Ma il Principe non parlò di scacciarlo. Trovava quell'ambizione un po' audace, ma giusta. Non si adirò per nulla, e, dopo essersi divertito un momento delle visibili angoscie del ragazzo, le troncò d'improvviso, dicendo che avrebbe dati lui stesso gli ordini necessari perchè la puledrina gli fosse consegnata.

—Ma—soggiunse—ci hai pensato bene? Non vorrei poi che nelle tue mani quella povera bestia....

Non finì; s'avvide che ogni raccomandazione era superflua. La faccia di Drollino sfolgorava. Egli non seppe ringraziare nè il padrone, nè la Milla; ma da questa a quello scoccò rapidamente uno sguardo impetuoso, esaltato. Volle bensì parlare, ma proprio non gli venne fatto. E il Principe rimase contento, e disse a Milla ch'era una cara pettegolina, e che, giacchè sapeva indovinar così bene, più tardi sarebbe riuscita a condurre suo marito pel naso.

La Milla non capiva bene la profondità di questa frase, ma non ardì chiedere altro. Rimase contenta anch'essa, benchè le toccasse d'avvedersi, fra non molto, di non averci punto guadagnato personalmente, colla sua intercessione fortunata. Drollino, dacchè aveva la puledra, trascurava Milla indegnamente, era sempre in scuderia, e non scappava più a giocare sul viale, all'ombra degli ipocastani.

—Che bestia!—disse, la sera dopo, un vecchio stalliere ad un camerata.—Chiedere una puledra, mentre avrebbe potuto farsi una sorte! Ma già, è sempre stato un disperato colui! E ora, cosa fa?

—Oh!—rispose l'altro, mutando quartiere alla sua cicca—è in scuderia, da ier sera. Non è uscito neppur pel desinare, e seguita a ripetere: «È mia, è mia!»

—Dovrebbe chiamarla Mia!—disse burlando lo stalliere.—Domani glielo dico.

—Perchè no?—rispose fieramente Drollino, quando udì quella proposta, fatta in tono di scherno.—È mia! sapete?

—È matto,—dissero ridendo i mozzi e gli stallieri.—Ma la puledrina aveva un nome ormai.

E, prima per chiasso, poi sul serio, venne chiamata così.