— Un affetto gratis... vuoi dire? Ebbene, infatti, perchè no? È capace di tutto quella contessa Elisa. Ti accerto che le sono riconoscentissima. E lo sarò più ancora se riesce nel suo pietoso intento, trovandoti cioè un marito. Il che dovrebbe esser fatto da parecchio tempo. Hai venticinque anni, mia cara figliuola.

— Lo so — disse Marina con quella pacatezza sforzata che torna talvolta, nei giovani, sì penosa a vedersi. — Comprendo di esser molto indiscreta. Dovrei essere maritata da parecchio tempo, come dici. Mi par equo però l'aggiungere che, se non lo sono, non è tutta colpa mia.

Mentre Marina diceva questo, il suo sguardo aveva errato di volo pei recessi del salotto. Ma, ad un tratto, s'arrestò sul ritratto fotografico di un bellissimo giovane. Il ritratto, incorniciato in una piccola quadratura di rose d'Olanda, stava su un tavolino di peluscio color fuoco, collocato assai presso allo scrittoio della Duchessa.

Sul volto di questa passò rapidissima, appena visibile, una contrazione nervosa. Ci fu nel colloquio un momento di sosta, grave, penoso, pieno di minaccie d'uragano.

Ma l'uragano non venne.

La Duchessa appoggiò il capo alla spalliera della sua poltroncina ed osservò a lungo, con una specie di curiosità umoristica, la giovane che teneva chinati gli sguardi.

— Marina, sta attenta — disse poscia Ginevra — tu diventi mordace, e questo è per l'appunto un difetto da zitellona. Non va, credimi. Ritorna al tuo sistema di amenità, ti sarà più giovevole.... per intenderci.

Madre e figlia scambiarono uno sguardo, pieno di amara ironìa.

— Hai ragione — disse Marina lentamente.

Socchiuse gli occhi per un secondo. Quando li riaperse, era calma, padrona di sè stessa.