Davanti alla piccola stazione pochi contadini attoniti e sbalorditi guardano lo splendido landeau che un cocchiere imponente, guidando quattro massicci cavalli meklemburghesi, fa passeggiare al passo sulla spianata.

Un po' in disparte, un palafreniere in gran livrea frena a stento lo scalpicciare inquieto di una superba giumenta, Mia.

Ogni tanto Drollino la lascia sbizzarrire un po', osservando con occhio malizioso il prudente dietro front del sig. Damelli, agente della casa, ch'è venuto anch'egli ad ossequiare gli sposi e che non pare troppo smanioso di proseguire la sua passeggiata in vicinanza della cavalla. Ma udendo il treno rumoreggiare in lontananza Drollino si mette in guardia e raccoglie le briglie. Il landeau si ferma proprio dirimpetto alla stazione, la locomotiva è visibile e le teste si protendono, curiose.

Un nereggiamento rumoroso s'avvicina velocissimo, traendosi dietro un gran pennacchio di fumo bianco. Si sente una scampanellata, si vede sventolare una bandiera rossa. Mia s'inquieta, sbuffa, accenna ad impennarsi, ma il suo cavaliere le stringe i fianchi come in una morsa di acciaio, mentre colla mano guantata in pelle di daino, accarezza il collo della cavalla, battendo leggermente sulla criniera. Mia si rassegna ed aspetta, ma colle orecchie tese, coi garretti frementi.

Un lungo fischio risuona oltre i cancelli, il treno si ferma e riparte un minuto dopo, ed in mezzo ad un po' di ressa, emerge dalla porta della stazione avanzandosi verso il landeau, una giovane e bellissima coppia.

Son dessi!... Gli sposi di otto ore prima.

Drollino la vede subito, la guarda, come trasognato!

Si, è lei... la signorina. Ingrandita, di certo, ma non tanto e sempre quel visino dolcissimo. Com'è pallida!... Ma ora, con quel sorriso sulle labbra, par tal e quale la Milla di otto anni fa!

Porta un gran cappellone, tutto velluto nero e piume nere, un abito inglese, attillato e scuro. Gira attorno uno sguardo, ch'è a un tempo commosso, sgomentato e felice. L'intendente si fa innanzi ad ossequiarla. Essa s'intenerisce.—Ah! signor Damelli, nevvero!... il mio povero Papà...—Sulle palpebre castane spunta una lagrima. Poi la sposa si scuote, sorride, arrossisce, e presenta il signor Damelli a Giuliano... il duca... mio marito. È la prima volta che dice così: «mio marito.» Il qual marito è senza dubbio un bellissimo giovane, non molto grande, grassotto, con una barba d'oro alla nazzarena. I tratti signorili all'estremo, tondi, tendenti al floscio. È amabilissimo col signor Damelli, d'una amabilità languida, che, se si avesse il tempo di studiarla, parrebbe un pochino sprezzante. Ha un non so che di seccato che consola; nel suo sorriso fisso, nell'azzurro acceso dei suoi occhi, si legge una premura insolente d'essere a casa.

Drollino, immobile, snello sulla sua bella cavallona, lo guarda attentamente, scrutando quella nuova faccia di padrone, che non lo soddisfa. Però, con una riflessione degna del suo senno pratico, pensa che per giudicare infallibilmente d'un uomo bisogna prima averlo veduto in sella.