Non m'ero ingannata, pur troppo. Camilla scese poco dopo, proprio al momento in cui io, disponendo sul tavolo di cucina i miei acquisti gastronomici, mi avvedevo, con vero terrore, d'aver per l'appunto scordato il cavolfiore che Camilla mi aveva specialmente raccomandato. Ciò spiegava la misteriosa rimanenza dei cinquanta centesimi. Ma che direbbe Camilla, gran Dio, che direbbe!

Pel momento, Camilla non diceva nulla. La sorella maggiore, la Saviezza, come la chiamavamo noi, abbracciava, col suo sguardo d'aquila sagace, l'assieme delle provvigioni. E a farla apposta, per mia disdetta, una brezza improvvisa, che veniva dal giardino, recava in cucina, passando dal salotto, l'olezzo dei miei poveri fiori. Camilla aveva già avvertita l'assenza del cavolfiore, e il suo naso lungo e magro aspirava il profumo delatore dei lillà. Io teneva chinati gli sguardi, il mio cuore batteva sempre più forte.... Ora, ora.... diceva ironicamente quel cuore turbato.... ora viene il buono.

Ma il buono, non venne.

Forse la mia dolorosa confusione impietosì Camilla, forse era scritto che nulla, nulla al mondo dovesse turbare il ricordo di quel giorno.

La Saviezza sorrise e disse soltanto: — Cos'hai fatto, balorda?

Non dissi quel che avevo fatto, ma feci qualcosa, nell'eccesso della mia gioia, per quella insperata indulgenza. Corsi presso Camilla, l'afferrai alla vita, la baciai con veemenza in volto, poi, trascinandomi dietro quella Saviezza incomparabile, volteggiai in su e in giù per la stanza. Mia sorella, stordita da quel ratto inatteso, non oppose dapprima resistenza di sorta. Ma, subito dopo, la sua lunga persona si ribellò, si fe' rigida ed ella si sciolse bruscamente dalla mia stretta.

— Cos'hai — chiese — sei matta?

— Sì — risposi con trasporto. — Ma è così piacevole esser matti!

La Saviezza mi guardò, attonita.

— Dovresti piuttosto — disse con un subito ritorno all'usata severità — non perder tutta la mattina a questo modo. Sai che c'è tanto da fare.