Donna Marina entrò nel salotto ove stava sua madre.

Una strana fantasia quel salotto, la prima impressione n'era quasi funebre. Molto raso nero con un profluvio di trine bianche. E quasi a correttivo di quelle tinte macabre, un'invasione audace, pressochè brutale, di mobili e di tendaggi di damasco rosso, chiaro, splendido, un colore di sangue appena spicciato.

La Duchessa sedeva allo scrittoio, un mobile antico, di stile Luigi XIV. Lo spazio n'era quasi tutto ingombrato da gingilli e da ritratti.

Alzò il capo e depose la penna, interrompendo la lettera che stava scrivendo.

Una donna sui quarantacinque, forse più. Non bella, non simulante la bellezza, non mascheratrice della propria età. Grande, un busto stupendo, questo sì. Due occhi grigi saettanti, pieni di fuoco, forti della scienza della vita. La bocca grande, sensuale, potente, il naso lungo, arcuato, colle nari larghe, palpitanti dei cavalli di razza. Nulla di leggiadro, di dolce nella fisonomia, ma una strana forza d'espressione. Violenti, perversi, forse, ma certo irresistibili, i voleri di quella donna. E sulla fronte ampia, il riflesso di un diadema invisibile; il bacio della cieca fortuna!

Donna Marina venne lentamente a mettersi di fianco allo scrittoio della Duchessa e sostenne senza parlare, senza batter palpebra, l'esame che la Duchessa fece tosto, con un acuto, lungo sguardo, subire all'aspetto di lei.

— Non c'è male — disse finalmente la madre, con quella sua voce roca, che si faceva talvolta stridente, ma che possedeva una infinita varietà di eloquenze — non c'è male davvero, sei veramente ad hoc.

La giovane ebbe un freddo sorriso.

— Ti pare?

— Oserei persino dire una cosa. Come al solito, sei troppo bella.