Diana guardò l'oriolo. Appena suonate le due! Impossibile rimanere colà per un'ora intera. S'alzò, depose sulla poltrona i garofani ed un giornale che non aveva potuto leggere. Prese il parasole ed escì.

Errò alquanto nel giardino, passando svogliatamente pei sentieri chiazzati dal tenace verde delle gramigne, giunse all'ombrosa collinetta e vi fè sosta, appoggiandosi al parapetto che dava sul fossato, al luogo stesso dove ella aveva avuto con sua madre il colloquio a proposito di Leone e del suo ravvedimento.

Tutto era quiete e silenzio assonnato in quell'ora di pomeriggio. Non faceva troppo caldo, era piovuto durante il mattino e il parapetto di sasso serbava tuttora una tinta cupa ed una lieve umidità. Diana ne risentì la sgradita impressione quando, appoggiati i gomiti sovr'esso, prese a guardare attorno a sè, per l'aperta campagna.

Dinanzi a lei, dietro lo sforacchiato velame dei pioppi, la pianura si stendeva a perdita d'occhio, solcata da una uniforme vicenda di gelsi e di gabbe biancheggianti ad ogni lieve spirar del vento. Il fossato era colmo per la recente piova e rifletteva luminosamente il cielo, corso da grossi e lenti nuvoloni, tutti sporgenze di soffici candori inargentati. L'azzurro assumeva nell'acqua una più turchina intensità di tinte, ed i pioppi del margine si rispecchiavano capovolti con un'esattezza fotografica, le foglie avevano una riproduzione dei loro più intimi tremori. In quello stretto spazio d'acqua stagnante, capiva tutta un'imitazione ideale di lassù e Diana ebbe una strana, assurda idea di abisso celeste. Un fascino la prendeva dinanzi a quel miraggio. Per un momento, contemplandolo, non pensò e fu quieta.

A un tratto, diè un guizzo. Aveva udito un fischio nella direzione delle scuderie, laggiù dietro gli alberi.

Conosceva il significato di quel fischio. Chiamavano i palafrenieri per approntare la carrozza pel viaggio di Rezzano.

Diana ripiombò bruscamente nella tortura del suo vivere, ebbe l'idea netta, precisa della propria angoscia, la visione esatta di Rezzano, di ciò che l'attendeva colà, inesorabilmente.

Pensò ad Alberto, lo vide colle bramose labbra in cerca delle sue, colle mani cordialmente strette in quelle di Leone! E di nuovo il dilemma crudele l'afferrò, la coscienza dell'imminente incontro con Alberto al fianco di Leone, la certezza di non poter rinunziare al bacio del primo, nè evitare quello del secondo. Pensò alle torture che l'attendevano, alle proprie ribellioni di coscienza, di sensi, d'immaginazione. Pensò che dovrebbe adattarsi, adottare la insopportabile idea del duplice tradimento. Ovvero l'altra, la prima, l'aperto scandalo, l'ignobile fuga coll'amante, la bassa esistenza irregolare che la segregherebbe da ogni onesto consorzio. E sulla soglia di quel tempestoso lembo di orizzonte purchessia, ella vedeva alzarsi l'immagine terribile della madre, svergognata da lei, insultata nei suoi principî, nell'educazione, nell'esempio che le aveva dati, costretta a veder peccatrice la figlia ch'ella aveva creduto impeccabile. Poi il castigo, scontato dalle sorelle, due stemmi macchiati, un bianco velo infranto, un crocefisso infranto e più tardi finalmente la punizione in agguato, un vago gesto di uggia, sfuggito alla mano stessa di Alberto!

Un raccapriccio la vinse; la fece ripiegar tutta sovra sè stessa, come una foglia verde che si accartoccia davanti alla fiamma. Il suo pensiero trovava sbarrata ogni via di scampo.

Oh! se avesse potuto essere come le altre, fare come avevano fatto loro, non pensare a Dio, nè alla coscienza, nè alla perdizione! Ovvero attingere al pensiero di Dio, della coscienza, al terrore della perdizione una forza più gagliarda e più efficace, la forza di amare Leone o quella di odiare Alberto.