Ella era dunque già vestita pel viaggio e sedeva sotto l'atrio, nella lunga poltrona chinese. Teneva fra le mani un grosso mazzo di garofani, testè recatole dalla moglie del fattore.

Era assai pallida, una perplessità estrema si leggeva sul suo povero volto.

— Diana! chiamò Leone dal giardino, sei pronta?

— Sì, rispose Diana, si va?

— Non subito, fa ancora troppo caldo. Ho detto che attacchino per le tre. C'è un'ora buona e io vado col fattore, per certe cosuccie.

S'avviò frettolosamente, ma si trattenne tosto.

— Leone! aveva chiamato lei, con voce vibrata.

— Che c'è? chiese Leone attonito.

— Leone, ripetè la misera donna, supplichevolmente, lascia che telegrafi alla mamma.

— A tua madre? Ma perchè?