—Male, male assai, signor padrone. Stamane è venuto il prevosto, e gli ha fatto fare le sue divozioni; e il dottore ha detto che sarà un miracolo se passa la notte.
Il Duca mise un sospiro profondo e sincero.
—Vuole andar su?—chiese premurosamente una donnetta attempata, ch'era allora allora sbucata da una prossima cucina.—Vedrà che cosa da far pena! Son io che lo veglio, quel poveretto, e da tre notti non chiudo occhio.
E così parlando, precedeva il Duca su una scaletta di legno, e poscia per un andito scuro che faceva capo alla camera di Drollino. Entrarono entrambi in punta di piedi.
La stanza era pulita; le patate c'eran tuttora, ma ammonticchiate accuratamente in un canto, e non davan noia. La finestrina era chiusa, e alla rottura dei vetri s'era riparato apponendo sulla intelaiatura qualche spesso foglio di carta, attraverso il quale giungeva affiochita la luce dall'esterno. Drollino sedeva sul letto, appoggiandosi ad un ammasso di cuscini, e si sentiva sin dall'uscio lo sforzo penoso del suo alitare. Il braccio rotto stava inerte e stecchito nella sua fasciatura appeso al collo con un foulard rosso, colla mano libera; il giovane portava ogni tanto alle labbra un fazzoletto bianco, e lo ritraeva quindi macchiato di sangue. Una benda bianca gli serrava di sbieco la fronte, e lasciava vedere soltanto l'occhio sinistro stranamente quieto e profondo, d'una luminosità quasi paurosa. Qualche chiazza di sangue qua e là sulle lenzuola.
Il Duca, col cuore stretto da un'angoscia profonda, sedette appiè del letto, su una seggiola che la vecchia gli aveva premurosamente recata. Salutò l'ammalato, e cercò d'intavolare qualche frase di conforto e di speranza. Ma non proseguì. L'occhio di Drollino s'era repentinamente fissato su di lui con una forza così intensa di divieto che il Duca smarrì il filo del discorso, e tacque.
Drollino alzò la mano che reggeva il fazzoletto, guardò la vecchia, e, con quel cencio insanguinato, le accennò la porta.
La vecchia allibì, rimase un momento in forse; poi, completamente dominata, uscì senza far rumore.
Al Duca parve che nella camera fosse piombata in quell'istante un'ombra nuova ed arcana. E stava fermo, inchiodato sulla seggiola da una possa misteriosa, ch'egli subiva suo malgrado.
Drollino continuava a fissarlo col suo occhio da ciclope, acceso dall'ardor della febbre. Il silenzio continuava oppressivo, pesante.