Si compresero, e sorrisero.
—Salutami Mia...—continuò gravemente la bimba.
—Vieni Milla,—chiamò il Principe.—È attaccato.
Drollino si mise a correre disperatamente lungo il viale. Giunse al cancello, trafelato, ma in tempo per vedere a passar la carrozza... per gettare nell'interno di questa uno sguardo profondo. Dietro il cristallo alzato, si vide per un secondo una manina bianca che salutava. L'agente, che era anch'esso venuto sin lì, prese per sè quel saluto, e scappellò profondamente. Era molto lusingato, e Drollino, accanto a lui, teneva dietro collo sguardo alla carrozza, che si faceva già piccina piccina sulla neve della strada.
Stavolta gli onori e i rimpianti della partenza erano stati tutti quanti per Milla, che non sarebbe tornata più per tanti anni. Il Principe aveva detto gaiamente: «Arrivederci questa primavera,» e nessuno s'era creduto in obbligo di commuoversi per lui. Pure l'assenza sua doveva essere ben più lunga di quella di Milla, doveva prolungarsi sinchè i mesi diventassero anni, gli anni secoli, e i secoli eternità. I suoi agenti, i suoi cocchieri, i suoi cavallanti l'avevano veduto per l'ultima volta. Morì a Parigi, sul finire dell'inverno, d'un malore acutissimo, mentre la Milla, nel suo grandioso e signorile convento, cominciava ad abituarsi a quella vita di reclusa, a farsi adorare dalle sue compagne, e a innamorarsi perdutamente della superiora, di sette suore, di due converse e di quattordici compagne, e parlava di farsi monaca per star sempre con loro.
E così avvenne che, per otto anni seguiti, la grandiosa villa rimase chiusa. Invano, nel giardino ridente, i fiori olezzarono instancabili; invano nella serra maturarono gli ananassi; invano l'allevamento equino diede lietissimi risultati. Nessuno venne ad abitare quelle camere, sempre chiuse, coll'atmosfera greve d'un odore di muffa e di tarlo. Gli agenti soltanto andavano e venivano per conto dell'attuale proprietaria di tutte quelle immense ricchezze; e questa era un'educanda umile ed affettuosa, che non sapeva nulla del mondo e della vita, e aveva un cuore grande grande, grande, e una statura piccina, piccina, piccina....
II.
—Ouff!—disse il Duca Giuliano, uscendo dal boudoir di velluto color pesca a garofani di raso granata—ouff!... La signora di Rèmusat, nelle sue agro-dolci Memorie del primo Impero, ci narra come Napoleone si divertisse un giorno a mistificare crudelmente alcuni dei suoi più intimi cortigiani, chiedendo loro cosa direbbe il mondo s'egli, l'Imperatore, avesse a scomparire d'un tratto. E nell'imbarazzo generale che susseguì a quella domanda, la risposta suonò repentina, dalla bocca stessa che aveva posata la questione:—Sapete cosa direbbe il mondo?... direbbe: ouff!...
Ora, date le debite proporzioni fra l'impero di un Bonaparte e quello di una brillante Baronessa, può essere che l'ouff di Giuliano rappresentasse del pari un sospirone di sollievo. Può essere che egli avesse preventivamente desiderato di lanciarlo così ai quattro venti; può essere che, entrando schiavo in quel tepido gabinetto, egli avesse in animo d'uscirne libero; può essere che la perifrasi gentile, destinata a velare l'odiosità d'un «basta,» fosse stata detta da lui e non da lei... A malgrado però di tutte queste supposizioni, è cosa positiva che il duca Giuliano si fermò un momento nell'andito-serra, e rimase immobile accanto a un grande arum. Si fermò coll'orecchio teso, coll'occhio attento, come aspettando. Un minuto completo, non la parte di un minuto. Ma non udì nulla. Non voce angosciosa che chiamasse, non rumore sommesso di singhiozzi, non strepito di seggiole smosse, non tonfo di caduta... Nemmeno una scampanellata... per chiamar la cameriera col flacon del sale volatile. Si voltò anche a guardare la porta ch'egli aveva testè serrata, ma, dietro ai vetri, non passò la più lieve ombra.