Diana sorrise.
Aspettano me... disse. E sali sul parapetto.
Non idea netta di suicidio. Più che altro, un'allucinazione, un supremo bisogno di riposo, di fine alla lotta intima che la dilaniava. Le parve che tutto l'attraesse, la invitasse là dentro, che il crudele dilemma si sarebbe quietato nel suo capo, quando ella avesse adagiato questo, mollemente, sul candore di quelle nubi. Pensò a sua madre che preferiva vederla morta, pensò a Dio che certamente la capiva e perciò le perdonerebbe il peccato commesso solo per salvarsi da un peccato peggiore. Pensò ad Alberto e a Leone, complessivamente per così dire, confondendo entrambi nell'infinito di un amore come lo si prova solo agli ultimi momenti della vita, quando davanti alla morte vicina galoppa un misterioso guastatore per farle la via e abbatte a destra e a sinistra tutte le barriere onde sono segnati i vari comparti del cuore. Così ella pensò a loro, con un ineffabile amore che già non offendeva più alcuno.
Non volle spiccare un salto indecoroso nè che facesse strepito. Si lasciò scivolare giù all'esterno, tenendosi alle colonnine del parapetto. Solo quando sentì che l'acqua le lambiva i piedi, aperse le braccia e si abbandonò.
Povera Diana! Non trovò l'azzurro nè le nubi fugate dalla sua caduta. Trovò bensì l'acqua limacciosa, l'erbacce viscide, la fanghiglia fetida e nera, gli immondi rospi spaventati. Trovò ancora l'impressione e l'orrore della morte imminente ed ebbe un dibattimento folle che l'aiutò ad annegare, mentre un disperato desiderio di vita la richiamava a galla per ben due volte. La terza fu solo una mano di lei che, bianchissima, tremò un secondo oltre il livello dell'acqua e scomparve poscia ad un tratto, come una ninfea subitamente sbocciata e subito sommersa.
Spiraglio.
Nella viuzza solitaria, ove s'indugiava l'ombra del mattino, il passo del professore Lerskine risuonava alto e cadenzato. La vecchia moglie del droghiere, seduta dietro la bacheca della sua botteguccia ed intenta a far calza, non sollevò il capo udendo quel noto passo. Disse soltanto fra sè e sè: — Sono le nove. Il forestiero va a far scuola.
Egli si recava ogni mattina, alle nove, all'Istituto tecnico e dava ai giovani una solida lezione di matematica, qualcosa che s'imprimeva a forza nelle menti più ottuse. La maschia bruttezza del professore, la sua calma glaciale, il suo perfetto possesso della cifra, stavano bene in cattedra ed imponevano un freddo rispetto, senza simpatia di sorta, non scevro però da una specie di ammirazione involontaria. Ma fuori dell'Istituto, lungi dai pochi luoghi ove egli insegnava l'algebra, la geometria, l'inglese ed il tedesco, i suoi pregi di scienziato e di linguista non bastavano più a salvarlo dall'antipatia diffidente che ispirava l'individuo; lo straniero propriamente detto, che vuole rimaner tale. Nessuno aveva voluto, o forse potuto stringere amicizia con quell'uomo strano, indecifrabile che aveva degli occhi sì freddi, dietro lo schermo degli occhiali azzurri.
Nella piccola città italiana ch'egli abitava da più anni e dove spadroneggiava una grassa borghesia trafficante, segretamente alleata ad un prepotente elemento clericale, contro un radicalume puerile e piazzaiuolo, le opinioni nuovissime del Lerskine, la sua esasperata filosofia di ribelle, non potevano trovare eco, nè sfogo. Perciò egli le taceva colà. Non si sapeva se avesse, o no, legami di famiglia. Si buccinava soltanto ch'egli fosse obbligato, per ragioni politiche, a dimorare lungi dalla sua patria. Chi lo diceva russo, chi tedesco d'origine. Era di mezza età; ma pareva quasi vecchio, coi suoi capelli tra biondi e bianchicci, con quei grandi occhiali azzurri, che posavano perpetuamente sul naso un po' rincagnato.
Egli si recava dunque all'Istituto, quando s'udì ad un tratto chiamare forte, festosamente, dal lato opposto della via.