— Siamo andati all'Albergo dei Tre Re, — continuò Maria, — e il fabbro ha detto che ci volevano almeno due ore e mezzo. Pensi, che gusto! Una noia, a quell'Albergo, un puzzo di scuderia, d'untume! La padrona che mi voleva tener compagnia, immagini; una folla di villani, che mi guardavano come la bestia rara. Me ne sono andata a zonzo per la città, flânant. Oh Dio, scusi, come si dice in italiano? Alla lunga, però, mi seccai, e, ad un tratto, m'avvidi di non raccapezzarmi più in quel dedalo di stradette sudicie. Cominciavo a disperarmi, quando vidi lei. Un faro nella tempesta, quei suoi occhiali turchini!
E Maria rideva di gran cuore, nella sua contentezza.
Egli, con un sorriso forzato, si mise a disposizione della signorina.
La signorina non fece cerimonie.
— Grazie, professore. E questo benedetto Albergo è lontano, nevvero? Non ce ne sarebbe un altro qui accanto?
— No.
— Un restaurant, un caffè?
— Neppure.
— Dio, che paese! Come fare? Sono stanca e ho un appetito feroce.
Lerskine non suggeriva nulla. Guardava con bizzarra attenzione quella personcina minuta, fremente d'incertezza e di noia.