo, ove egli abbia bisogno d'essere qualcosa per essere qualcuno. Voglio che vada in società, bramo che prenda moglie. Avrei potuto dargliela qui, ma preferisco che i legami abbiano altrove un centro di richiamo. Poi, le signorine nostre ricevono anche oggidì un'educazione troppo ristretta e subordinata alle influenze religiose e politiche. La sposa di Roberto deve avere delle vedute proprie, un carattere deciso, ingenuo e una certa cognizione della vita. Non ho esigenza alcuna personale, o fuori di quelle che naturalmente importano la nostra posizione sociale. Mi basta che gli piaccia, che sia d'illibata condotta, di buona famiglia. Della dote non m'importa, è ricco abbastanza.
«Mia cara Elisa, mi hai compresa, nevvero? Accetti la missione che ti do?... Vuoi far le mie veci presso mio figlio, assumere il pensiero del suo avvenire e della sua felicità?
«Ho pensato a lungo; nessuno ho trovato più adatto di te. Il tuo senno, la tua posizione, l'alta stima di cui godi in società, le tue relazioni, tutto mi rassicura, tutto mi affida. È il mio solo conforto, nel dolore della separazione, il pensare che mio figlio è affidato a una donna come te. Fa per lui ciò che puoi, fa ch'egli trovi in te un'amica che gli tenga le veci di sua madre. E questa t'abbraccia con tutta l'anima, ti ringrazia e ti benedice.»
Elisa non leggeva più da qualche minuto. Ma ancora, sul suo dolce occhio castano, si stendeva un lieve umidore. Quanto doveva aver sofferto Tecla per giungere a quella risoluzione! E quanto era lei in quella confessione, come appartenevano al suo carattere quell'impeto d'abnegazione materna, quella rinunzia, quella cieca fede nell'amicizia di una donna!... Oh no, Tecla non s'ingannava, Tecla aveva fatto bene a rivolgersi a lei con quella missione, con quell'appello al suo sentimento materno... E veramente ella la intendeva benchè non fosse mai stata madre!...
Fece un piccolo esame di coscienza, rapido, sincero. — Sì... — pensò poscia umilmente — posso tentare. Farò quello che potrò...
***
Il martedì, pranzo di amici dalla contessa Elisa Serramonti. Cinque invitati, uomini ed attempati. Marcello Plana, quand'era a Firenze. Il professore Starni, il famoso naturalista. Il commendatore Gerra, l'autore del famoso quadro: «La battaglia di Hastings e il rinvenimento del cadavere del re Aroldo.» Poi il principe di Cannera, lo straricco siciliano, sì modesto, sì benefico, e la cui colossale filantropia è più che sufficiente a fargli perdonare i suoi versi, mentre la sua prosa storica si difende da sola più che onorevolmente. Il conte Guaralli, quel bel vecchio poeta dalle ispirazioni sì caste. E quel tipo sì strano, sì nordico ed orientalista, Maurizio Parri.
Questi erano gli ospiti preferiti della Contessa, pei suoi delicati pranzetti del martedì. Ma ne aveva un altro piccolo crocchio, una specie di drappello di riserva, tutto dello stesso calibro, gente che pizzicava di lettere o notevole per qualche altro merito proprio. Dell'umanità, ella amava le api, non le vespe, e stava a disagio fra le persone frivole.
Dopo il pranzo, nell'appartamento di gala, tutto illuminato, cominciava verso le dieci a capitare una brigatella composta d'una ventina a una trentina di amici e di amiche. Si faceva musica e molto buona, di genere sempre serio, e non di raro classica. L'ambiente stesso di quella conversazione, non mai prolungata oltre il tocco, era piuttosto grave. Non si faceva che il minimum possibile della maldicenza, spesso vi si incontrava qualche autentica celebrità forestiera d'arte, di lettere. Erano assai ricercati gli inviti, che la contessa Elisa distribuiva molto parcamente.
Quando non esciva la sera, il che le accadeva di frequente, gli amici più stretti erano benvenuti nel suo salottino intimo, quello dove soleva stare anche quando era sola. Un amore di nicchietta quel luogo, tutto piante esotiche, palme, fiori, ninnoli, ricordi di viaggi. In alto, sulle due pareti opposte, sul damasco pallido a mazzettini di fiori dalle tinte sbiadite, campeggiavano due splendidi ritratti: la testa profonda, geniale del padre di Elisa, e la fisonomia patita, un po' insignificante di suo marito.