Più tardi, quando conobbe l'amore, Maria si rammentò di quell'odio. Se ne rammentò con un sorriso e con un fremito.

Zenit.

Eravamo in aprile: io aveva diciotto anni e mi trovavo al mercato. Colla nostra servetta, ben inteso.

Avevo fatto felicemente (almeno così mi parve) la nostra piccola spesa di famiglia, ed esaurita la lista degli acquisti prescritti da Camilla. Pure, non so come, mi rimanevano in mano cinquanta centesimi. Caso rarissimo, più unico che raro, poichè Camilla non sbagliava mai i conti. Ma, stavolta, s'era sbagliata; la cosa era evidente, ed io serrava forte fra le dita i cinque soldoni, lottando coll'aspra tentazione di spenderli a modo mio, di darli, cioè, alla fioraia dirimpetto, in cambio di tutti i suoi lillà bianchi.... cinque grossi ramoscelli, ch'essa vendeva dieci centesimi l'uno.

Nervosa, m'indugiavo davanti al banco, lottando onestamente contro la violenza di quella tentazione. Immaginavo la canzonatura pungente di Albertina, il sorriso di compassione che avrebbero scambiato Camilla e Lidia. Avrei potuto, con un soldo o due, comperare una quantità quasi equivalente di violaciocche e di rosmarino. Ma la tentazione consisteva appunto nell'alto valore dei lillà, nella loro superba e pallida uniformità di tinta, nella squisita finezza della loro leggiadria, nell'acuto e sottile profumo che solo li tradiva in mezzo ai forti odori, alle forti chiazze di colore di tutto ciò che li attorniava. Dio mi perdoni, non seppi neppur tirar di prezzo! Un'audacia mi vinse, un desiderio irresistibile d'esser felice, comperandoli. Li comperai.

Quando li ebbi, quando sentii ch'erano miei, quando il violento profumo salì direttamente dalle mie nari al cervello, allora persi ogni scrupolo, scacciai ogni rimorso. Mi avrebbero sgridata. Ebbene; pazienza! Ma era tanto tempo che sentivo il bisogno d'una gioia cosiffatta, d'un piacere delicato, intenso, tutto mio! Ero gloriosa ora, fiera della mia stravaganza. Traversai il mercato quasi a corsa, stringendomi sul petto il mio tesoro d'olezzi, con una gran letizia esaltata. Camminavo come sulle nuvole, leggermente inebriata, non so bene se dal tepore dell'aria, dallo splendore del mattino, dal profumo dei miei fiori o da quello dei miei diciotto anni.

Forse un poco di tutto ciò.

Quando fui presso alla nostra piccola casetta però, smisi alquanto di quella folle baldanza. Già; ora bisognava sentir loro.... Il cuore batteva un po' più forte del solito. Camilla.... che direbbe Camilla?

Camilla non era a terreno quando rientrai. Corsi rapidamente nel salotto per mettere subito in fresco i miei fiori. Ma in salotto c'era Albertina, che s'immaginava di spolverare i mobili. La bimba mi guardò un momento, guardò il mio grosso mazzo. E subito escì, trascinandosi frettolosamente, colla gambetta zoppa. Ahimè, non c'era il minimo dubbio, essa andava a dirlo a Camilla.

Dio!... che tormento era alle volte quella povera piccina! Pure era il nostro idolo, la reliquia vivente di nostra madre, morta nel darla alla luce. Era malaticcia, e papà non tollerava la vista d'una sua lagrimuccia. Bellina tanto di viso, aveva tanta grazietta morfiosa, sapeva sì bene approfittare dei suoi tristi privilegi! E aveva una linguetta quella bimba!... una linguetta!...