— Per dirle di venir subito da noi... a Rezzano.

Leone guardò sua moglie come si guarda una bimba capricciosa ed esigente.

— Di venir subito! Ma sei matta?

— No, non son matta. Credilo... Lascia almeno che le scriva di venire.

— Ma ti ripeto che sei matta! Non è stata qui or ora più di un mese?

— Non importa. Sarei così contenta. Non posso dirti... Ma tu se sapessi... Leone!

— So che sei un bel tipo e che tutti i giorni ne inventi una nuova. Neppure per idea. Verrà più tardi, quest'autunno. Ma per questi primi giorni, non voglio gente in casa. Mi basti tu, hai inteso?

Ella aveva inteso. Non insistè. Ebbe un semi sorriso, indefinibile.

Leone era già andato pei fatti suoi col fattore.

Diana stava lì, sotto l'atrio, perchè non sapeva più dove stare. Le sale a terreno erano già chiuse e le grandi coperte di tela biancheggiavano come marmi di tomba, sui mobili accatastati al centro. Al piano superiore le cameriere e la fattora scorazzavano pei corritoj, accudendo alle ultime disposizioni della partenza. Si sentivano sbattere degli usci e ogni tanto, l'aspro cigolìo delle grosse chiavi girate nelle serrature dei grevi armadi di noce. Nell'atrio, già denudato degli accessori, regnava un silenzio freddo e un'anticipata malinconia di assenza.