Innegabile! c'era tanto da fare! Pettinare Albertina, farle recitar le lezioni, aiutar Bettina a far le camere, ad allestire la colazione. Ma, quel giorno, tutto ciò mi pareva facile, gradito a farsi. Schizzavo di qua e di là, ridendo e cantando. Sotto le mie mani, i letticiuoli rifatti diventavano lisci e tesi come tavoli da bigliardi, le ciocche indocili di Albertina diventavano treccie solide e garbate e la bimba, divertita dai miei pazzi racconti e dai vivi dialoghi ch'io facevo tenere ai suoi codini d'oro, scordava d'imbizzirsi e di strillare. Così che, prima ancora delle undici, Albertina aveva recitata con pochissimi errori mezza la storia di Ruth, le stanze eran tutte all'ordine, e la colazione di papà era pronta. Pronto pure il suo tavolino, e su questo il giornale scientifico, gli occhiali, la papalina ricamata da noi e destinata a quella serena testa di scienziato, che il dolore, i crucci della vedovanza e le lunghe fatiche intellettuali avevano fatto sì presto incanutire.
Papà giunse un po' più tardi del solito. Io era tanto lieta quel mattino che non mi meravigliò affatto il ravvisare sul volto di lui l'espressione d'una gioia inusitata e misteriosa. Appena entrato, gli gettai le braccia al collo. Credo anche che, baciandolo, gettassi inconsciamente un piccolo grido di gioia. Può essere.... ero capace di tutto, quel giorno!
Egli non mangiava, non si metteva la papalina, non aveva neppur rotta la fascia del giornale, non ancor chiesto come aveva dormito la bimba. Lidia era testè entrata, e Camilla aspettava, ritta, col piatto in mano, pronta a servir la colazione.
Egli ci guardava, interrogando con arcana compiacenza le nostre mal frenate curiosità. Finalmente disse:
— Oggi abbiamo gente a pranzo.
Una gamma variata di oh! echeggiò nel salotto. Camilla mise un sospiro lieve, ma irrefrenabile, e mi guardò. I miei sguardi ignoravano ostinatamente quelli della Saviezza. Ma sapevo ciò ch'essi, cercandomi, mi gettavano sulla coscienza: l'oblìo del cavolfiore, lo sperpero dei cinquanta centesimi!
— Quante persone? — chiese poscia Camilla, grave, pensando già al da farsi.
— Una sola — rispose mio padre. — Ma occorre un pranzo finito; cinque piatti, dolci, dessert e Marsala.
— Ma papà.... papà! — esclamò Camilla, atterrita.
— Forse — continuò papà tranquillamente — forse sarebbe meglio il Bordeaux. Ma è d'uopo che sia un pranzo signorile, come li mangia lui, ogni giorno, a casa sua.