— Perdoni.... ha detto?...
— Zemlia y volia — ripetè egli.
— Oh, che nome buffo... Cosa vuol dire? Oh, non importa. Ma quanto è carino il russo! Vuole insegnarmelo, professore? Già, pel tedesco, è inutile. Ho una testa refrattaria, come dice papà. Ed io compiango lei... di cuore.
— Mi compiange. E di che? — chiese Lerskine, con uno scatto, impetuoso ed amaro.
— O bella... la compiango d'aver un'allieva della mia forza. Mi conosco, sa?
La fanciulla diceva il vero. Traversava un periodo di umiltà schietta e bonaria. Provava un confuso pentimento della propria negligenza, delle leziose ostilità colle quali essa soleva mascherare la sua avversione allo studio e vendicare la segreta soggezione che le ispirava il maestro. Sino a quel giorno aveva trovata uggiosa, insopportabile quasi, la compagnia di quel severo pedagogo; non gli perdonava di non rider mai durante la lezione. Ma ora, in quel povero stanzone, la colpiva un'intuizione vaga della forte e misera esistenza di colui, una segreta pietà del suo isolamento, delle privazioni patite, della tolleranza colla quale egli aveva sopportati i suoi capricci, la sua pigrizia smorfiosa, sempre a caccia di pretesti. E il digiuno, il moto prolungato, la lunga trottata, le mettevano addosso uno spossamento molle, una grande facilità ad intenerirsi e ad effondersi.
— Professore... — disse, porgendo la mano a Lerskine, con un abbandono sorridente.
Egli prese quella mano, non la strinse. La lasciò andare subito, ma non bruscamente.
— Creda, non è già... — disse Maria.
Uno sbadiglio nervoso, irresistibile le mozzò la parola, ed ella appoggiò la testina allo schienale, come una persona stanchissima o presso a venir meno.