Attaccavano. — S'udiva lo scalpiccio dei cavalli, le risate e i motti dei cocchieri che allestivano l'attacco. Un mozzo cantarellava: Oje Carulì.
Certo, ell'era inesorabilmente condotta a degradarsi, per l'amore di quei due. In entrambi lo stesso cieco egoismo si valeva dei diritti, inconsciamente accordati. Lo stesso intento era scatenato in uno dal codice e dal capriccio ravvivato, nell'altro dall'amore condiviso. Quanto di appassionato e sublime esisteva nei suoi affetti, nella sua cecità di attaccamento, pareva cancellarsi ora, nella feroce bassezza della conseguenza, in quella soluzione che sarebbe sempre, inevitabilmente una caduta. Per un secondo, ella odiò entrambi e parimenti quei due, odiò la vita, odiò sè stessa per la violenza della tenerezza che l'aveva strascinata sì lungi, sì fuor di strada, odiò chi le aveva insegnata la bellezza del bene e la laidezza del male, odiò i suoi sensi ribelli all'animo suo, odiò il suo sangue ardente e il suo cuore appassionato, la sua viltà d'obbedienza all'amore. Tutto era dunque più forte di lei, il bene ed il male, il dovere e la colpa l'avrebbero dunque resa infelice dal pari inesorabilmente?
Le giunse all'orecchio un gajo scampanío di bubbôli. Mettevano le sonagliere.
Ecco; glielo aveva detto la mamma... lì... a quel posto: Noi non siamo fatte pel peccato, quand'anche peccassimo.
Certo; così era. Non valentía di sofismi, non ebbrezze di sensi, non delirii del cuore varrebbero a cancellare in lei l'innato senso del bene. L'amore la traeva alla colpa ed ella amava, irresistibilmente.
Un'altra cosa le aveva detto sua madre: Preferirei vederti morta.
Strinse le mani alle tempie, costringendo gli occhi all'insù. Vide il cielo, ed ebbe un folle slancio dell'anima per quell'altezza lontana, pura, senza macchia, senza ricetto pei bassi enigmi della vita.
Ma l'altezza sorrideva, insuperabile, nel vuoto! Ella pensò: Ora hanno finito di attaccare. Poi chinò gli occhi verso il fossato. Vi ritrovò il cielo e le nuvole, che si succedevano lente nel profondo. Ancora le occorse il pensiero dell'abisso celeste ma prossimo, immediato, accessibile. Una lontana idea scattò tetra e micidiale, in quella povera mente turbata.
Prima di concretarla bene nel suo cervello, Diana gettò attorno uno sguardo, quieto, attento, che interrogava. Attese. — Ma l'erba e le piante vicine, la villa lontana, le farfalle vaganti, nulla seppero risponderle.
Guardò ancora in giù. Nell'abisso celeste l'azzurro incupiva, lumeggiato dall'argento delle nubi che s'indugiavano ora, come se aspettassero qualcosa o qualcuno.